Nel tempio indu

  Antropologia

NEL TEMPIO INDU

Ho appena finito di leggere L’ erotismo divinizzato. Architettura e scultura del tempio indù di Alain Daniélou* ( red edizioni), una lettura delle sculture erotiche dei templi dell’India che continua lo studio dello shivaismo. Inseminato, per così dire, dal professor Daniélou, scrivo alcune note – poco più che appunti.

auparashtika

 Monaco eremita pratica auparashtika su un giovane principe in visita, Tempio di Chhapri –  XII sec. ( Foto di Raymond Burnier **). Grazie a Jacques Cloarec per le immagini.

Apparsa nella valle dell’Indo all’alba del II° millennio a.C., la religione shivaita, il cui culto fondamentale è quello del fallo ( lingam, “segno” dell’invisibile luce del principio maschile Creatore ) è la religione primordiale della natura e delle forze sottili che pervadono l’ universo.

 Permeato di materia, di vita e di pensiero, questo universo fluttuante ci appare solido, ma in realtà non ha sostanza. Materia, vita e pensiero non sono che relazioni energetiche, ritmo, movimento e attrazione reciproca. ( Nello shivaismo, religione primordiale, è assente la promozione della singolarità creaturale: gli esseri umani vengono detti "bestiame degli dèi" – degli dèi-forze sottesi alle forme che vengono all’esistenza condizionata ( samsara) e all’universo.

Shiva, il Creatore-Distruttore scaturito in forma di colonna di luce dalla vagina ( yoni) della dèa – simbolo dell’energia primordiale o vuoto radiante da cui il principio creatore maschile prende forza – è un componente della Trimurti e rappresenta un aspetto dell’ordinamento divino: quello che riguarda la vita sul pianeta Terra in un giro senza fine di creazione, preservazione e distruzione, attraverso processi continui ( continui, vale a dire quasi senza misericordia) di divisione e di ricongiungimento.

 Il dio dell’erotismo viene spesso raffigurato nell’aspetto di Re dei Danzatori ( nataraja ), e per i fisici moderni la vertiginosa "danza di Shiva" indica – come scrive Fritjof Capra ne Il Tao della fisica – la danza della materia subatomica: " come nella mitologia indù, essa è una danza incessante di creazione e distruzione che coinvolge l’intero cosmo". In accordo con i Veda e con la tradizione indu, l’attuale yuga o ciclo cosmico sarebbe il degradante kali yuga, letteralmente l’epoca “nera”, come la nera dea del Pantheon induista, la manifestazione femminile di Shiva, distruttore sì, ma anche restauratore del Nuovo Ordine. ( Cfr. Alcune considerazioni sulla teoria dei cicli cosmici (René Guénon).

Allorché Shiva, il creatore e distruttore delle forme, riassorbe in sé la vivificante energia femminile, appare come androgino ( ardhanarishvara) e la voluttà pura, immensa, totale lo penetra interamente.

Shiva androgino è l’essenza stessa della creatività, poiché è nel contempo colui che getta il seme e la vagina che lo riceve. La sua figura paradossale – con l’occhio maschile rivolto verso l’alto e con l’occhio sinistro, femminile, che fissa l’osservatore – allude all’indifferenziazione estatica e alla trascendenza del Principio oltre l’apparenza della dualità. Pertanto, tutto ciò che appare come bisessuale, omosessuale o androgino è – negli ambienti indù fedeli all’antica tradizione – considerato come di buon augurio. Nel suo desiderio di piaceri senza limiti, il Creatore formò – imprevedibilmente e al di là della ragione che diciamo umana – anche le donne che amano le donne e gli uomini che preferiscono gli uomini.

L’energia seminale versata nella vulva fa nascere la vita, l’armonia delle forme. “E ciò – scrive Daniélou – appartiene alla Natura e si collega al culto della Madre, teso a utilizzare l’erotismo per perfezionare l’essere umano, sviluppandone le capacità immediate e i poteri magici e mentali presenti in lui. Ma allorché, come accade nelle gerarchie shivaite monastiche più alte, ci si rivolge al principio maschile, questa stessa energia seminale, allorché si libera dall’aspetto inferiore della procreazione materiale, diventa la sostanza dell’intelletto”.




