Mondo Beat

Gianni De artino, Capelloni & Ninfette: Mondo Beat 1966-1967 – Storia, immagini, documenti, Prefazione di Matteo Guarnaccia, Introduzione di Marco Grispigni, Costa & Nolan, coll. Riscontri, Milano, 2008. ISBN 978-88-7437-087-0

 Catalogo di Ignazio Maria Gallino


 

Gli Hippies
a Milano – leggi l’intervista di Radio Popolare

Documentario della serie Storia proibita del Sessantotto sulle trasformazioni del costume e la nascita della controcultura in Italia con la partecipazione di Marta Boneschi, Gianni Boncompagni, Maurizio Vandelli, Matteo Guarnaccia, Angelo Quattrocchi, Pablo Echaurren, Gianni Di Martino, Marcello Flores, Luigi De Marchi, Marilena Moretti, Giordano Casiraghi -regia di Daniele Ongaro programma di Davide Savelli. >Documentario della serie Storia proibita del Sessantotto sulle trasformazioni del costume e la nascita della controcultura in Italia con la partecipazione di Marta Boneschi, Gianni Boncompagni, Maurizio Vandelli, Matteo Guarnaccia, Angelo Quattrocchi, Pablo Echaurren, Gianni Di Martino, Marcello Flores, Luigi De Marchi, Marilena Moretti, Giordano Casiraghi -regia di Daniele Ongaro programma di Davide Savelli.


 

IL MANIFESTO

VENERDI 1 MAGGIO 1998

 

UN LIBRO SULLA STORIA DEI CAPELLONI IN ITALIA

UN PRIMO MAGGIO BEAT IN TENDA E SACCO A PELO


 

M O N D O  B E A T  1 9 6 6 – 1 9 6 7

ANTOLOGIA DELLA RIVISTA DEI C A P E L L O N I

LA VERA STORIA DELLA PRIMA RIVOLTA DI STILE DEL DOPOGUERRA

origini immagini e documenti, a cura di Gianni De Martino e Marco Grispigni

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MONDO BEAT.CRONOLOGIA 1965-1967

U N _T E N T A T I V O _D I _A M O R E

“Le voci istruttive esiliate… L’ingenuità fisica amaramente sedata. Adagio. Ah! L’egoismo infinito dell’adolescenza, l’ottimismo studioso: com’era pieno di fiori il mondo, quell’estate!”

(RIMBAUD, da Opere, a cura di Ivos Margoni,

Feltrinelli, Milano 1964)

1. GLI ANTEFATTI

1965. Sulla stampa s’incomincia a parlare dei beats italiani nell’agosto del 1965, quando compaiono a Roma e a Firenze i primi capelloni. Sono giovani americani, olandesi, inglesi, tedeschi e scandinavi che si fermano per qualche giorno nelle città italiane e si raccolgono sulle scalinate delle piazze dei centri storici. Indossano blue jeans e magliette colorate, e viaggiano per tutta l’Europa, animati da un desiderio d’incontro, d’amore e di avventura. Il loro motto è: ” Faccio l’amore non faccio la guerra”. I giovani incominciavano a riprendersi il proprio corpo, che prima

apparteneva alla famiglia, alla scuola, all’oratorio.

Novembre 1965 ( Roma). La foggia esteriore, i capelli lunghi, le decise affermazioni di pacifismo scatenano verso questi giovani accese parole di scherno. I giornali registrano i primi scontri con gruppi di soldati di leva e l’ironia grossolana della gente. Il primo incidente avviene a Roma a Piazza di Spagna, dove si viene alle mani, interviene la polizia e numerosi capelloni vengono rispediti nei paesi d’origine con i fogli di via. Fu allora che sulla terza pagina del “Corriere della Sera” del 5 novembre, apparve un inquietante articolo di Paolo Bugialli su ” I capelloni e l’ordine pubblico”.

