La bellezza dell'incompiuto

 LA BELLEZZA DELL’INCOMPIUTO

 

« Cristo è “l'eternamente giovane”, ed è quindi la guida migliore per i ragazzi e le ragazze del nostro tempo » ( Benedetto XVI, Lisbona, maggio 2010).

 « La maturité est un masque. Le groupe des adultes, qui m’a adopté, surveille mes gestes, ma vie entière. Il m’aide à ne pas retourner en deçà de la frontière qui me sépare désormais, et pour toujours de mon enfance. Je dois à chaque instant paraître adulte. (…) Dans les rencontres, il me faut cacher ces hésitations, ce tâtonnement, qui seraient considérés comme des signes inacceptables d’immaturité. (…) L’adulte, c’est d’abord un accomplissement définitif. Pour lui d’ordinaire, les jeux sont faits. Son univers est un monde fixe  (…) » (Georges Lapassade, L'entrée dans la vie.Essai sur l'inachèvement de l'homme,  Préface de la 2nd édition, Paris, Anthropos, 1997, page XIX).

«Per me la gioventù non è tanto ingenua. Ma mi sembra che l’unica cosa che ci resta sia comunque la gioventù: una cosa divina. […] Entriamo in un mondo nel quale la personalità si perde, tutto va in frantumi, e ciò che rimane è sempre questo incanto che nasce dal basso, la forza biologica dell’umanità che si rinnova. È per questo che insisto su tale tema. La gioventù diventa la sola speranza, la sola bellezza: l’unico rinnovamento» (Witold Gombrowicz, in Piero Sanavio, Gombrowicz: la forma e il rito, Padova, Marsilio editori, 1974, p. 22).

Il volo della Fenice

IL VOLO DELLA FENICE

 

Gli altari in rovina sono abitati dai demoni
(E. Junger, Blatter una Steine).

Nel corso di un dibattito sulla letteratura vampirica ( nel blog letteratitudine di Massimo Maugeri) , è stata, tra l’altro, evocata la figura della fenice. Uccello mitico a metà tra un’aquila e un airone, di colore rosso sangue, capace di ricostruirsi ciclicamente dalle proprie ceneri, la fenice è cara al cuore di numerosi scrittori, pittori e musicisti.

Ovidio ne parla nelle Metamorfosi (XV 391- 408) e Dante Alighieri evoca proprio la fenice ovidiana  in relazione con la metamorfosi infernale del dannato Vanni Fucci,  che morso alla nuca da un serpente  in un istante si incenerisce e subito rinasce nelle sue fattezze precedenti.

L’incenerimento e la rinascita  sono illustrati da una similitudine che apparenta il dannato alla fenice:

«Così per li gran savi si confessa / che la fenice more e poi rinasce, / quando al cinquecentesimo anno appressa; // erba né biado in sua vita non pasce, / ma sol d’incenso lagrime e d’amomo, / e nardo e mirra son l’ultime fasce» (Inf. XXIV 106-111).

Nel corso dell’evoluzione del mito della fenice ( già menzionato dal poeta Esiodo e descritto nel quinto secolo a.C. da Erodoto, che collega l’Araba Fenice all’immarcescibilità dell’incenso) , questo uccello solare entra anche nel bestiario allegorico cristiano come figura di Cristo, della sua morte e risurrezione, e del cristiano destinato a risuscitare dopo la morte alla vita eterna.
Il tema cristiano della trasformazione del corpo mortale a immagine del  “corpo di gloria” del Cristo-Fenice annuncia una immortalità sovrannaturale e non ciclica.
L’immortale dannato Vanni Fucci rappresentato da Dante è invece soggetto alle metamorfosi in un giro senza fine di morti e resurrezioni continue, vale a dire senza misericordia.