Nel mito, un ragazzo destinato al sacrificio al dio della morte Yama, si rifugia presso il lingam e viene salvato da Shiva. Sapendo che le cose del mondo sono effimere e che la morte non ha l’ultima parola, l’iniziato si affida al sottile principio creatore, al Padre che trascende la paura e la morte.

Fedele alla molteplicità del reale, il politeismo Indu non cerca di unificare il creato in un solo dio monolitico, che specialmente nell’islam assume spesso tratti astratti e violenti. I mille volti cangianti del culto di Shiva, il dio della natura e dell’eros non separati dall’Essere, appaiono quindi radicati nel politeismo dell’esperienza, in opposizione al logocentrismo astratto e alle semplicistiche metafisiche estroverse delle società mercantili urbane. Il suo culto, che scatena le potenze dell’anima e del corpo, ha incontrato non a caso viva resistenza da parte delle religioni urbane che lo hanno considerato antisociale.

"La forma occidentale dello shivaismo, il Dionisismo – scrive Daniélou in Shiva e Dioniso ( Ubaldini,1980) – rappresenta anch’essa uno stadio in cui l’uomo è in comunione con la vita selvaggia, con le bestie della montagna e della foresta. Dioniso, come Shiva, è un dio della vegetazione, dell’albero, della vigna. E’ anche un dio animale, un dio toro. Questo dio insegna agli uomini a irridere le leggi umane per ritrovare le leggi divine”.

Shiva, come Dioniso, è stato rappresentato in diverse culture come il protettore di quanti si tengono lontani dalla società convenzionale. Simboleggia, inoltre, tutto ciò che è caotico, pericoloso, inatteso. ( Tutto ciò che sfugge alla ragione umana e appare non-ordinario, lasciando la gente smarrita e gettandola nel terrore e nella preghiera – come ad esempio i terremoti, i crolli o i nuovi virus che oggi, secondo gli esperti , “potranno causare pandemie e avere un bilancio peggiore di quello della spagnola non può essere attribuito che all’azione imprevedibile degli dèi).

Nel suo aspetto di Distruttore, Shiva prende il nome di Shiva Bhairava , e i devoti di questo aspetto di Shiva lo chiamano Aghora, ovvero letteralmente il “non-terrifico”- un nome che è un eufemismo .

L’arcaico signore del desiderio, della molteplicità straziata e del suono primordiale e onnipervedente ( A-U-M), Shiva è anche il maestro dello yoga, del metodo tramite il quale – mediante la castità ascetica, ovvero la sottrazione del desiderio al suo orientamento nel tempo e la sospensione del respiro e del seme – la forza virile può essere trasformata in forza mentale e intellettuale, reintegrando il principio cosmico da cui tale forza deriva.

 L’asceta è nudo, il corpo cosparso di cenere di colore argenteo, con il membro sempre eretto. Spoglio d’ogni parola e concetto, la sua bellezza essenziale seduce tutti gli esseri, persino i saggi che praticano un austero ascetismo.

Il portatore di sperma, l’essenza della vita, viene anche rappresentato unito alla sua compagna

Shakti, l’Energia. Sebbene le due divinità siano entrambe creatrici di questo mondo, non è la procreazione – benché sia importante – il vero scopo della loro unione, bensì il piacere, la beatitudine divina ( ananda).

Nell’induismo il successo del viaggio della vita risiede in quattro cose da realizzare il meglio possibile: la virtù , la ricchezza, l’amore e la vita spirituale. La virtù e il successo materiale ( collegati a un buon matrimonio, alle virtù comuni e all’osservanza delle regole e delle convenzioni sociali) legano al mondo, mentre l’amore e la vita spirituale fanno uscire dai legami del mondo e sono l’immagine l’uno dell’altro.