Scrive Bugialli: ” I capelloni, come li chiamano qui a Roma, sono quei tipi di apparente sesso maschile, che portano i capelli lunghi come le donne… secondo una moda mutuata dai Beatles… che l’Inghilterra, anziché premiare come recentemente ha fatto, avrebbe dovuto, per rispetto alla propria reputazione, esiliare in Patagonia… Essi dicono, esprimono il tormento della generazione della Bomba e bisognerebbe buttargliela… E’ qualche tempo che infestano la scalinata di Trinità dei Monti, ma solo recentemente la loro presenza è stata segnatata dai giornali… Le autorità hanno detto che d’ora in avanti verrà esercitata una stretta sorveglianza sulla scalinata, che verrà dato ordine alle frontiere perché si stia attenti a chi entra in Italia. Giusto: come non si entra in India senza farsi l’iniezione contro il colera, come non si va nel Congo senza la vaccinazione contro la febbre gialla, così non si entra in Italia con i capelli lunghi: siamo in casa nostra, abbiamo il diritto di ricevere gli ospiti che vogliamo, e questi non li vogliamo…”.

Nello stesso tempo numerosi articoli registrano la nascita della moda dei capelli lunghi anche in Italia, attribuendole un’origine soprattutto imitativa. In realtà, inizialmente, ancor prima di ritrovare nella lotta pacifista uno dei loro temi favoriti, anche una minuscola maggioranza di ragazzi italiani si lasciavano crescere i capelli solo perché gli “altri”, gli adulti, li portavano corti. In un clima abbastanza provinciale di inebriato ” boom economico”, di confuso centro-sinistra e di strutture autoritarie, era un modo per dimostrare in famiglia, a scuola, nelle fabbriche e negli uffici che tendevano a livellarli, che essi “non erano d’accordo”.

2. I FATTI

12 ottobre 1966 ( Milano). Due ragazzi minorenni tedeschi, due svizzeri, un francese e tredici fra ragazze e ragazzi italiani che si erano incontrati alla Loggia dei Mercanti a Milano, vengono arrestati dalla Buoncostume per aver scritto sui muri slogan pacifisti. Il giorno dopo il “Corriere”, nel dare la notizia del rastrellamento di “diciannove zazzeruti accampati sotto la Loggia dei Mercanti”, registra anche il fermo all’aeroporto di Linate , la sera del 12 ottobre, di altro “capelluto e barbuto personaggio”. Si tratta del trentenne Vittorio Di Russo, di Fondi in provincia di Latina, di professione scultore, che aveva vissuto in diversi paesi d’Europa ed era animatore del movimento provo di Amsterdam, espulso dalle autorità olandesi perché straniero con il visto di soggiorno scaduto. Al consolato italiano di Amsterdam, dove egli si era recato, i funzionari gli avevano detto di non poterci fare nulla, e allora, contrariato, in un momento d’ira Di Russo aveva strappato il passaporto, dichiarandosi “cittadino del mondo”. All’arrivo a Linate, accompagnato da due poliziotti olandesi, c’erano ad attenderlo due poliziotti italiani che l’avevano condotto in questura e malmenato. Il “Corriere” del 13 ottobre s’inventa la storia del passaporto stracciato “in aereo” e lo definisce, tra l’altro, il “barbuto volante”.

13 ottobre 1966 ( Milano). Vittorio Di Russo è a Piazza Duomo attorniato da decine di capelloni. Molti gli si avvicinano, gli parlano della situazione a Milano e di Umberto Tiboni, un perito industriale di 25 anni, che mette a disposizione dei ragazzi un appartamento da lui affittato a Cinisello Balsamo, la cosiddetta ” casa del Beatnik”. In piazza c’è anche Melchiorre Gerbino, un ventisettenne di Calatafimi, che aveva conosciuto Di Russo a Stoccolma cinque anni prima. Sposato con una svedese, Gunilla Unger, Gerbino era ritornato a Calatafimi a far conoscere la moglie e il figlio piccolo ai genitori, e poi si era fermato a Milano dove Gunilla aveva trovato lavoro come interprete presso uno studio legale. Gerbino incontra Di Russo, che da quel giorno diventerà suo ospite.