La parodia infernale della Fenice cristiana  è una immortalità vana, ripetitiva e crudele come quella della natura, tautologica come quella del serpente Uroboro, mitica e artistica come quella  della fenice della lettura ovidiana – e infine fragile, disperata e malefica come l’immortalità del vampiro.
Anche nei racconti di vampiri vi sono tombe vuote. E, nell’attesa di essere invitato ad entrare, un fantasma a un tempo noto e inaspettato  ( quasi un’ombrosa parodia del Risorto) si tiene malinconicamente alla porta  e bussa mordendo il vuoto.

SOFFIARE SULLE CENERI

In un giro  senza fine  di morti e resurrezioni nello spazio bianco,  anche il movimento della scrittura apre, in qualche modo, a metamorfosi significative e quasi deliranti .
Fra morsi, rimorsi e quello che per tranquillità chiamiamo l’Inconscio o il “ritorno del rimosso”, il movimento vivente della scrittura esprime, anzi sprigiona le scintille di  uno strano fuoco. E andando oltre, sempre oltre, forse andando incontro all’ imprevisto, esprime il desiderio di uno spazio di non-morte. 

E’ come se le parole fossero pipistrelli in volo verso i lettori per rinsanguarsi. E il Vampiro  il gemello oscuro che questo o quell’autore invia, al suo posto, nel mondo.

Sembravano voler andare chissà dove, le parole, ed eccole invece ritornare come disertori…

A volte  le parole sembrano niente altro che  cenere. Le ceneri della Fenice. Perlomeno così pare, finché non incontrano un lettore attivo, diventando le rivelatrici di una Cosa ardente e come proveniente da molto lontano che cerca di farsi strada, e talvolta vi riesce – per quanto possa sembrare inaudito o subito rimosso.

Le parole che sembravano abitate dal fuoco di  una presenza, “come un biblico roveto ardente” ( Antonio Spadaro, in L’altro fuoco: l’esperienza della letteratura, Jaca Book, Milano, 2009), ora non sono altro che macchie d’inchiostro o bit che sbiadiscono con il tempo. E’ come se il libro fosse stato bucato dal fuoco del cielo.

Esporsi al vento del numinoso e delle tensioni fondamentali, così come soffiare sulle  ceneri del già detto  per far ri-prendere il volo alle parole è un lavoro  a un tempo delicato e rischioso. Occorre un punto di vista sufficientemente elevato, un’altezza che dipende da questo o quell’autore.
Giordano Bruno, per esempio, dopo una pericolosa scalata di sesto grado superiore, non resiste al rischio e al vizio della chiaroveggenza ed  evoca la fenice  definendola : “Unico augel del sol”.
 E “immortal, innocente, unico augello”, la chiama Torquato Tasso nel Mondo creato, “che della morte sua rinasce e vive”, di se stesso erede.Rovesciando una tradizione millenaria che la vuole unica e asessuata, nel breve, oscuro poemetto, La Fenice e la Tortora, Shakespeare darà  invece una compagna al favoloso uccello d’ Arabia, facendone un’ allegoria della perfetta unione d’ amore.

Baudelaire, invece, alle soglie dell’afasia, incontrerà  la fenice nella forma del disincanto e dell’ “ala dell’imbecillità che passa”. Più recentemente, nel romanzo Ucciderò Mefisto, lo scrittore Valter Binaghi narra dell’irruzione di una specie di fenice , l’airone, portatrice di istanze  “sacre” nella vita diFausto Blangé, che ne viene travolta.

Scrivere della fenice è la scrittura meno gratuita che esista, la più pericolosa. Come giocare con il fuoco, se non con la Cosa di Mosé.  Parafrasando Oscar Wilde :  “Il grande vantaggio del giocare col fuoco è che non ci si scotta mai. Sono solo coloro che non sanno giocarci che si bruciano del tutto”.

E’ come se ogni volta le ceneri della Fenice generassero un altro uccello-fenice, se non un altro Icaro. Oltre il tricotage sul buco del reale e nel simbolico, nessun nome tiene. Ad ogni ascensione/accensione dell’animale fantastico verso il sole un nome cede a un altro nome, ridotto in cenere per subito risollevarsi dalle sue ceneri.

