TIMORI PER LA DEMOCRAZIA EUROPEA

Firenze, 19 gen 2005. "Temo per la democrazia europea: e’ sciocco credere che debba durare per sempre" E’ l’avvertimento venuto dal ministro Rocco Buttiglione nel suo intervento a un convegno sulla Costituzione Europea, svoltosi a Firenze. A suo giudizio, "il tema dell’identità è prioritario per l’Europa: abbiamo bisogno di essere cristiani e liberali, poiché questa è la nostra storia e la nostra tradizione". Una tradizione che però – ha aggiunto – "l’Europa cerca di mettere tra parentesi". In conclusione, secondo Buttiglione, "l’Europa non crede in se stessa e non è capace di affermare una propria identità. Per questo è anche meno capace di dialogare con l’Islam" (AGI)

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CRISTIANI E LIBERALI ?

Forse ci si ricorderà del tremolante incipit di questo intervento del ministro: "Temo per la democrazia europea: è sciocco credere che debba durare per sempre". Occorre riconoscere al filosofo Rocco Buttiglione – qualunque sia il giudizio o il pregiudizio che ci si può essere formati sul personaggio o sul suo sigaro – che egli qui solleva la questione decisiva dei fondamenti, sempre aperti, della costruzione di una democrazia e del proprio di una civiltà. Ogni comunità – così come ogni religione e ogni cultura – vive e prospera se sono ancora significative e vitali la memoria e la lingua. L’Europa non può essere Sè stessa fin dall’inizio, non può venire a Sè stessa prima di aver fatto la prova dell’Altro ( ovvero del proprio Dio o dei tanti piccoli dèi e demoni dei suoi giorni e delle sue notti) e dello Straniero ( ovvero, nel caso attuale, specialmente dello Straniero islamico che porta con sé il proprio fondamento mito-storico e lo crede chiuso, quasi un abbagliante monolite fisso e contratto, un’identità come fusa in un solo blocco. Dio non è, come appare per una semplicistica metafisica estroversa, una specie di Saddam Hussein cosmico).

Gran parte del marasma identitario e della volgarità imperante, oggi, in Europa, deriva nella maggior parte dei casi dal voler sembrare quello che non si è – magari nel timore di dispiacere alla dittatura del politicamente corretto e dell’inquisizione laica. Oppure nel timore, altrettanto volgare, di disturbare l’islamico con i nostri scintillanti presepi, con il Dio fortunatamente Uno e Trino ( non un monolite, ma padre, figlio e spirito), con le belle cattedrali che certamente non furono costruite per i turisti giapponesi con il naso in aria sotto i superbi affreschi che parlano concretamente ai corpi redenti e all’ anima, disturbare l’islamico con il "cadaverino" appeso ai muri delle scuole e degli uffici pubblici. Sono dell’opinione che se dovessimo mettere da parte o tra parentesi il nostro "cadaverino", per eccessiva prudenza, per paraculaggine o addirittura per vergogna dell’Uomo che osò innalzarsi proprio sulla croce, ebbene non vi sarebbero più nè uomini nè umanesimo nè democrazia nè libertà responsabile, ma il regime dei Superuomini, la lugubre tirannia dei volgari Titani e delle tribù dei tanti cibionti e monoliti empaticamente interconnessi in massa "un attimino".

SOTTO QUALE BANDIERA ?

Dal punto di vista del simbolico – che ha la sua importanza nella costituzione delle comunità, delle culture e delle lingue – la bandiera dell’Europa è un cerchio di stelle su sfondo azzurro, vuoto ma presumibilmente anche gravido di potenzialità: in altri termini è una placenta, adatta a contenere un numero imprecisato di fratelli-feti, compresi i Turchi – che però non sono esattamente feti, magari feti allucinati come tanti uomini-bomba o anche Europei erranti e disponibili – bensì musulmani più e meno moderati e alquanto scissi, a quanto pare, tra l’appartenenza a una nazione laica, uno stato nazionale, e all’Umma, ovvero alla grande e idealizzata "matria" transnazionale che comprenderebbe credenti islamici e islamisti di ogni paese, lingua e cultura. Come faranno i credenti a oltranza a passare dalla placenta a forma di mezzaluna e sciabole incrociate detta Umma alla placenta stellata, scipita e blu dell’Europa post-nazionale?