15 ottobre 1966 ( Milano). Di Russo, Gerbino, Tiboni, Gennaro De Miranda ( un napoletano di 33-35 anni, buddhista, che viveva a Cinisello Balsamo nella Casa del Beatnik di Tiboni), Renzo Freschi ( uno studente che frequenta la prima liceo classico), e un professore di storia e filosofia di 25 anni ( un certo S. che esce subito dal gruppo perché filosofeggia e non ha capito nulla della realtà che in pratica vivono i beats) s’incontrano in via Pontaccio, alla “Grota Piemuntesa”, dove s’incomicia a parlare della fondazione di un “Movimento pacifista”, sul modello di quello di Lord Russel in Inghilterra e del Mahatma Gandhi in India. I loro discorsi, da prima generici, evolvono probabilmente attraverso il ricordo dell’esperienza di Vittorio Di Russo tra i provos e la rievocazione del periodo svedese di Melchiorre ” Paolo” Gerbino. Ci si rivolgerà sia ai giovani non conformisti sia agli studenti, e si adotteranno le metodologie dei provo olandesi. Da questi primi dialoghi e da una verifica con la base, si è formata così l’ideologia del movimento, che però – ci tengono a sottolinearlo – viene dopo le esperiense esistenziali e le pratiche di vita, ne costituisce anzi un ripensamento. Gerbino parla di un “movimento pacifista globale” che porti – dice – ” la gioventù italiana in Europa”; e aggiunge che, a differenza degli altri gruppi che manifestano contro la guerra, ” per noi il Viet-nam è in Italia”. Intendendo, con quel “noi”, il disagio, il disadattamento e la dissidenza di sempre più numerosi giovani italiani sul punto di rivoltarsi contro il provincialismo e l’autoritarismo della società del tempo. Soprattutto Di Russo insiste nel voler dare al movimento non-violento il nome di ” Movimento Beat”. Qualcuno suggerisce ” Mondo”, e così nasce ufficialmente il ” Movimento Mondo Beat”. Si parlò anche di un ciclostilato, ” Mondo Beat”, che Tiboni avrebbe finanziato, in qualità di amministratore e tesoriere del gruppo che si formava sulla base di una comune consapevolezza della propria indignazione esistenziale, del proprio disadattamento e dissidenza, pur nella diversità delle situazioni individuali.

29 ottobre 1966 ( Milano). Vittorio Di Russo continua a frequentare Piazza del Duomo e la stazione del metrò di Cordusio, dove fra gruppi di pensionati, disoccupati, curiosi, agitatori politici, artisti, catalizza attorno a sé numerosi capelloni. Il capannello formato da Di Russo e da sempre più numerosi giovani che si spostano nelle vie del centro storico, viene tallonato dai carabinieri e la polizia segue Di Russo passo passo. Il 30 ottobre il proprietario del bar della stazione metropolitana di Cordusio si rifiuta di servire il caffè ai capelloni e polizia e fotografi intervengono a più riprese. Quel pomeriggio viene arrestato ed espulso Manfred, di 21 anni, un ragazzo viennese diretto in Spagna, che si era fermato a parlare con i capelloni nel bar della stazione della metropolitana di Cordusio.

3 novembre 1966 ( MILANO). Vittorio Di Russo viene arrestato a Piazza Duomo nella notte e, condotto in questura, dopo essere stato malmenato gli viene “contestata” una diffida dal soggiornare a Milano e un foglio di via per Fondi, in provincia di Latina. Di Russo resta invece a Milano clandestinamente ( da dove invia il testo di Ivo della Savia sull’obiezione di coscienza che apparirà nel primo numero zero di ” Mondo Beat”); e sviluppa una leggera forma di paranoia, soprattutto nei confronti di Gerbino, che nel frattempo viene assunto come telefonista dall’Alitalia, all’aeroporto di Linate, tramite l’interessamento di un avvocato siculo-americano, amico di famiglia.