Ogni esperienza erotica è anche esperienza simbolica, e l’estasi che si sperimenta nell’atto d’amore si pone in un rapporto di consonanza con la beatitudine divina. L’amore che più avvicina al divino è l’amore libero, libero come il vento di montagna, non vincolato dai doveri sociali e di casta, legati alla riproduzione. O vincolato al Pacs, questa assurdità che distruggerebbe il diritto di famiglia.

In un vertiginoso rimando di simboli, il maschile e il femminile si alternano in ogni essere creato e ogni voluttà è un riflesso della beatitudine divina.

Il corpo ne è il mediatore indispensabile: nel punto, intenso e feroce, in cui la vita va al di là. ( Punto limite conosciuto come bindu, nel linguaggio tecnico dello yoga).

La gioia è saper cogliere l’essenza dell’esperienza, ovvero la consapevolezza della vera natura beata, immacolata e aperta dell’universo ( che non è solo questa grande e scintillante metafora che ancora per poco sembra contenerci, ma esistenza e intelligenza).

LA RADIANZA PRIMORDIALE

L’esperienza di questa altissima energia non cercata, ma donata, che è la vita ad ogni istante nuova, sorgente – la cui vividezza crediamo di poter ridurre al “sessuale” ( questa rottura permanente della spina dorsale), o addirittura ridurre a gestione socialdemocratica dei cosiddetti “bisogni della gente” – ha un tono di meraviglia e di sorpresa che sembra assolutamente distinto dal tono dell’esperienza ordinaria. Lo sanno gli amanti nei momenti di piacere, di amore, di contemplazione della bellezza.

" Nell’amore mistico – scrive Daniélou – ogni essere è androgino. E’ al tempo stesso attivo e passivo, amante uomo e amante donna. Anche nel misticismo occidentale, alcuni santi hanno coltivato la loro natura femminile per meglio avvicinarsi all’amante divino. "Lì mi dette il suo petto – scrive ad esempio San Giovanni della Croce – lì una scienza mi infuse soporosa – ed io a lui mi detti, senza tralasciar cosa – e gli promisi allora d’esser sua sposa".

Gli psicoanalisti parlerebbero di fantasma di godimento femminile. Ma nel mistico, come nell’amante, il sistema nervoso – mediatore indispensabile di ogni esperienza estatica – è vicinissimo, quasi un “roveto ardente, e il rapimento che si vive appare in sé assolutamente indicibile. Da qui lo slittamento d’ogni discorso che evocando erotismo ed esperienza mistica, tocca una resistenza di fondo della nostra cultura, che è quasi il rifiuto di "una potenza antropologica avvertita – come notava Elvio Fachinelli ne La mente estatica ( Adelphi, 1989) – come incompatibile e dissolvitrice".

Sorprendente e persino urtante per l’Occidente, prigioniero della sua concezione astratta della superiorità dell’intelletto, i metodi corporali dello yoga adombrati nelle sculture erotiche del tempio indù, mostrano che la beatitudine divina non è separabile dal piacere, ma che anzi essa è sepolta e come dormiente alla base del corpo e dei suoi centri sottili. "L’esperienza di una luce assoluta – scrive Eliade in Mefistofele e l’androgino – può penetrare fin nelle profondità della vita organica, e scoprire anche lì, nell’essenza stessa del semen virile, la luce divina, la radianza primordiale che creò il mondo…". ( Cfr. anche Phallophanies: La chair et le sacré ). Questa gioia eccessiva, quasi un’eccedenza mistica ineliminabile da ogni vita umana, costituisce forse proprio il segreto del linguaggio.

Non possiamo qui trattare in dettaglio dello shivaismo e dei suoi "segni" erotici che rimandano a princìpi vertiginosi, a una antropologia orientale e a tecniche iniziatiche di risveglio della coscienza nirvanica. Precisiamo soltanto che lo shivaismo è all’origine dello yoga e delle pratiche tantriche a carattere sessuale che includono tutte le varianti dell’amore.