Che strano uccello ! Mentre “Icaro” cade, metaforicamente, sulla pagina, Giordano Bruno saliva veramente al rogo –  anche e non solo per aver sognato molta legna da ardere e scritto di una fenice.

Dove anche la fenice cade, scrivere è diventare cenere d’autore – un’incenerazione del corpo dei significanti.

Se non fosse per il lavoro della metafora ( il fuoco che cova sotto le ceneri della Fenice), oltre che per il lavoro della memoria, dell’immaginazione e del simbolico, le parole non potrebbero, per così dire, ritornare in vita, prendere fuoco e propagarsi, ri-accendendosi le une dopo le altre e proiettando – nel momento in cui le si pronuncia – scintille di significanti secondari che accendono altri focolai. E’ quanto accade specialmente per la parola letteraria,  poetica.

Affinché rinasca la Fenice, occorre che un lettore attivo (non dico grande, ma non fiacco) soffi sulla brace delle parole e l’accensione si propaghi verso altri lettori che, a loro volta…vi rispondano con la propria storia, il proprio linguaggio, la propria libertà.

Ma poiché molte sono le storie possibili, o anche impossibili, e linguaggio e libertà cambiano infinitamente, la risposta a uno scrittore non può che essere infinita.
Con altre parole, volendo riprendere la questione della fenice con le parole di Roland Barthes: “on ne cesse jamais de répondre à ce qui a été écrit hors de toute réponse : affirmés, puis mis en rivalité, puis remplacés, les sens passent, la question demeure. ( Roland Barthes, Sur Racine, Seuil ed, 1963, p.11. ” Non si finisce mai di rispondere a quello che è stato scritto fuori da ogni risposta: affermati, poi messi in rivalità, poi rimpiazzati, i sensi passano, la questione resta”).”

Imbattersi nel mistero del Forno-Fenice  e  ardere senza bruciare, non è forse la paura, la folle speranza e l’arcana, fragile  felicità della fenice?  Forse è la scintilla e l’ala di un altro desiderio,  più alto delle stelle, più sottile di uno spirito e più veloce della morte.

E’ un’angoscia più intensa della gioia,
è il dolore della Risurrezione,
quando le schiere dal rapito volto
di là dal nostro dubbio nuovamente s’incontrino.
E’ l’estasi violenta che scuoterà la tomba,
quando il sudario allenterà la stretta
e creature vestite di miracolo
saliranno a due a due.

Da Emily Dickinson “Poesie”
D’altra parte è anche vero – come suggeriva anche Freud  - che  quello che non si può raggiungere a volo, talvolta lo si può raggiungere  zoppicando. Sognare la fenice e zoppicare  non è peccato.

In ogni caso, come chi nasconde il proprio folle muore senza voce, così chiunque non diventi cenere mai risorgerà con la Fenice.

 La Fenice
da Prodigiorum ac ostentorum chronicon (1557) di Licostene (1518–1561)

Il lavello del pittore

MACCHIE D’ACQUA
 
"Quello non sarà universale che non ama egualmente tutte le cose che si contengono nella pittura; come se uno non gli piace i paesi, esso stima quelli esser cosa di breve e semplice investigazione, come disse il nostro Botticella, che tale studio era vano, perché col solo gettare di una spugna piena di diversi colori in un muro, essa lascia in esso muro una macchia, dove si vede un bel paese. Egli è ben vero che in tale macchia si vedono varie invenzioni di ciò che l’uomo vuole cercare in quella, cioè teste d’uomini, diversi animali, battaglie, scogli, mari, nuvoli e boschi ed altre simili cose; e fa come il suono delle campane, nelle quali si può intendere quelle dire quel che a te pare. Ma ancora ch’esse macchie ti dieno invenzione, esse non t’insegnano finire nessun particolare. E questo tal pittore fece tristissimi paesi. "  (LEONARDO DA VINCI - da " Il Trattato della Pittura")
.
 