Temo che qui possa trovarsi qualche problema non indifferente, da non sottovalutare. "Noi – osserva lo psicostorico, se posso chiamare così lo psicoanalista dottor Iakov Levi – vediamo nel fenomeno storico ( dell’Europa unita n.d.r.) il sintomo di un processo psichico collettivo, al culmine del quale il gruppo che è riuscito a liberarsi dell’autorità paterna e dalla camicia di forza delle sue costrizioni, sceglie di rinunciare alle libertà acquisite, di delegarle a un’istanza che se ne assuma le responsabilità, e di regredire a una condizione amorfa di perdità d’identità che nello psichismo del singolo viene definita Borderline Disorder".

Il Bordeline Disorder implica questioni legate al processo, più o meno riuscito, di maturazione psicosessuale di individui e di intere società. E’ come se quello che si dà come compresso nella vita degli individui, nel cosiddetto invisibile imbuto del privato, affiorasse e si dispiegasse anche – con tratti simili o cronotipici – nella società.

Cosa significa, in altre parole, non essere capaci di affermare la propria identità ? Credo che significhi non essere riusciti a liberarsi dalla tirannia paterna e dal fantasma o demone materno di divoramento, non essere capaci – per pigrizia morale, intellettuale, o anche perché vittime del vittimismo organizzato e delle condizioni demagogiche esistenti per la costituzione di una coscienza su scala umana. Non essere capaci di affermare la propria identà significa non essere in grado di porre liberamente le barriere della fedeltà e del disinteresse a cui attenersi, e non per paura dell’eccesso, bensì – come suggerisce il fedelmente cattolico Nicolàs Gòmez Dàvila – " per amore del limite". Amore di quel limite che, sia pure frontiera relativa, dà forma bella e significativa a cose, individui, lingue, culture e intere civiltà.

I limiti, messi puntualmente alla prova dall’Altro e dallo Straniero, si costituisc
ono su sfondo abissale: non una vera e propria Origine fissa e immutabile, bensì il punto di fuga dell’origine del linguaggio, del suo segreto e della sua stessa eccedenza. L’infinito? Va’, citrullo! Per non dire della dèrive decostruzionista, questa idiozia! Parlare, scrivere e operare contro la propria dissipazione spesso può apparire come un caso, puntualmente singolare, di emergenza personale. Un’emergenza personale che tuttavia sarebbe "impossibile" se non affiorasse nella relazione e il lavoro con se stessi, con gli altri e con l’Altro – e non sempre tramite il dialogo a tutti i costi, ma anche una decisione apparentemente arbitraria e tuttavia significativa di una coincidenza fra vita, memoria e destino.

Per esempio, nel corso di una storia che è la "nostra" storia all’Aquila imperiale del padre-tiranno si è sostituita la bandiera tricolore, nel corso di lotte e di un evento traumatico ma liberatorio che non a caso si chiama Risorgimento. La bandiera tricolore non può che essere un simbolo a noi caro: non solo per memoria o tradizione ( a ricordo dei nostri nonni, i padri, dei fratelli e delle sorelle morti o mutilati nell’infelice e doveroso compito di difendere l’onore e la speranza rappresentata da quella bandiera – mentre scrivo giunge notizia di un altro militare italiano caduto in Iraq, a Nassiriya ), ma anche perché simbolicamente quel tricolore è significativo di una memoria in grado di riconoscere dialetticamente il padre non più come tiranno: un padre che lascia in qualche modo liberi i propri figli, che si riconoscono a loro volta fratelli e figli, cercando insieme i modi dell’aiuto reciproco. Nel mito ciò accade dopo che il padre o qualcuno tra i figli è stato ucciso dall’orda primitiva. Questo crimine primordiale sembra costituire il punto di fuga all’origine della civiltà, il cui punto culminante è costituito da quel sacrificio che, in vari modi, permette di liberarsi dal tiranno, ovvero dai tratti astratti e violenti del padre.

In tal senso, appare altrettanto significativo, se non inquietante, che la bandiera Europea non sia più un tricolore liberatorio, ma un cerchio di stelline pronto, su sfondo scipito e blu, a fagogitare altre stelline. Più simbolo di un ritorno al materno che non di una ripresa del paterno come traccia e apertura.

Con le parole del dottor Iakov Levi : "La bandiera Europea non è dunque più un tricolore, simbolo fallico dell’orda liberatasi dalla tirannia paterna, ma nemmeno un’aquila imperiale o un triscele, simboli fallici del Padre, bensì un cerchio, simbolo della placenta e di una regressione intrauterina che invalida tutti gli stadi acquisiti in precedenza. Un cerchio a cui vengono aggiunte sempre nuove stelline in espansione, come l’imago della placenta che fagocita i suoi figli per proteggerli, nutrirli e distruggerli".