Scindere la natura dal divino e rifiutare il piacere sessuale, in qualsiasi forma esso ci si presenti, significa, per lo shivaismo, non capire niente delle forze che ci legano alla creazione e non coincidere mai con quell’ "istante di eternità" che permette, per così dire, di uscire dal mondo. Un’uscita che, secondo le tecniche corporali dello yoga, avviene in maniera labirintica, per vie traverse, gradualmente, alla maniera di un serpente che srotoli le sue spire secondo le regole della "sapienza terrestre". Oppure all’improvviso – nel punto esatto in cui ( come nell’orgasmo, ma senza stretto rapporto causale con esso, bensì di consonanza) – ci si sveglia di soprassalto dall’interno del proprio sogno.


I MILLE VOLTI DEL DIVINO

Le rappresentazioni erotiche che popolano i muri esterni e interni del tempio indù, invitano a considerare la natura del mondo così com’è. Guardando le scene esposte, coloro che tendono a credere che il mondo sia esclusivamente materiale e il sesso solo fisiologia, vengono inconsciamente influenzati dai significati interiori e nascosti, che trovano i lori simboli nelle immagini.

Dapprima vi sono le immagini dei baci, delle mani che scivolano sotto i vestiti, la stimolazione manuale fatta dagli uomini, dalle donne o dai bambini, su se stessi o sui partner; poi le immagini della penetrazione in tutte le posture immaginabili, talvolta vere e proprie acrobazie, che richiedono l’aiuto di altre comparse, ragazzi o ragazze, oltre ai due partner.

Nel tempio, asse del mondo, foresta trasfigurata in cattedrale e caverna in cui si compiono i riti magici, vediamo rappresentato il coito orale (auparashtika) , il cunnilingio, la sodomia, la masturbazione solitaria o in gruppo. E’ un groviglio di movimenti eccessivi, brancolanti, estatici, orientati verso il sol levante, affinché i raggi del sole colpiscano l’immagine in fondo al santuario durante certi giorni fausti.

Qui, sui muri del tempio, le donne copulano con gli animali e gli animali con uomini, con ragazzi o dèi e semidei che indossano corone. Vi sono donne all’impiedi che si offrono alle carezze delle bambine. Spesso l’omosessualità maschile è rappresentata da scene in cui almeno uno dei personaggi indossa l’abito monastico, con allusione a un rituale speciale connesso al culto di Ganesha e legato alla penetrazione anale ( adhorata, un rituale delle alte gerarchie shivaite, il cui equivalente in Occidente è "l’insufflazione di Febo" – forse praticato dai Cavalieri del Tempio).

Tutte le forme e gli atti erotici rappresentati in ogni possibile variante, hanno un senso profondo e magico che corrisponde di fatto alle diverse potenzialità del creato.

Il divino si manifesta non solo in ogni atto di procreazione, ma in ogni creazione, in ogni forma di piacere.

LA CAREZZA DEGLI DEI

I sospiri, i desideri e gli atti stessi dell’amore non sono che un sogno divino senza sostanza. Se ancora la vista di ciò che è erotico dovesse turbare o sviare il saggio dal cammino verso la perfezione, significa che egli s’illude di essersi liberato dal sesso e dai sempiterni giochi, illuminazioni e abbagli dell’amore, restandone, in realtà, inconsapevolmente schiavo.

Le carezze che, nelle immagini del tempio indù, scambiano fra di loro uomini, donne, bambini, piante, stelle, spiriti, animali e dèi, suggeriscono che è l’amore a legarci o a slegarci.

La peggiore delle schiavitù, essere schiavi dei sensi e abbagliati dall’amore, così come anche la liberazione da tutto ciò che ci vincola accade quando – nell’esperienza la più persa, la più nuda, scabrosa e suprema – scocca, insieme al seme, alle lacrime o al riso , quell’"istante di eternità" in cui l’essere e il nulla sembrano coincidere e la differenza loro sparisce.

