Un ricordo di Alain Daniélou

 UN RICORDO DI ALAIN DANIÉLOU

             

                      UNA VITA PER L’INDIA

IL SIGNIFICATO DEL RISVEGLIO DELL’INDUISMO SECONDO UNO DEI PIU’ EMINENTI ORIENTALISTI CONTEMPORANEI

Alain Daniélou ( 1907-1994) è stato un uomo fortunato. Nato a Neuilly da una madre aristocratica e da un padre che fu più volte ministro, trascorse gran parte dell’ infanzia in campagna con dei precettori, una biblioteca e un pianoforte; studiò in una università americana, si dedicò alla musica, alla pittura e alla danza. Prima di diventare professore all’Università indù di Benares e direttore del collegio di musica indiana, partecipò all’effervescenza artistica dell’Europa degli anni Trenta, frequentando Cocteau, Stravinsky, Diaguilev, Valéry, Gide, Benedetto Croce. Ha poi – con grande disperazione della mamma, Madeleine Clamorgan, fervente cattolica fondatrice di un ordine religioso e del fratello Jean Daniélou ordinato cardinale da Paolo VI – vissuto vent’anni in India, presso il poeta Rabindranath Tagore, dal quale si allontanò per studiare il sanscrito e la filosofia presso eminenti maestri appartenenti agli ambienti tradizionali indù.

Ufficiale della Legione d’Onore, Ufficiale dell’Ordine Nazionale del Merito, Commendatore delle Arti e delle Lettere, Professore emerito del Senato di Berlino, membro dell’Accademia di Musica dell India e della Scuola Francese d’Estremo Oriente ha ricoperto diversi incarichi anche presso l’UNESCO e pubblicato in Francia e negli Stati Uniti opere fondamentali sulla religione, la musica e la storia dell’India, di cui alcune conosciute anche dal pubblico italiano ( Shiva e Dioniso, Yoga, metodo di Reintegrazione, Storia dell’India, tradotte da Ubaldini per la collana "Civiltà dell’Oriente").

Nel gennaio del 1990 lo abbiamo incontrato insieme all’amico Felix Cossolo nello studio del Labirinto, la villa di Zagarolo, non lontano da Roma, dove viveva parte dell’anno. Lo studio rifletteva il lusso raccolto dei suoi viaggi e delle sue opere più note, diciamo, La Fantaisie des Dieux e La Sculpture erotique hindou. Assistito dal suo segretario e compagno di vita domestica Jacques Cloarec – un atletico ex para gentile e premuroso – il vecchio professor Daniélou sorrideva con occhi piccoli, infossati, eppure lucenti; le incredibili mani, delicate, scolorite da macchie brune come monetine, sfioravano di tanto in tanto i fogli del manoscritto sul tavolo da lavoro: erano i fogli della sua ultima opera in preparazione , una inedita traduzione completa del Kama sutra , un testo rivoluzionario sotto molti aspetti, che Cloarec diceva “molto atteso” dagli editori americani. Riprendo qui il testo dell’intervista, insufficientemente edita nel gennaio del 1990 per la rivista “Hot Line”, perché tocca nodi irrisolti e mi sembra ancora attuale.

INTERVISTA CON ALAIN DANIÉLOU

Professor Daniélou, recentemente Bernard Pivot, il conduttore di ‘Apostrophe’, l’ha definita un marginale di successo…

"Forse perchè, fin dall’infanzia, non mi sono mai interessato alla società borghese in cui avrei potuto trovare facilmente un posto. Ho sempre fatto cose che per la mia famiglia erano scandalose e fuori dagli schemi borghesi, cose in cui ho avuto abbastanza successo."

Sono stati i suoi interessi per la musica e la danza a portarla in India ?

" Ci sono capitato per caso durante un viaggio in Afghanistan. Era il 1932, avevo ventiquattro anni e non avevo mai pensato all’India. L’ho trovata stupenda e ci sono ritornato per restarvi vent’anni. Vi ho trovato una civiltà dove c’era una libertà di vivere, di pensare e di essere, e una bellezza straordinaria degli esseri umani."

E’ in India che ha scoperto il culto dell’amore mescolato al sentimento del divino ?