12 novembre 1966 ( Milano). Gennaro De Miranda, Umberto Tiboni, Gunilla Unger, Tella, Melchiorre Gerbino e altri ragazzi e ragazze del giro dei capelloni stampano a ciclostile il primo numero zero di ” Mondo Beat”, nella sezione anarchica Sacco e Vanzetti di via Murillo, con l’assistenza di Pino Pinelli che spiega come inchiostrare le matrici e mette a disposizione risme di carta da ciclostile. Due giorni dopo le copie del giornale, circa 800, vengono date ai ragazzi del Duomo e di Cordusio, che le vendono per le vie di Milano o le diffondono, durante i loro viaggi nelle altre città, prelevando per sé 25 lire e portando le restanti 75 lire, sulle 100 del prezzo di copertina, alla redazione – che resta mobile, localizzata a Piazza Duomo, ” sotto la statua equestre di Vittorio Emanuele”, che i ragazzi chiamano: ” la statua del pirla a cavallo”.

27 novembre 1966 ( Milano). Dopo una serie di piccole manifestazioni i capelloni scendono con cartelli e manifesti in piazza a Milano, protestando contro il militarismo. I cartelli ironicamente dicono: ” SSST! NON TURBATE L’ORDINE PUBBLICO – NON SVEGLIATE LE COSCIENZE”. Alcuni si ammanettano alle catenelle che delimitano i marciapiedi di piazza San Babila. Vengono fermati dalla polizia e denunciati venti giovani. Il giorno prima, il 26 novembre, Di Russo era stato intanto condannato dal Tribunale a un mese d’arresto per contravvenzione alla diffida e al foglio di via. Il numero 2 di “Mondo Beat”, che uscirà alla fine di dicembre, porterà in copertina l’immagine di Vittorio Di Russo incarcerato a San Vittore.

18 dicembre 1966 ( Milano). Nel frattempo, durante la “manifestazione delle manette”, si sono stabiliti contatti con i “provo” che gravitano attorno alla sezione anarchica Sacco e Vanzetti e con “Onda verde”, il gruppo costituito, fra gli altri, da Marco Maria Sigiani. Pilati, Sanguinetti e Andrea Valcarenghi circa un mese prima: un gruppo ispirato a “Green Wave”, il movimento pacifista americano che gravita attorno a Joan Baez. L’alleanza stabilita da “Mondo Beat” con questi gruppi consente di organizzare la manifestazione del pomeriggio del 18 dicembre, durante la quale centinaia di giovani, fra cui numerosi studenti, chiedono di entrare a braccia alzate in ironico segno di resa nella questura di via Fatebenefratelli, dichiarando di volere armare la polizia con un fiore. Vengono caricati dagli agenti e si registrano cinquanta fermi di ragazzi e ragazze. La gentile rivoluzione del ’66 fa sorridere i benpensanti, ma più spesso li irrita. I giornali parlano di ” capelloni contro il militarismo”, e denunciano ” una vera epidemia di fuggiaschi beat”.

26 dicembre 1966 ( Milano). Dopo tre giorni di lavori si conclude al circolo “Sacchi e Vanzetti” di Milano la conferenza europea della gioventù anarchica. In serata, un corteo preceduto da alcuni giovani che portano a spalla una garrota – il barbaro strumento di morte in uso nel regime franchista – si dirige davanti al consolato spagnolo. Disperso dalla polizia il corteo si scioglie e i giovani vanno a Piazza del Duomo, qui vengono arrestati due capelloni olandesi e una ragazza svedese per “manifestazione non autorizzata”.