Contemplare e praticare i giochi dell’amore in tutte le sue forme fa dunque parte dell’allenamento del saggio, della tecnica stessa della rinuncia. "Perciò queste immagini – scrive Daniélou – sono collocate sulla porta del santuario, la cui nudità interiore evocherà in seguito l’imperturbabilità, il silenzio del non-essere, meta finale di ogni esistenza".

E’ a questo vuoto come fresca traccia della Persona divina e alla beatitudine che s’irradia nell’inconto con l’Amato che tendono tutte le forze e le forme dell’amore.

Con il loro brancolante seguito d’incanti e disincanti, stupende illusioni e delusioni cocenti, gli amanti divini dai volti stilizzati con eleganza e durezza, come se fossero stati fusi nell’oro, tendono a quel punto intenso e feroce in cui la vita va al di là, nella paradossale coincidenza dell’atto umano e dell’atto divino.

Tale coincidenza, cioè l’estasi, il sacrificio di tutto ciò che qualcuno o qualcuna crede di essere, pur non derivando secondo un rapporto di causalità stretta dall’orgasmo, risuona in ogni forma di piacere e non si riduce all’egoismo del piacere. Come a chi è disponibile, aperto, intenzionato ad impregnarsi della lezione shivaita, insegnano le misteriose e stupende sculture erotiche del tempio indù. ( Ringrazio Jacques Cloirec per i suggerimenti e la preziosa collaborazione).

Note

* Come tutti i libri di Alain Danélou (1907-1994), orientalista oggi considerato tra i maggiori del Novecento, anche L’erotismo divinizzato ( tradotto per red edizioni da Greta Joris dagli originali francesi Le temple hindou e L’érotisme divinisé), non è solo un saggio di storia delle religioni, ma il rispecchiamento di un’esperienza personale: " la scoperta, in India, in questo museo della storia del mondo, della più fondamentale delle religioni". L’autore fu iniziato da un monaco errante, Swami Karpatri, in una foresta ai bordi del Gange durante la sua lunga permanenza in India. La bibliografia aggiornata dell’opera di Alain Daniélou, il cui nome indiano è Shiva Sharan, si trova nel sito internet: http://www.alaindanielou.org/

* * Raymond Burnier ( 1912-1968) che ha condiviso con Alain Daniélou la passione per l’India, è autore di quasi tutte le fotografie contenute nel libro. Le foto che rivelarono al mondo la bellezza dell’arte medievale indu sono anche un documento storico di grandissima rilevanza: ritraggono infatti sculture o edifici in gran parte distrutti dagli iconoclasti musulmani e dagli ingegnieri puritani inglesi che li consideravano osceni e ne utilizzavano colonne e capitelli per costruire ferrovie. Nel libro sono ritratte sculture che oggi, come fa notare l’editore, "complici il tempo e l’umana idiozia, non ci è dati più di vedere". Diversamente dal Mahatma Ghandi, educato in Inghilterra, che aveva inviato squadre di seguaci per ridurre in frantumi le rappresentazioni erotiche sulle facciate dei templi ( mentre il poeta Rabindranath Tagore cercava di fermare quello scempio iconoclasta), e diversamente anche dal Pandit Nerhu, molto irritato – come racconta Daniélou – dopo che questi ebbe fotografato e pubblicato un certo numero di fotografie di sculture che raffiguravano rapporti sessuali, le vere grandi anime sono libere di ogni complesso e di ogni inibizione, e saggiamente lasciano che i giochi d’amore le riempiano di gioia senza scolvolgerle.

 

monk layman 

Un monaco accarezza l’upastha di un laico in segno di saluto rispettoso (Tempio di Visvanatha, Kajuraho, India X sec.). E’ solo quando il pene (upastha) si radrizza che emette il seme, fonte di vita. Viene allora chiamato “ fallo” ( lingam) e, fin dalla preistoria, è considerato come “segno” del principio creatore, del processo tramite il quale l’Essere Supremo procrea l’universo. In un mondo consumistico e sempre più femminilizzato, il Fallo ( che dopotutto non è il pene) si è trasformato da “temibile e sacro” in   oggetto  ridicolo ( cfr. Claudio Risè, Essere uomini, la virilità in un mondo femminilizzato ( red edizioni). Per una ricerca genealogica  sulle origini della morale sessuale contemporanea, nell’attuale regime dell’ordine e della trasgressione in cui Kant si allea con Sade ,  vedi anche Le Pénis et la démoralisation de l’Occident ; tr. it. Il pene e la demoralizzazione dell’Occidente di Jean-Paul Aron (con Roger  Kempf, 1978; Sansoni 1979 ).