Dal momento che siamo in tema di simbolismo in chiave psicostorica e di bandiere, in conclusione ( provvisoria) non posso esimermi dal dire qualcosa sulla bandiera arcobaleno.

Bellissima, senza dubbio, forse perché gnosticamente va dal rosso delle pulsioni al viola dello spirito, passando per l’intero spettro della luce. D’altra parte, però, scippata prima ai teosofi e poi strappata ai gay, e agitata mostruosamente in massa nei cortei dei pacifinti aggressivi e di tante anime belle ma reattive che vorrebbero, ahimè, essere lasciate semplicemente in pace a godersi "un attimino" il telefonino e la seconda casa al mare, in un mondo in pieno rivolgimento e violenta transizione, ebbene la bandiera arcobaleno assume allora sia il segno ( chissà se civilizzato o ancora barbaro) di qualche nuova alleanza dopo il diluvio in arrivo, sia il tratto di un simbolo di putrefazione. E’ la tipica iridiscenza o sex-appeal spettrale che aureola le cose, i corpi, le culture, le civiltà e le lingue morte.

Illudendosi di aver messo in pensione i dèmoni del Novecento, solo per poter ora affliggere il mondo con gli angeli new age, ci si crede giunti alla grande Disneyland, nell’attesa inerte degli U.F.O. , della grande aspirina o eutanasia planetaria e, alla fine, dell’arrivo della cavalleria.Non occorre rivoltare col piede quello che potrebbe restare, in pieno nichilismo, della nostra cultura, del nostro essere Europeo e persino del nostro essere sociale, per trovarlo spendidamente decomposto.

 Se questa è la situazione che oggi viviamo sotto il grande sole mentitore ( e magari anche ridente, finché può) dell’Europa post-nazionale sempre più errante e disponibile, allora fra noi e l’Asia non potrà che interporsi con la spada, ancora una volta, un islam lunatico. Un islam patriarcale e arcaico, ricomposto però nei modi semplificati della globalizzazione e della concorrenza su scala planetaria, che benché fortemente identitario – o forse proprio per questo – è un islam radicale assai poco dialogante. Come qui, per esempio:

        O qui :

          

                                Oppure qui, a Baghdad o a Mossul:

       o anche qui:

        islamist.jpg (4388 Byte)      

                                                                          eccetera…

LO STRAZIO DELL’EUROPA

D’altra parte, non esiste alcun padrone del linguaggio, e quindi manca una forza d’interposizione universale, che possa mettere fine alle servitù, alle ingiustizie e alle lotte anche violenti prodotte sia dalla concorrenza che dall’invidia, dal risentimento e dall’odio che si può formare al contatto dell’interdetto o della migliore riuscita dell’altro. In altre parole, esistono anche ingiustizie dovute ai diversi talenti naturali o doni anche spirituali – ingiustizie contro cui non c’è rimedio -, e comunque non esiste alcun luogo al di sopra delle parti. Tuttavia il mito identitario dell’Occidente moderno e cristiano, un grande mito civilizzatore, resta come incardinato all’idea di poter produrre l’interdetto degli interdetti degli altri, compresi degli islamici, meno evoluti dal punto di vista della democrazia e dello sviluppo. Ma l’Occidente non è il padrone del linguaggio, nè d’altra parte vi è alcun luogo d’interposizione universale. Neanche qui:

 oppure qui :

Il mito del ratto di Europa vuole, non a caso, che Europa sia femmina: non solo a disposizione del capriccio di Zeus , ma anche un luogo di accoglienza e quindi di costituzione di una sorta di differenza delle differenze. Questo luogo in grado di raggiungere liberamente una specie di femminilità assoluta della specie umana, se non una specie di neutro, forse non esiste che nel mito o mitema identitario. La marcia di un’Europa a seno nudo, illuminata dalla veglia di una Ragione che tuttavia ha generato tanti mostri e i campi di sterminio nazisti e comunisti, è basato sulla credenza in una sorta d’innocenza primordiale, nel completo oblìo del peccato originale. Un oblìo che si fa appunto grumo nelle coscienze più sensibili e riflessive, ma determina anche il proliferare dei figli sempre più sinistri dell’ Illuminismo, della Tecnocrazia e di quella caratteristica forma di Cinismo e di Disincanto che purtroppo alligna nella speranza di non pochi cristiani, specialmente se catto-comunisti.