 Lucian Freud – Two Japanese Wrestlers by a Sink, 1983-87 – Olio su tela
 
Lo straordinario quadro di Lucian Freud intitolato “Due lottatori giapponesi e lavello” rappresenta il lavello dello studio del pittore.  Il titolo è piuttosto enigmatico, se non ironico: allude infatti anche a “due lottatori giapponesi” che non si vedono e non si sa cosa abbiano a che fare con il lavello del pittore… Come tutte le nature morte, il quadro  evoca presenze scomparse ( non a caso questo genere pittorico – sviluppatosi inizialmente in epoca ellenistica con mosaici di pavimento rappresentati resti di cibo , e affermatosi poi nel ‘600 e nel ‘700 nella raffigurazione di figure inanimate come frutta, o selvaggina morta – è ricollegabile al culto dei morti: il cibo caduto da tavola era destinato ai famigliari defunti).
.
Le macchie che restano sul bianco delle mattonelle, fanno pensare al pittore e alle persone che hanno utilizzato il lavello nel corso del tempo. Mi colpisce anche l’acqua che scorre dai due rubinetti: lo sguardo va verso il bocchettone di scarico… e sembra quasi di sentire l’eco del risucchio… ( “un’eco spaventosa”, direbbe Walter Benjamin – quando evoca “la traccia del risucchio” a proposito di certe vecchie fotografie ingiallite, con quel tipico insondabile alone dove sembrano svanire tante care immagini…).  
.
Quello che forse non si può dire perché è infinitamente perduto, lontanissimo, e nello stesso tempo, è troppo vicino al cuore, un pittore talvolta può mostrarlo.  Con Two Japanese Wrestlers by a Sink, il pittore mostra, maliconicamente e con ironia, che tutti, non solo i pittori decisivi, alla fine lasciamo una macchia e l’acqua che scorre…
 

Sognare di volare

THALASSA
 SOGNARE DI VOLARE
 
Non ci si bagna due volte nello stesso fiume perché già l’essere umano,
nel profondo, ha il destino dell’acqua che scorre. ( Eraclito)
                                                                                                             
 [APESANTEUR.jpg]
 
 Quelli che Freud considerava flugträume (sogni di volare), «devono essere considerati come una ripetizione del primissimo rapporto madre-bambino, o di una ancor più precoce esistenza intrauterina durante la quale (… ) galleggiano nel liquido amniotico senza dover portare praticamente nessun peso».
 
Nessun peso ? Sarebbe bello restare per sempre a pensione da mamma, e fare dodo in una stanza in cui non fare entrare mai nessuno, nemmeno il babbo. Fuori dai coglioni di tutti ! Magari in un utero caldo e accogliente: cullati e nutriti, in  simbiosi per tutta la vita …Ma questo non può accadere, perché la mamma ne morirebbe – e con lei  anche il piccolo subacqueo o fratello-feto allucinato. Nascere è una rottura.
 
… Riprendendo la favola dell’androgino sferico primordiale narrata da Aristofane nel Banchetto di Platone, Lacan analizza il bisogno in correlazione alla mancanza, e trasforma con umorismo la mancanza in hommelette. Così come non si fa la frittata (ommelette) senza rompere le uova, non si diventa soggetto uomo ( homme) senza passare per l’hommelette – vale a dire per la frattura dell’uovo-placenta  come oggetto primordiale perduto.
 
L’oggetto della prima perdita sarebbe un organo quasi magico che la pulsione ( la forza organica), intercalandosi tra il bisogno e il desiderio, cercherebbe di raggiungere negli oggetti e negli altri individui, per sopprimere ogni stato di tensione. (  Se per soddisfare il bisogno di mangiare basta essere uno, per soddisfare il bisogno di sesso e di amore occorre essere perlomeno in due. Naturalmente è proprio l’altro individuo a costituire gran parte del problema.)
 