L’avevo sempre pensato. E’ nell’amore, nella bellezza del corpo e nell’intensità del piacere che si è più vicini alla felicità dello stato divino. In India ho trovato che il rapporto tra l’amore fisico e la vita spirituale veniva considerato come una realtà fondamentale. Nell’induismo il successo del viaggio della vita risiede in quattro cose da realizzare il meglio possibile: la virtù, la ricchezza, l’amore e la vita spirituale. La virtù e il successo materiale legano al mondo, mentre l’amore e la vita spirituale fanno uscire dai legami del mondo e sono l’immagine l’uno dell’altro. La beatitudine divina è in un rapporto di consonanza con l’estasi che si sperimenta nell’atto d’amore."

E’ quel che oggi sostiene anche una teologa cattolica,  Maria Caterina Jacobelli , per la quale "il sesso è il segno di una realtà sacra", battendo così in breccia uno dei più antichi tabù della Chiesa: il piacere del corpo. Naturalmente si tratta solo del piacere eterosessuale consacrato dal matrimonio."

" Nell’induismo invece è proprio il contrario. Il sesso che più avvicina al divino non è quello matrimoniale, ma l’amore libero, non vincolato dai doveri sociali e di casta legati alla riproduzione."

Anche il piacere omosessuale è una via d’accesso al divino ?

Non è niente di speciale. L’amore è l’amore, dove uno sente la beatitudine più grande lì c’è l’amore. Non essendo legato alla riproduzione e agli obblighi familiari, l’amore omosessuale è un amore più puro, più disinteressato. In India vi sono più problemi a far l’amore con una donna, perchè vi è implicata la riproduzione. Le prostitute hanno un ruolo molto importante ed è attraverso di esse che passa la tradizione artistica. Quando uno realizza, come nello shivaismo, che l’organo sessuale maschile è l’immagine dell’essere creatore divino, allora può iniziare a capire qualcosa delle forze naturali che lo legano e incominciare a liberarsi."

Alcuni mistici cristiani, penso a santa Teresa o a san Giovanni della Croce, sono esempi di persone che sembrano vivere l’atto sessuale come molto vicino all’amore divino.

" Sì, ma separando corpo e spirito i cristiani hanno perso il senso del divino nel mondo. Pensano che Dio sia una persona separata dal mondo. Chi invece cerca di capire i segreti della natura e percepisce la presenza del divino, Lo trova in ogni atto della vita."

Si può dire che ha anticipato la ricerca degli hippies e il viaggio in India degli anni Sessanta.

" Sì, ma con la differenza che non sono mai stato un vagabondo. Anche in India ho avuto la possibilità di vivere e di studiare in un ambiente colto e lussuoso: quello aristocratico dei brahmana. Non ho mai avuto a che fare con gli ashram di massa che vanno di moda oggi. I commercianti di pseudo-spiritualità mescolano tutto e non appartengono alla tradizione dell’induismo. L’insegnamento tradizionale è riservato e segreto , richiede molti studi e passa da maestro a discepolo."

Lei è stato allievo di Swami Karpatri, il monaco all’origine del Dharma Sangha , il movimento per la difesa dell’induismo da cui ha avuto origine il partito politico Jana Sangha (Bharatiya Janata Party), che controbilanciava l’espansionismo della Lega musulmana ( Cfr. Vicious Islamic Onslaught on India – Negation of Indian History ) e oggi si oppone alla politica di occidentalizzazione culturale del paese voluto dal partito del Congresso. ( cfr. Un Autre Regard-Chapitre 10 : Le nationalisme indien).

" Il Jana Sangha è una forza molto importante nella politica indiana, è l’espressione politica del movimento induista che ha sempre lottato contro l’invasione di idee europee rappresentate da Nerhu e da Gandhi.

Fondato da monaci, da brahmana e da intellettuali raccoglie persone di tutte le caste ed è molto popolare. Si oppone a tutti quei movimenti creati all’inizio del secolo, che hanno voluto interpretare la tradizione riconducendola ad idee occidentali, senza rispettarne l’originale complessità, la sua alterità. Parlo di movimenti di gente come Aurobindo, per esempio, o dello  stesso Gandhi considerato come un "diavolo" negli ambienti tradizionali induisti. A mettere fiori ai balconi e nelle strade in tutta la città di Benares e a far festa quando purtroppo fu assassinato non fu la gente ricca, ma tutto il popolo."