La libertà, l’innocenza e il futuro rosa confetto e arcobaleno che questi figli generati dal seno di una speranza cristiana che vira al cinismo, e che non è la vera ed enorme speranza cristiana che invece resta nella Resurrezione, evadono la questione fondamentale del peccato originale. Non lo si vuole vedere, ci si vergogna di nostro padre, di nostra madre, del crocifisso, ai sacramenti si preferisce il tantra o la fede nella cristalloterapia. Si rinuncia  alla cosiddetta "illusione religiosa" per diventare adepti di un misto di illusioni. Si crede nell’Oroscopo, sia in quello di Horus sia in quello di Solange, e poi si parla della Resurrezione, della Trasfigurazione e persino dell’Apocalisse come se fossero delle vecchie favole.

 A tale proposito il cardinale Danneels ha detto recentemente: «I sacramenti rischiano di non essere più il punto di gravità della vita pastorale cattolica, sospinti alla periferia dell’apparato ecclesiale». E intervistato dalla rivista cattolica diretta da Giulio Andreotti rivista cattolica 30giorni, anche Ivan Dias, cardinale ed arcivescovo di Bombay ha osservato che « In alcuni luoghi è stata forse sminuita la presentazione della liturgia come cosa sacra. Può darsi che qualche sacerdote “fa le cose sacre” senza mostrare quel senso di meraviglia e di ammirazione che si addice a chi è al cospetto di Dio, come Mosé davanti al roveto ardente. Alcuni fedeli partecipano alla messa e cantano gli inni con impegno, ma come se non fossero consci del grande mistero che si celebra attorno alla presenza reale di Gesù eucaristico. Se il sacro non traspare nella celebrazione dei sacramenti, la liturgia viene ridotta a riti: belli, cantati, celebrati magari con solennità e dignità, ma sempre riti. Alla fine anche i fedeli si accorgono che il prete sta recitando formule, ma non sentono che egli è mediatore tra Dio e gli uomini. Vi è chi dice che l’aver assolutizzato l’uso liturgico delle lingue moderne abbia contribuito alquanto a ridurre il senso del sacro nella messa. Tale opinione si può discutere. Molto comunque dipende dal contegno del sacerdote e dalla preparazione dei fedeli ».

L’inizio della sapienza, alla cui luce disporre cristianamente i fatti storici, non è più la memoria del timor dei initium sapientiae, bensì il sogno di una innocente marcia zapatera & progressista verso un destino in cui la verità dei desideri dei singoli e delle masse in conformità con una libertà promessa raggiungerebbe un’identità occidentale, e in particolar modo europea, che sarebbe: femmina. D’altra parte, il mitema dell’Islam sembra, al contrario, quello di volersi sognare, vivere e realizzare storicamente come maschio assoluto, mai sconfitto, alieno al pur necessario compromesso ( parola che non a caso non esiste nella lingua araba) : un maschio predestinato polemicamente solo e sempre alla Vittoria. In tal senso, il principale problema identitario dell’Islam resta quello di volersi tagliare dalla capacità di accoglienza e dalla propria femminilità originaria. Se si considera che l’illusione che anima l’occidente s’indirizza sul versante, solare e mentitore, del raggiungimento della femminilità assoluta della specie, mentre l’illusione islamica si drizza sul versante, presunto lunare, e spesso lunatico, del raggiungimento della mascolinità assoluta della st
essa specie che si dice umana, allora le poste, anche simboliche e di evoluzione psicosessuale, dei conflitti e del marasma identitario in corso assumono un altro rilievo.

Le ultime pagine di Tristi Tropici di Claude Lévi-Strauss – citate nello studio dello psicoanalista tunisino Fethi Benslama ( La psychanalyse à l’èpreuve de l’Islam, Aubier 2002 ), sembrano offrire la formulazione più limpida dei mitemi identitari dell’Europa a tale proposito:

" Aujourd’hui, c’est par-dessus l’Islam que je contemple l’Inde; mais celle de Bouddha, avant Mahomet qui, pour moi européen et parce que européen, se dresse entre notre réflection et des doctrines qui en sont les plus proches, comme le rustique empêcheur d’une ronde où les mains, prédestinées à se joindre, de l’Orient et de Occident ont été par lui désunies. (…) ".