            Dalla rete :

[PDF] Shiva : Destroyer / Creator Dualities: Erotic Ascetic Tension of Opposites
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6 risposte a Nel tempio indu

  1. anonimo scrive:

    Ma l'immagine qui sopra è evidentemente male interpretata!

    E' famosa e ha fatto il giro del mondo e con altrettanta facilità è stata smentita non solo dai "debunkers" ma dai critici e dagli storici dell'arte e dell'induismo.

    Non vi è prova che la persona che masturba il pene dell'altra sia un uomo, tanto meno un monaco.
    Anzitutto nello shivaismo va precisato che non ci sono ordini monastici, quindi al massimo ci sono dei sadhu cioè degli asceti solitari, comunque non monaci.

    Ma la persona che sta masturbando il devoto in atto di preghiera è evidentemente una donna, come si deduce dall'acconciatura, dal seno abbozzato e dalla mancanza di pene e attributi maschili, che invece dovrebbero trasparire dati gli abiti discinti e la posizione delle gambe. Invece se guardate bene non vi sono organi maschili.

    La verità è che questa figura è una donna, probabilmente una servitrice,
    che procura piacere sessuale al devoto (che non sta pregando lei) preso in una estasi di piacere mistico-sessuale, secondo un clichè tantrico.

    Peraltro non è mai stato attestato nell'induismo tantrico, nè shivaita, nè shaktico, l'uso mi masturbare i laici da parte degli asceti in segno di rispetto!

  2. giannidemartino scrive:

    "Approches d'un moine envers un laïc qui le salue respectuesement. ( Khajuraho, Temple de Vishvanata, 10° siècle"). L'interpretazione della scultura, forse errata perché potrebbe trattarsi di una devota, è tratta da "La sculpture erotique hindu", Edition Bouchet-Chastel, Paris, 1973, pag. 202.

  3. anonimo scrive:

    Si, certamente è una immagine famosa.
    Non si contesta che sia autentica, assolutamente.
    Io ho visitato Kajuraho, e non come turista ma come indologo, e vi dico che ormai, persino le guide mostrano certe scene.

    L'immagine è certamente autentica ( e si può in effetti visionare fra le tante del complesso templare di Kajurhao). Però bisogna saper decodificare l'immagine secondo i canoni estetici e iconografici della cultura che si va a giudicare. Spesso si vedono immagini maya che vengono intepretati come segni del passaggio di astronauti!
    Idem:
    saper interpetare è una necessità dello studioso accademico.

    Le immagini qui presentate non si riferiscono a monaci (che non esistono in quanto lo shivaismo non prevede ordini monastici).

    Difficilmente poi sarebbe stato concepito un atto sessuale perchè molti sadhu vivevano e vivono in totale austerità.

    In ogni caso i rari asceti (mahasiddha) che erano autorizzati a praticare una qualche forma di Tantra sessuale (la cosiddetta "mano sinistra"), praticavano sì degli yoga sessuali ma non certo con dei "laici" cioè persone ordianarie, ma solo con compagne yogini altamente qualificate, e con le medesime iniziazioni al tantra.

    Infine è assolutamente impensabile che si concedessero ad atti omosessuali, in quanto questi non sono affatto contemplati nei tantra (i quali prevedono invece pratiche sessuali con delle yogini).

    quell'interpetazione è assolutamente fuorviante, e infatti risale ad un periodo in cui la critica d'arte erano spesso a digiuno delle tradizioni esoteriche dell'india, oppure forse suggestionata da alcune posizioni del Danielou, in effetti smentite dal mondo shiavaita, oltre che da quello universitario.

