NOTIZIE LETTERARIE

Sfida all’ultima pagina

Scrittori ed editori sempre più pervasi da un grande senso di noia e di sazietà si preparano alla serata finale dello Strega 2004, il premio letterario più asfittico d’Italia, oggi giovedì primo luglio a Roma. Con cinismo, disincanto e tanta tanta leggerezza, mi raccomando…

Il premio più asfittico d’Italia è nato nel 1947, nel salotto romano della scrittrice Maria Bellonci, nei pomeriggi domenicali; forse per vincere la noia, che la domenica è noiosa anche per gli intellettuali. E’ nato in sordina davanti a tè e pasticcini (…) Oggi il Premio Strega, giunto quest’anno alla 58esima edizione, è non solo il più ambito premio letterario italiano ma anche uno di quei tipici appuntamenti mondani italiani, medio-italiani, in cui va maturando nella civiltà letterata sinistrata quel caratteristico senso di noia e di sazietà che nella maggior parte dei casi la predispone allo sfogo della barbarie.

Il premio Strega 2004 si annuncia come “ritorno al classico . Storie al femminile e epopee ottocentesche tra le opere della cinquina finalista … “. Mah!

Nella foto Osama bin Laden, il classico terrorista paranoico che ha riscritto il mondo in maniera lunatica e tenebrosa. Di fatto ha detronizzare lo scrittore – figura sempre più impotente – nel creare un’immagine del mondo e lo scorrere di un impensabile nel caos del mondo. In questo Osama ha usato i nuovi mezzi tecnologici che al vizio solitario della lettura hanno sostituito l’ammasso sfolgorante delle immagini e delle evanescenze facilmente fruibili dagli occhi corporei di moltitudini stralunate, in fuga dalla differenza a cui rimanda la parola e refrattarie a un po’ di conoscenza…

Quest’ anno partecipano allo Strega perlomeno due narratori veri, Loewenthal e Riccarelli, che toccano zone assolutamente reali della memoria e dell’esperienza. Quello che, più in generale, non va e spinge all’irrisione sono le chiacchiere del giornalismo culturale e dei guardiani dei bisogni che circondano questo premio che si ripete, ogni anno, al traino di macchine editoriali che debbono comunque girare, non fosse che per garantire la sopravvivenza al grande editore. Per non parlare delle mille obbligazioni servili a cui uno scrittore è sottoposto nel passaggio dal lavoro mentale all’industria culturale. Nella maggior parte dei casi si viene afflitti da impiegati e impiegate che odiano in special modo la letteratura e la poesia , “ligi come sono a un dovere immaginario, che è anzitutto tradire quello che dovrebbero fare”. E questo me lo diceva, anzi scriveva, qualche anno fa, Peppo, un premio Strega, e tra i migliori degli ultimi anni : Giuseppe Pontiggia, uno dei pochi narratori veri che tuttavia faceva di necessità virtù e nonostante la sua idea forte di letteratura dal punto di vista esistenziale e etico, partecipava con bonaria ironia al ballo degli artisti e praticava per così dire “l’entrismo” in casa editrice così come nel mondo chiacchierone del giornalismo culturale… L’idea, invece, della letteratura che finisce ostaggio del terrore politico la debbo a una strana conversazione quasi profetica avuta nel lontano 1992 con Don Delillo, a Milano per il lancio della traduzione italiana di “Mao II”. ( Un’altra volta, se ci sarà l’occasione, dirò di quando Antony Burgess, sputò su una copia nuova fiammante di un suo libro, “L’antica lama”, appena uscito in libreria, dicendomi che ora gli toccava ricominciare a “lottare con le parole…” . Una condanna, più che un privilegio – questo spingersi da sé in un angolo a scrivere – che talvolta anche un premio Strega può addolcire… se davvero fossero solo tè e pasticcini… Insomma, il libro non è “un bisogno” e uno scrittore – anche se forse fa bene a prendere prima o poi una sana decisione di castrazione – non è al servizio dei guardiani dei bisogni… E così – dico a me stesso – anche oggi sei riuscito a resistere alla tentazione di parlare bene degli editori…

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Intervista a Don Delillo

LO SCRITTORE E IL TERRORISTA

SOUTH KOREANS WATCHING TV BROADCAST ON HOSTAGE

– …Signor Delillo, puo’ chiarire che rapporto c’è fra la letteratura e il terrore politico ?

” … il futuro che ci attende… un mondo in cui la letteratura finisce ostaggio del terrore politico. Anni fa pensavo che fosse possibile per uno scrittore avere qualche influenza nella vita interna della cultura, ora mi tocca constatare che sono i terroristi a essersi impossessati di quel territorio, inquinando le coscienze e l’immagine del mondo. Scrittori come Kafka, Joyce, Beckett hanno esercitato un potere nella creazione dell’immagine del mondo in cui viviamo. Un tempo gli scrittori influivano a tal punto nella consapevolezza che le persone avevano di se stesse e dei propri atti o pensieri, che il loro modo di pensare diventava reale. In America, per esempio, abbiamo un aggettivo, kafkaesque, per indicare il modo che aveva Kafka di vedere il mondo…”

Anche in Europa, in italiano abbiamo l’aggettivo “kafkiano”, con riferimento all’inquietudine e al mondo onirico e allucinato dei romanzi di Franz Kafka.