L’Occidente avrebbe quindi incontrato nell’Islam l’ostacolo rustico che gli impedisce di unirsi alle fonti della ben più raffinata sapienza orientale, in particolare buddhista, che l’avrebbe reso ancora più cristiano. Così infatti continua il mitologo, giunto alle fonti di quello che affiora come uno strazio, una ferita densa di risonanze storiche, simboliche e quasi mistiche, se non mistificatrici:

" Que l’Occident remonte aux sources de son déchirement… ". Traduco: " Che l’Occidente risalga alle sorgenti del suo strappo: interponendosi tra il buddhismo e il cristianesimo, l’Islam ci ha islamizzati, quando l’Occidente si è lasciato travolgere dalle crociate, a opporsi ad esso e dunque a rassomigliargli, piuttosto che prestarsi – se l’Islam non fosse mai esistito – a questa lenta osmosi con il buddhismo che ci avrebbe maggiormente cristianizzati, e in un senso tanto più cristiano che saremmo risaliti al di qua del cristianesimo stesso. E’ allora che l’Occidente ha perso la sua possibilità di restare femmina".

Il grido dell’antropologo è straziante, piange un Occidente che non può più raggiungere il proprio Oriente estremo, dove le mani del seguace del Risorto e del seguace del dharma del Risvegliato, ormai disunite dal frapporsi della spada dell’Islam, avrebbero potuto congiungersi, fermando gentilmente il cerchio dell’identità dell’identità e della differenza. L’altro come occasione perduta, come disgrazia, come quando ci capita di avere in condominio dei rustici e polemici vicini, oppure trovarsi in famiglia dei cugini violenti ed astiosi, che non solo non la pensano come noi ma ci rinfacciano continuamente ( e quando possono anche facendo crollare le nostre torri, tagliando gole di cristiani, buddhisti ed ebrei in mondovisione, oppure inviando l’uomo-bomba alla stazione ) che tutti i loro guai dipendono dal fatto che errando e manipolando le Scritture ci crediamo tutti figli di Dio. Che la luce di Dio possa essere l’anima dell’uomo, o che l’uomo possa partecipare, attraverso l’Uomo, dell’essere di Dio, sono per l’Islam delle assurdità che rivelerebbero solo un’ignobile pietà per la vittima, un abietto desiderio di essere amati e il narcisismo degli Occidentali, amanti della bella vita e per definizione kuffar, ovvero infedeli e "ingrati" verso un Dio che non è padre, come ripete il Corano, bensì l’Unico Identico a Sé Stesso, Il  Padrone di un mondo predestinato ai sottomessi tramite l’obbedienza ai Suoi Comandi e Ammonizioni rivelati a Muhammad, nel corso della sua vita e delle sue battaglie, in un linguaggio "perfetto e chiarissimo" su sfondo oscuro: la "pura e insuperabile" lingua araba del VI secolo d.C.

LO SVELAMENTO DELL’OCCIDENTE ?

Fuor di metafora, sono dell’opinione che Buttiglione colga il segno quando giudiziosamente, insomma a modo suo, dice: "il tema dell’identità è prioritario per l’Europa: abbiamo bisogno di essere cristiani e liberali, poiché questa è la nostra storia e la nostra tradizione". L’incapacità di affermare una propria identità rende inabili a ogni vero dialogo con l’altro e, apparendo come debolezza agli occhi dei più agguerriti o di chi non rinuncia alla violenza, favorisce altra violenza.  "Siamo forse davanti a una crisi considerevole del tipo ‘scontro di civiltà’? – chiede l’analista politico britannico David Pryce-Jones. " Molti respingono quest’idea come eccessiva o come troppo orientata al peggio. E tuttavia, sia che possa essere applicata o no, per esempio, alla situazione in Iraq o alla guerra al terrorismo islamico, la formula è certamente significativa in riferimento a ciò che oggi accade in Europa". Come scrive Yves Charles Zarka, un filosofo e analista politico francese, "sta avendo luogo in Francia una fase centrale del più generale incontro/scontro tra l’Occidente e l’Islam, che solo chi è totalmente cieco o radicalmente di malafede, o forse inguaribilmente naif , stenterebbe a riconoscere".

Occorrerà, prima o poi, come le d
ue Simone, le due fanciulle rapite e poi rilasciate con in dono un Corano, togliersi il velo dagli occhi ?