Intervenendo nello psichismo umano per mezzo di una rappresentazione, questa forza organica ( Eros, per Platone), affiora come libido; e può essere rappresentata, secondo Lacan, dalla mitica lamella-placenta che ritorna, anche in sogno, ad avvolgere colui che l’ha perduta. Ritorna nel vecchio sogno del matrimonio, per esempio, spesso rappresentato da una bella stufa calda… Oppure, volendo, ritorna come pulsione di morte nel sogno, ricorrente nei cosiddetti kamikaze, del paradiso delle urì ( « un mondo stellare » dove – come ci assicura Pietro Citati – « non esiste colpa, non esiste sesso, non esiste storia, esiste solo una beatitudine infinita. » Boum !
 
Al limite – come sostiene lo psicoanalista Sàndor Ferenczi, nel suo libro Thalassa – l’agognato ricongiungimento al corpo materno e al liquido delle origini si potrebbe riprodurre realmente, seppur simbolicamente e parzialmente, solo nel rapporto sessuale.
 
… Attirato dall’odore marino, salino, della vagina ( « odore di aringa in salamoia », scrive Ferenczi) il desiderio di regressione thalassica ( o anche di ripresa del passato acquatico, perché no ? ) si realizzerebbe nel coito e nella transe orgasmatica, ma solo per una piccola parte del corpo maschile : il pene ( non a caso detto "pesce") ; mentre si realizzerebbe  invece totalmente per quanto riguarda il suo seme : «lo spermatozoo penetra nel micropilo dell’uovo come il pene penetra nella vagina; si sarebbe tentati di denominare, quanto meno nel momento dell’accoppiamento, il corpo del maschio megasperma e quello della femmina megaovulo».

Stabilendo un’equivalenza immaginaria pene-seme-bambino, secondo un modello penetrativo e generativo della sessualità maschile, Sàndor Ferenczi non ci spiega perché le donne fanno l’amore con gli uomini, attratte da quel loro tipico odore di scimpanzé. O meglio, Ferenczi sostiene, non senza qualche difficoltà, che anche la donna può soddisfare il suo desiderio di ritorno al corpo materno e all’origine acquatica, identificandosi con l’uomo prima, con il feto ( allucinato ) poi. [Si veda Thalassa. Saggio sulla teoria della genitalità, di Sándor Ferenczi (1924), Raffaello Cortina Editore, Milano 1993 ; citato in Odori di Gianni De Martino, Apogeo-Urra, Milano, 2006.  Nell'edizione ungherese, del 1932, il saggio di Ferenczi era stato intitolato Funzione delle catastrofi nell'evoluzione della vita sessuale ].

La nascita  è una catastrofe simile alla morte, una rottura necessaria e faticosa. E l’apparizione della luce, vale a dire dell’immaginario che struttura lo psichismo umano, è simile a una caduta dolorosa fra illuminazione e abbaglio ( dove tutto è molto chiaro, ma anche le idee più chiare, forse soprattutto quelle, brillano su sfondo oscuro. ) Se infatti la luce si trasforma in « giorno », non tutte le tenebre si trasformano in « notte » senza un resto di abisso…
 
… Così, tra vette o baratri, nonostante “l’immensa stanchezza del corpo" ( come osserva Deleuze, a proposito di certi quadri di Lucien Freud ), il desiderio riprende le ali. E in un corpo prudente, impaurito e che invecchia,  nasce – ancora una volta – il sogno di volare ! Forse questione di uno strano desiderio di mare, di cielo… d’immaginario che più non trascina o spinge, di nervi che non pesano più. Insomma, fuori di sé e in risonanza estatica, non in un rapporto di causalità stretta, con il gorgo vuoto del godimento sessuale.
Tra culla e bara, vale a dire fra due pulsioni, affiora il desiderio – ineliminabile da ogni vita umana – di uno spazio di non-morte. Sembrerebbe godimento oltre il godimento : la danza lieve e immacolata dei pesci e dei beati – forse una ripresa possibile. 
 