    Infine vi invito a guardare quell'immagine senza schemi interpretativi filtrati da libri o ideologie. guardate la persona che masturba il devoto, o quella che pratica una fellatio:
    vi sembra davvero un monaco?
    da cosa lo vedete?

    Eppure sono presentate secondo il modello iconografico acconciature con cui sono rappresentate le donne nelle sculture di Kajurhao, e mi riferisco al modo con cui sono acconciati i capelli (a formare due crocchie sulla testa della donna). Strano anche che il commentatore non abbia notato l'assenza del membro virile in questo presunto "monaco".

  4. anonimo scrive:

    Grazie all' 'utente anonimo" per la precisazione.
    Contrariamente a quanto sostenuto a pag 292 del libro di Danielou , (Edition Bouchet-Chastel, Paris, 1973), la figura non rappresenta "un laic", ma una laica, una devota.

    Se possibile, vorrei sapere cosa rappresenta l'altra immagini qui sopra, quella del Tempio di Chhapri –  XII sec. ( Foto di Raymond Burnier ).

  5. anonimo scrive:

    Diciamo che la figura superiore in cui viene praticata una fellatio, verosimilmente raffigura anche qui un uomo e una donna. Di sicuro è più difficile l'interpertazione in quanto la scultura è parzialmente erosa e non è chiaro il tipo di acconciatura rappresentata. Inoltre la figura è a mezzobusto dunque incompleta. Ritengo verosimile che si tratti comunque di una servitrice privata, di una cortigiana o di una amante piuttosto che di una "devota" o laica). Spesso le scene di sesso raffigurate non devono essere prese alla lettera come atti rituali ivi compiuti.
    Si tenga presente che i tantra sessuali veri, o irtuali sessuali,  erano praticati da ristrette cerchie (o "kaula") di praticanti. Un complesso templare come quello di Kajurhao era aperto al culto pubblico e necessitava di un apparato cultuale e sacerdotale di tipo religioso, diverso sociologicamente dai gruppi ristretti di tantrika operativi legati ai lignaggi segreti. E' più probabile che le immagini del tempio siano raffigurazioni simboliche dell'estasi spirituale. E'assai probabile che i culti presentassero aspetti "edulcorati" del tantra, appunto adatti ad un pubblico maggiore, a devoti e seguaci della bakhti.

    Nello specifico non credo sia un uomo, o un "monaco". a ben guardare anche qui c'è un abbozzo di seno, o comunque di rotondità e morbidezza "femminile", inoltre sempre parlando di acconciatura la figura non presenta i baffi, che in gnere erano una una nota dominante della moda maschile. Si tratta di indizi. comunque di più non possiamo avere, l'originale è abbastanza mal conservato.
    In genere tuttavia, ricordo che l'interpretazione di Danielou, non è sempre in buona fede.
    Infatti, per una sua inclinazione personale, ha su molti punti forzato la mano nel voler presentare in chiave omosessuale degi aspetti dell'iconografia o della dottrina induista, con particolare insistenza sullo shivaismo. Fatto questo che non trova riscontro alcuno nella realtà, perchè l'omosessualità in India esiste certamente – ed è anche tollerata, entro certi limti sia pure più restittivi che in occidente- ma non ha alcuno status legittimo all'interno delle tradizioni religiose indiane, nè induiste,nè buddsite, nè jaina. Il tantrismo shivaita in questo non fa eccezione. 

  6. M.Daniela Lunghi scrive:

    Quando si tratta di erotismo la differenza fra la cultura occidentale e quella indiana è sempre abissale. Danielou ha scritto libri meravigliosi sull’India di cui era profondo conoscitore, si convertì anche all’induismo. Ma qui ci si perde a discutere se la mano era maschile o femminile, e si si trattava di un monaco omosessuale e se l’0mosessualità era accettata o meno….Siamo riusciti a far vergognare delle sculture dei templi di Kajuraho e Konarak persino le guide indiane, imbarazzate a dover spiegare ai turisti il loro significato.

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