Il risveglio dell’induismo radicale ha ancora fatto migliaia di morti nel paese della non-violenza.

"I disordini derivano dal fallimento del consenso popolare basato sulla secolarizzazione e costruito da Nerhu all’indomani dell’indipendenza. I politici imbevuti di idee astratte vogliono di nuovo negare il rapporto tra le caste e le professioni. Si tratta di leggi che non funzionano, perchè non si può prendere gente di un popolo e metterlo al posto di un altro. L’ordinamento castale viene spesso presentato come una forma di tirannia e d’ingiustizia. Ma occorre vedere le cose nella loro prospettiva storica. L’India è un insieme di particolarità, di razze, di lingue, di culture diverse in cui tradizionalmente c’è posto per tutti, a patto che ciascuno stia al suo posto. Pochi capiscono che questo è il solo modo di permettere a certe etnie e a certe culture e religioni di sopravvivere e anche di prosperare in un mondo diverso dal loro. Solo un sistema di restrizioni, peraltro facile da osservare, che impedisce a una cultura o a una casta di calpestare le altre, può stabilire un modo di coesistenza pacifica e di cooperazione fra gruppi diversi che vivono mescolati e fianco a fianco. E’ certo che, come tutti i sistemi, anche quello tradizionale delle caste può dar luogo a degli abusi, ma non bisogna esagerarne l’importanza. Nelle città moderne occidentali si pretende d’ignorare la realtà della divisione sociale. Condizioni di vita come quelle delle bidonvilles in Francia o degli slums negli USA sono impensabili nel sistema indù tradizionale in cui ogni gruppo etnico, ogni professione, anche la più umile ha diritti e privilegi. Oggi, come un tempo hanno fatto gli inglesi, vengono alimentati in modo artificiale e crudele i conflitti tra musulmani e indù, aggravati dai milioni di rifugiati del Bangladesh e del Punjab. Quando s’incomincia a destabilizzare un paese creando tutti questi movimenti succede che c’ è gente che cerca di approfittarne."

Anche in India, come in Medio Oriente, si rischia di soccombere al fanatismo. Come vede il futuro dell’India ?

" E’ difficile dirlo. Credo che finalmente non si potrà distruggere l’induismo. Come al tempo dell’arrivo degli Ariani che ridussero in schiavitù le popolazioni autoctone, oggi si sono di nuovo creati dei gruppi di occidentalizzati che hanno il potere e cercano di distruggere la cultura tradizionale. Cosa succederà in tempi vicini è difficile dirlo, ci saranno ancora conflitti, divisioni in tutti i campi. Hanno voluto fare dell’hindi la lingua universale del paese, ma i paesi del Sud resistono da 3OOO anni a questo gruppo linguistico per mantenere la loro lingua. Sorgeranno sempre nuovi conflitti e fino a che non si ritroverà un certo equilibrio tradizionale in India non ci sarà pace."

Qualcuno pensa che nell’era delle telecomunicazioni via satellite, anche in India prima o poi tutti i contrasti e le diversità si fonderanno nello spazio.

" C’è un grande principio nella filosofia indiana: la differenza è la vita, l’eguaglianza è la morte. Quando le differenze spariscono e tutto diventa uguale, tutte le società muoiono. Negare la molteplicità di differenze e non rispettarle significa negare la realtà viva e molteplice della Creazione, delle società e del mondo.”

In seguito all’intervento del governo attuale della Cina, l’Unesco ha rinviato la reidizione del disco di musica religiosa tibetana da lei realizzato in qualità di editore generale delle collezioni Unesco di collezioni di musica tradizionale.

"Queste collezioni, alle quali ho consacrato più di quindici anni di ricerche e che considero come una delle realizzazioni essenziali della mia vita, avevano lo scopo di sostenere e d’incoraggiare tradizioni culturali di alto valore oggi minacciate di estinzione, dando loro una risonanza internazionale. Il Tibet è oggi vittima di un genocidio materiale e culturale . Il silenzio dell’Unesco, in queste circostanze, è una forma particolarmente perfida di assenso, al quale mi trovo mio malgrado associato e al quale mi oppongo con grande veemenza."

Biografia, bibliografia e approfondimenti sullo scrittore indianista:

Alain Daniélou – Un sito dedicato alla vita di Alain Daniélou
IL FONDO DANIÉLOU- Archivi Fondazione Cini

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