In ogni caso, un « non so che » d’infinito si fa strada già in utero, affiora dall’ “ombelico dei sogni”;  e riprendendosi in forma – sempre singolare – di strana fedeltà alla vita, fiorisce talvolta sul terreno della poesia, della follia e della fede. Più fedele alla vita di quanto la vita non lo sia a se stessa, una tale fedeltà all’infinito della vita accoglie un altro desiderio,  apparentemente più alto e più veloce della morte abituale. E genera una fragile felicità. Forse la gioia resta – nonostante, o forse proprio attraverso la rottura di tante uova nel paniere.
 
D’altra parte, la veglia della ragione genera ben altri mostri. E il nostro tempo, il tempo della gestione ottimale dei cosiddetti bisogni, produce un nuovo mito : quello dell’utero artificiale. Con la produzione dell’essere umano attraverso la scienza e la tecnica, non si pensa forse di eliminare definitamente l’utero-lamella ? Fabbricare un uovo perfetto che non si romperebbe mai. Ora  l’ « ombelico dei sogni » è una specie di apertura, a partire dalla quale tutto quello che fiorisce nell’inconscio si diffonde come il « micelio attorno a un punto centrale » (Lacan).
Riempendo i buchi, tutti i buchi, proprio come fa la morte, si vorrebbe esternizzare l’uovo e perfezionarlo, renderlo virtuale. Per eternizzare il transitorio occorre sopprimere l’utero, la placenta, la lamella, e ovviamente l’uomo o l’hommelette : basta con l’inconscio ! Ecco il messaggio : che niente più sfugga da quest’uovo e dalla fragile felicità che resta nell’uovo rotto, soprattutto non sfugga una lamella che verrebbe ad avvolgerci la notte e farci sognare dell’altro.
Ma la lamella è imprendibile, diffusa ovunque e in nessun luogo. Platone la collegava alla mancanza ed evocava Eros ( figlio dell’Indigenza e dell’Industriosità). Con termine che ormai sembra banale, se non banalizzato, si potrebbe anche dire « amore » ( tutti gli innamorati dicono "I love you"). E’ quello che chiamiamo, per tranquillità, « la pulsione umana », « la libido » che sopravviene fin dalla nascita e scompare alla morte.
Ma sparisce davvero ?
 
Simile a una tomba vuota, un uovo bianchissimo impalpabilmente viene ad avvolgerci, specialmente la notte. Viene a dirci « addio » persino in sogno, ma poi ritorna quando meno ce lo si aspetta. Per esempionell’inquietante stranezza, l’ “Unheimlich” dei poeti. O perlomeno di quello che oggi resta dei poeti.
Della creatura tagliata dal prima e dal dopo,  restano - oltre alle forse inevitabili macchie che ogni creatura o hommelette lascia, alla fine – restano le tracce marine, saline, di ciò che è stato e la tensione verso il futuro – in un tempo lacerato tra la stanchezza e l’attesa.
Scrivere è attesa non inerte. Comporta la sorpresa e il rischio di toccare quello che è immerso nel mare e i flussi e i riflussi delle maree irregolari.
Il mare, simbolo della madre, è popolato da ninfe che parlano e fanno salire la scrittura, mentre l’umido spunta al bordo degli occhi che sorvegliano le parole, non solo le emozioni e i sentimenti… Il tempo della siccità interminabile forse potrebbe finire. E anche l’interminabile potrebbe cedere.
 Malgrado la perdita di te sia infinita, resta – nella vita, così come nella scrittura – il sogno di riabbracciarti perlomeno in sogno, e di volare. Ma è forse soprattutto nelle altezze, che occorre rinunciare anche a questo sogno di fusione. E, tendendo le mani per altro che per prendere, lasciar passare questo imperfetto abbraccio con il mare e il cielo.
 