12 gennaio 1967 ( Milano). Umberto Tiboni e Walter Pagliero, un giornalista di “Ciao Amici” che frequenta i giovani capelloni, hanno adocchiato fin da dicembre un locale in Via Vicenza, angolo Viale Montenero 73, nei pressi di piazza Cinque Giornate. Sono due locali pian terreno con ampie vetrate e una cantina di circa 100 metri quadri, che a Gerbino ricorderà subito le “cave” di Stoccolma, dove ai primi inizi degli anni Sessanta egli ha vissuto gli ultimi sprazzi dell’esistenzialismo. Viene stipulato un contratto a nome di Umberto Tiboni, che versa 175.000 lire per tre mesi di affitto anticipato. Intanto il 22 gennaio Vittorio Di Russo lascia Milano insieme alla moglie Rosa e con il passar del tempo di lui si perderanno le tracce. Eccetto, forse, una poesia ritrovata fra quelle inviate a Fernanda Pivano, che alla fine del 1967 darà vita alla rivista “Pianeta fresco”. La poesia di Vittorio Di Russo, per come chi scrive se la ricorda, dovrebbe essere questa: ” Sono seduto ai piedi della statua equestre/ c’è un melone di fuoco/ sospeso sul Duomo/ e le pietre sudano sangue/ SANGUE di Cristo./ Tutt’intorno c’è gente che parla, grida/ e c’è chi canta e gratta la chitarra/ cataste di sacchi a pelo e cianfrusaglie varie./ Vittorio…Vittorio… Vittorio!/ Alzo gli occhi sulla guglia/ e vedo Buddha in gabbia.”

24 febbraio 1967 ( Milano). Vengono stampate le quattromila copie del terzo numero di ” Mondo Beat”, datato 1 marzo 1967. Sulla copertina figura un collage di fogli di via e diffide collezionate nel frattempo da sempre più numerosi ragazzi e ragazze che arrivano a Milano, spesso dal meridione, con zaini, chitarre e sacchi a pelo. Sarà il n. 1 della nuova serie autorizzata dal Tribunale di Milano, tramite l’iscrizione di Gerbino all’Elenco speciale. In febbraio Gerbino si dimette dal posto d’impiegato all’Alitalia che s’era procurato due mesi prima; e di fatto, mentre il “movimento” continua a crescere, ne assume la leadership, mentre Unberto Tiboni tesse i rapporti fra Mondo Beat e i ragazzi scappati di casa, i ragazzi provo e i ragazzi di Onda Verde. Il risultato è un manifesto unitario rivolto agli studenti, firmato “beat, provos e Onda verde” che esce nel numero 1 del giornale: ” NON FATE BEEEE! VESTIAMO DI BIANCO UNA CITTA’ NERA. NOI NON ABBIAMO IDEOLOGIE/ABBIAMO METODI”. Questo numero 1 verrà sequestrato a causa dell’articolo di Renzo Freschi, dal titolo ” La squola la squola la squola”, perché considerato “di contenuto contrario al buon costume”, a causa specialmente della frase: ” E io vado a casa e mi masturbo, ma l’orgasmo non viene perché sono affetto da impotenza sociale scolastica”. Il sequestro è disposto dalla Procura della Repubblica di Milano, e a darne l’annuncio è, tra gli altri giornali, ” L’Osservatore Romano” del 2 maggio 1967. Nello stesso n. 1 di “Mondo Beat”, intanto, il P.M. Antonio Scopelliti ravviserà anche un reato perseguibile penalmente, quello per “offesa alla pubblica decenza”; e il processo contro il direttore responsabile Melchiorre Gerbino e l’autore dell’articolo Renzo Freschi viene fissato per il 22 gennaio 1968.

4 marzo 1967 ( Milano). Redattori, studenti e sostenitori di ” Mondo Beat” iniziano uno sciopero della fame, nei locali di Viale Montenero, per protestare contro i fermi e gli arresti dei giovani che vendono il giornale per le vie di Milano e un po’ ovunque in Italia. I giornali del 5 marzo titolano: ” Capelloni protestano digiunando in uno scantinato”; ” Sciopero della fame dei beats milanesi chiusi in una cantina”.