Secondo l’opinione di Bassam Tibi, accademico di origine siriana che vive in Germania, gli europei stanno affrontando una rigida alternativa: "O l’Islam viene europeizzato, oppure gli europei saranno islamizzati". Più precisamente: “O l’Europa cambia l’Islam o l’Islam cambierà l’Europa”( ‘Caffè Europa’ n.198). Parole terribili e realistiche, con una vena di pessimismo, sulla bocca di una persona che conosce la sua religione, i suoi tratti illiberali, astratti e violenti, ma sa anche che l’Islam può cambiare “sul terreno”. Ma non senza, ahimè, ancora una volta dure lotte e sacrifici ai quali gli Europei , nella maggior parte dei casi moralmente impigriti, non sembrano preparati, mentre numerosi governanti e affaristi li indirizzano verso un vile destino di  dhimmitudine  ( cioè di "protetti", previo pagamento di "pizzo") per compiacere le nuove ambizioni aggressive e conquistatrici di un Islam in pieno marasma e boom demografico.

 Stando così le cose, occorrerà anche resistere, oltre che all’attrattiva torbida dell’insufficienza, alla facile tentazione di rinchiudersi nella "nostra tradizione", e di ripeterla sterilmente e magari in chiave cristianista, invece di riprenderla fedelmente nel cammino e gli imprevisti che – non avendo chiuso bottega – la storia, o anche le molte storie possibili, o anche impossibili, riservano all’Europa post-nazionale, post-moderna, e già apparentemente post-mortem e post-tutto.

Credo che resti, più che una mezza-paura o una mezza-speranza, la speranza enorme e non cinica nel Risorto. E pertanto sono anche dell’opinione che se avremo il coraggio di essere teneri, senza lasciar spuntare mai la spada, resteremo cristiani. Nell’attesa, non inerti.

Può darsi che i cristiani verranno dopo. In ogni caso, continuo a pensare che smettere di vagare qua e là come tanti smemorati arcobaleni o traballanti disertori che abbiano perso il contatto con il quartier generale, possa essere già un buon segno, nonostante tutto. Forse il preludio, chissà, a quello che mi ostino, non senza qualche ragione o speranza , a chiamare una poetica rinnovata del riconoscimento dei nostri propri peccati sia veniali che mortali, sia personali che storici, e della comunione. Se non per noi, per la libertà responsabile dei figli. Di quei pochi che vengono alla luce e restano, se non diventano liberali o addirittura santi, perlomeno cristiani. Allora l’altro islamico, fortemente identitario, ma fisso e contratto, non costituirà per noi sfortuna, disgrazia, ratto e stupro da parte dell’Identico. Nessun maschio assoluto, fosse pure l’infinitamente grande, potrà mai tagliare l’Europa femmina da se stessa. E’ questo, mi pare, ciò che dice il mito antropologico dell’Occidente e in particolare dell’Europa : quello di vivere l’Islam come il proprio velo. Con l’Islam siamo alla resa dei conti e sarebbe auspicabile che l’ Europa si togliesse il velo dagli occhi, senza farsi eccessive illusioni. Non a caso Fethi Benslama pone la vera questione, di sapore non a caso apocalittico: " Siamo forse nell’epoca dello svelamento dell’Occidente" ?

Non si sa: si va. Si va, ancora una volta, fra illuminazione e abbaglio, senza cioè la pretesa di conoscere i segreti tirannici del tempo e della storia. Che non hanno chiuso bottega,  nè il tempo nè la storia.. Per questo il proprio del Sé dell’Europa, pur restando una costruzione aperta, non può che richiamarsi a ciò che con giusta imprecisione ( ma zoppicare non è peccato) chiamiamo nostre radici, volendo essere impropriamente quello che relativamente siamo in una storia,  in un tempo e in uno spazio che non sono una risposta e non permettono altro che la fragile felicità di un imperfetto abbraccio. Ovvero cristiani, liberali e purtroppo, per fortuna o sfortuna ( ma spesso specialmente per negligenza e pigrizia morale) peccatori in grazia di Dio.

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In rete

SENZA CONFINI: IL CASO BORDERLINE DELL’EUROPA UNITA

di Iakov Levi

Fonte : http://www.psicoanalisi.it/

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grazie a Dilifa F. Bapa per la segnalazione.

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Le iconografie del Ratto d’Europa

(oggetto di una mostra a Firenze,

11 giugno 2002 – 6 gennaio 2003,

Galleria degli Uffizi)

grazie a leguerrecivili

Blog di Paolo di Lautreamont

per la segnalazione.

 

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maresciallo Simone Cola

PER LA DEMOCRAZIA E LA LIBERTA’

DEI POPOLI IRACHENI.

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Una risposta a

  1. DevilsTrainers scrive:

    non ho pregiudizi.

    ma dire che buttiglione è un filosofo è come dire che bruno vespa è un giornalista…

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