Sulla riva, ormai asciutta, dei tuoi sogni, passa la storia di un piccolo subacqueo, forse ipertrofico. Era dove qualcuno – più spesso qualcuna –  sentiva battere un cuore e scorrere l’acqua… Chi vive ?
 
 magritte-3.1261814581.jpg
Magritte


Colonna sonora
Non so volare 

  

Mondo Marcio (2004 ).  Dall’album d’esordio di Mondo Marcio, pseudonimo di Gianmarco Marcello, giovane rapper milanese, generato dal mondo hip-hop italiano.
 
 
ma ti giuro che una volta ci sono stato in alto
troppo lontano per poterci tornare, c’era
un marcio che mi sembrava un angelo bianco
al mio fianco e mi stava accanto tra le stelle e il mare
guardavo il mondo girare senza nessun rimpianto
c’era soltanto nuova terra da coltivare
un solo popolo una sola anima e nient’altro
e uomo sapevo di sognare, un marcio non sa volare…
 
«… Riesci quasi a trovarci un senso in tutto questo. Finché un giorno non arrivano loro,
 i fantasmi… » .


Piccoli ipertrofici

PICCOLI IPERTROFICI
HOMMELETTE FOR HAMLET
 

… Et j’ veux aller là-bas

Fair’ dodo z’avec elle…
Mon coeur bat, bat, bat, bat…
Dis, Maman, tu m’appelles ?
 
Jules Laforgue,
 
… Non esiste più la placenta, perlomeno così pare, eppure l’avvolgente lamella ( il mitico organo della libido, derivato dalla prima perdita o mancanza radicale, secondo Lacan*) talvolta ritorna per permettere al soggetto allucinato o addormentato di realizzare il suo desiderio di ritrovare il seno della madre e il mare, perlomeno in sogno…
 
Poi – confondendosi con il bisogno più elementare – sfugge di nuovo per infiltrarsi in tutti gli orifizi del corpo e nelle aperture ( beances) dello psichismo. E articolandosi al linguaggio come una specie di bianco di uovo rotto, viscoso, scivoloso, imprendibile, può apparire  nel soggetto parlante come pulsione invocante :
 
[...] J’ suis jaune et triste, hélas!
Elle est ros’, gaie et belle!
J’entends mon cœur qui bat,
C’est maman qui m’appelle! [...]
 
 
E’ l’appello del piccolo ipertrofico di Laforgue - in un inquietante monologo ripreso da Tommaso Ottonieri ( qui in video ) nel suo libro Dalle memorie di un piccolo ipetrofico, con Prefazione di Edoardo Sanguineti ( Feltrinelli, 1980 ; No Reply, collana Maledizioni, 2008), oltre che da un « non nato » e quindi « mai morto » Carmelo Bene, in Hommelette for Hamlet  1987) – "operetta inqualificabile", in pratica una postrema frittata ( ommelette)  tra Shakespeare e Laforgue.


« …Sento battermi il cuoricino/ è mamma che mi chiama ! ».
 
 
  * Jacques Lacan, L’inconscient, Desclée de Brouwer, 1966, pp. 159-170.
 
 

Il fascino delle Ninfe

PHANTASMA
 
IL FASCINO  DELLE NINFE
 
 
 
 

 “La storia dell'ambigua relazione fra gli uomini e le ninfe è la storia della difficile relazione fra l'uomo e le sue immagini. [...]

Come gli spiriti elementari di Paracelso, le immagini hanno bisogno, per essere veramente vive, che un soggetto, assumendole, si unisca a loro; ma in quest’incontro – come nell’unione con la ninfa-ondina – è insito un rischio mortale. Nel corso della tradizione storica, infatti, le immagini si cristallizzano e trasformano in spettri, di cui gli uomini diventano schiavi e da cui sempre di nuovo occorre liberarli”.  Giorgio Agamben, Nymphae
 
 

Uno scopitone ninfale  - regia di Claude Lelouch (1963)
 
Numphe significa [… ] anche «fonte» o «acqua sorgiva». L’equivalente sostantivo latino lympha, e soprattutto l’aggettivo lymphaticus («folle») rivelano l’autentica natura del liquido ninfale. Si tratta, scrive Salustio, di un principio cosmico generativo: «le Ninfe sono preposte alla generazione, giacché tutto ciò che è generato è in flusso». Di qui l’analogia tra le Ninfe e le anime che si ritrova in Plotino e in Porfirio. Ma di qui, soprattutto, la follia delle Ninfe. Coloro che abitavano nei dintorni degli antri delle Ninfe erano detti nympholeptoi, «posseduti dalle Ninfe». ( da Il fascino delle Ninfe. Bellezze in fuga  di Alessandro Stavru, "l'Unità" 28.2.07).
 