“L’ opera di Kafka ha influito molto sul modo di vedere e di pensare della gente.”

Mao II è, fin dall’inizio, un libro gremito di folle: allo stadio dove il reverendo Moon celebra matrimoni in serie, in televisione, nelle grandi piazze del Medio Oriente dove si radunano rivoluzionari, folle nelle strade, ai funerali, dappertutto.

“Sì, questo è il secolo delle folle. E la questione è: chi parla a tutta questa gente ?”

Non è più lo scrittore, figura sempre più evanescente nella società delle immagini e dei nuovi culti di massa. Ma lo scrittore non ha più alcun potere ? A parlare son rimasti solo i terroristi?

” E’ quel che succede oggi. Gli uomini che plasmano e influenzano la coscienza umana sono i terroristi. Ma il romanziere è ancora pericoloso a causa dei suoi sforzi di estendere il sé, creando un personaggio come una via per la consapevolezza, una via per lo scorrere di un significato nel caos del mondo. E in Mao II c’è una lotta fra l’individuo e gli uomini-massa che avanzano . Il terrorista cerca di parlare alla massa con le bombe, mentre lo scrittore può solo realizzare la sua visione nella struttura di un libro e nel rapporto uno a uno con il lettore. Lo scrittore rappresenta l’individuo, è un simbolo della consapevolezza che si conquista nella quotidiana lotta con il linguaggio; il terrorista rappresenta invece l’incoscienza di massa. Nell’epoca dei media tutto succede altrove, e nel privato che s’impoverisce succede sempre meno. Nella mia variazione romanzesca della realtà di quest’epoca che stiamo vivendo, e che si fa sotto i nostri occhi, c’è un movimento verso l’apocalisse, biblico addirittura”.

-“Eccoli che arrivano, marciando nella luce del sole d’America.” Il libro comincia così, con la scena potente di seimilacinquecento coppie di sposi tutte identiche nello Yanke Stadium dove il reverendo Moon celebra matrimoni di massa. Quando ha cominciato la scrittura di “Mao II” ?

” All’inizio del 1989. A febbraio di quell’anno l’ayatollah Komheini condannò a morte lo scrittore Salman Rushdie per aver diffamato l’islàm, e questo evento seguì di poco il mio progetto e le note per il libro. Lessi dell’affare Rushdie nei giorni tumultuosi che seguirono la condanna a morte dello scrittore, che poi è diventato letteralmente un ostaggio del terrore politico.

In Mao II la morte si annuncia attraverso una moltiplicazione di riflessi: lampi di spari nell’oscurità, flash di macchine fotografiche, immagini moltiplicate dalla televisione…

” L’assassinio di Kennedy fu ripreso da un film amatoriale che si è moltiplicato in tutte le case ed è stato trasmesso e ritrasmesso molte volte. Il Mao II di Andy Warhol, che ho voluto anche per la copertina dell’edizione italiana, è molto significativo proprio perché si tratta di una ripetizione delle figure, differenziate solo da minimi scarti di colore. C’è la storia, la morte, e il piacere del gioco e della ripetizione. La figura di Mao come la presenta Warhol è una combinazione di arte e di produzione di massa, che però si libra al di sopra del mondo e della storia, come qualcosa di evanescente. E’ per questo che lui l’ha intitolata Mao II, perché non è il Mao della storia, ma quello raddoppiato dall’arte e dalla fantasia”.

Per Bill, il protagonista del suo romanzo, lo scrivere sembra qualcosa di totale, ogni esitazione evoca l’angoscia di morte, ogni frase impegna la vita. E’ come se stesse confezionando una bomba per influenzare il mondo. La lotta con il linguaggio è come una guerra per conquistare una storia…

“L’atto dello scrivere è un grande enigma. Il critico entra nel testo per quanto può, ma poi esce sconfitto perché non riesce a penetrare questo mistero che è lo scrivere. Io scrivo a partire da un formicolìo in punta di dita. Quel che succede dopo è un mistero.”

Misterioso, è un aggettivo che sembra convenirle molto.

” Sì, anche l’aggettivo apocalittico.”

Il suo pare un mondo tremendamente in bilico….

” Siamo tutti in bilico. Nei miei romanzi uso l’impressione dello stare in bilico proprio in senso tecnico, per creare una tensione da trhilling, un certo allarme, e anche un certo equilibrio nella struttura del libro. Mentre nei miei personaggi c’è sempre un forte elemento di dubbio. Io non concepisco i miei libri come un progetto di critica della nostra cultura. Inizio con voci di strada e gente che vedo e cerco di ridescriverle in una lingua che renderà più chiara la gente a se stessa, capace di distinguere. ..”

Milano, 23 ottobre 1992

( dall’intervista di Gianni De Martino con Don De Lillo pubblicata, con qualche variante, ne IL MATTINO del 28 ottobre 1992, con il titolo ” Voci dal pianeta dei mille dubbi”)

Fonte: http://www.bluedaiquiri.it/giannidemartino/schede/interviste/dondelillo.html

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