Immagine
       Apollo con le Ninfe di François Girardon (Versailles, grotta di Teti)

Andrej Tarkovskj / Arte e sacrificio

 ARTE E SACRIFICIO

 L'arte esiste e si afferma là dove esiste quell'eterna e insaziabile nostalgia della spiritualità, dell'ideale, che raccoglie gli uomini attorno all'arte. È erronea la via per la quale si è avviata l'arte contemporanea, rinunciando alla ricerca del significato della vita in nome dell'affermazione del valore autonomo della persona.

La cosiddetta creazione comincia ad apparire una sorta di eccentrica occupazione a cui attendono personalità sospette che affermano il valore intrinseco di qualsiasi atto personalizzato. Ma nella creazione la personalità non si afferma, bensì è al servizio di un'altra idea generale e di ordine superiore.

L'artista è sempre un servitore che si sforza per così dire di sdebitarsi per il dono che gli è stato concesso come una grazia. Tuttavia l'uomo moderno non è disposto ad alcun sacrificio, benché soltanto il sacrificio costituisca un'autentica affermazione. 

Andrej Tarkovskij, Scolpire il tempo,

a cura di Vittorio Nadai, Ubulibri, Milano 1988, p. 39.
 

 

“… Non c’è nessuna morte. C’è, è vero, la paura della morte, ed è una paura molto meschina, che induce molti a fare quello che gli uomini non dovrebbero fare … Ma immaginati un po’ come tutto cambierebbe se smettessimo di temere la morte … Se superassimo il terrore della morte … Anche se gli scienziati ritengono che si tratti di un terrore ineliminabile. Una specie di difesa … Un po’ come il dolore fisico, che ci avverte del pericolo. Io non lo credo, non sono d’accordo … Anche se né i bambini né i minorati mentali temono la morte, come ha notato Seneca. Che tra l’altro conclude molto bene il suo pensiero: “Ed è meschino colui cui l’intelletto non arreca la stessa serenità  dei bambini…" [ ... ]

L’uomo si è sempre solo difeso, dagli altri uomini e dalla natura che lo circondava. L’ ha addirittura combattuta, conquistandone sempre nuovi pezzi. Continuando a sfigurarla. Il risultato è stata la nostra civiltà, basata sulla forza, il potere, il terrore e la dipendenza. E tutto il nostro cosiddetto progresso tecnico è servito sempre e soltanto a procurarci o nuove comodità o strumenti per il mantenimento del potere. Siamo come selvaggi – usiamo il microscopio al posto del randello. No, no, i selvaggi sono molto più spirituali di noi, mi sono sbagliato! Qualsiasi conquista della scienza la rivolgiamo subito al male. Per quanto riguarda il comfort, poi, c’è stato un uomo intelligente che ha detto che tutto quello che non è indispensabile è peccato.

Se è così tutta la nostra civiltà è costruita sul peccato. Siamo arrivati a una tremenda disarmonia, a uno sfasamento, cioè, tra lo sviluppo materiale e quello spirituale. La nostra cultura, meglio, la nostra civiltà è sbagliata, figlio mio. Tu mi dirai che si può studiare il problema e cercare una via d’uscita. Può darsi. Se non fosse così tardi. Troppo tardi …”.

Andrej Tarkovskij, Racconti cinematografici,

Garzanti, Milano, 1994 , pp. 273 e 281- 82.

 

 

- Nostalghia.com (www.nostalghia.com) [ an Andrej Tarkovskij information site ]