6 marzo 1967 ( Milano, al mattino). Lo sciopero della fame continua. Il 7 marzo di giornali titolano: ” I beat di Milano non si arrendono”. Intanto si annunciano sfilate e manifestazioni contro il divieto di vendita del giornale e contro i fogli di via.

6 marzo 1967 ( Milano, di sera). Viene annunciata la fine dello sciopero della fame durato tre giorni, e che ha avuto grande risonanza anche all’estero. A piccoli gruppi, fin dalle sei di sera, i giovani sbucano al centro della città, si radunano e si prendono per mano, poi si dirigono a ventaglio verso via Montenapoleone, piazza del Duomo, Corso Matteotti. Qui circa duecento giovani si siedono sulla strada . E’ stata scelta l’ora del ritorno dagli uffici, per cui il traffico si blocca e gli automibilisti incominciano a suonare i clacson. Vengono inalberati cartelli e scritte come ” Basta con i fogli di via”, ” Non schedate le nostre coscienze”, ” Meno santi più preservativi”. E dalla gente che fa ala si sente gridare: ” andate a lavorare!”, ” ci vuole la frusta, barbona!”, e vola anche qualche schiaffo. Aggirati e sorpresi alle spalle, quelli che si sono sdraiati sulla strada vengono caricati improvvisamente e senza squilli di tromba dalla polizia. Alla fine, dopo la carica del “battaglione Padova” contro i capelloni stesi a terra, tre ragazzi finiscono contusi all’ospedale e quarantatrè verranno portati in questura e denunciati. “L’Unità” del giorno dopo, 7 marzo, forse memore del trattamento analogo riservato nel frattempo anche agli operai che scioperano per motivi sindacali, titola: ” Selvaggia aggressione poliziesca contro giovani beat di Milano”. Nei giorni successivi sui vetri della redazione di “Mondo Beat” in via Vicenza, apparirà lo slogan: ” Con una manganellata o un foglio di via non si uccide un’idea”.

11 marzo 1967 ( Milano). La redazione di “Mondo Beat” inizia un altro sciopero della fame, rivolto contro i metodi usati dalla polizia. E viene iniziata la fase detta della “Manifestazione permanente”. Durante tutta la seconda metà del mese di marzo si moltiplicano singolari forme di protesta, come quelle di capelloni isolati o a piccoli gruppi, che o se ne stanno sdraiati con ostentazione in mezzo alla strada, oppure percorrono la città inalberando cartelli tipo: ” ALLONTANATEVI! Sono un pericolo. La questura vuole diffidare la mia coscienza di uomo libero”. E’ così che, fra gli altri, verranno imbarcati e portati in questura, Alfio Lagosta detto ” Giuda”, Ronni, Albert, Pasticca, Cristo e Morgan. I giovani di “Onda verde”, intanto, incominciano a passeggiare per le vie di Milano con impermeabili trasparenti con scritte provocatorie, tipo ” Il presidente Moro è carino e fa abbastanza bene alla salute”, ” W la mamma” ( a Brera, commentando con alcuni giovani provo e beat gli slogan della cosiddetta Manifestazione permanente, Umberto Eco, tra un bicchiere di whisky e l’altro, suggerisce lo slogan: ” La mamma fa venire il cancro”).

15 marzo 1967 ( Milano). Esce il numero 2 ( quarto numero) di “Mondo Beat”. Stampato in settemila copia, ha sull’ultima pagina di copertina un collage di vecchie scene contadine, con un pretino che cerca di non far volar via il suo cappello ( disegnato da Giò Tavaglione) e la scritta: ” L’Italia dei nostri padri se ne va. ITALIA ADDIO !”. Nello stesso tempo, nel numero 3 de ” Il Giornalismo”, l’Organo Ufficiale dell’Associazione Lombarda Giornalisti e del Circolo della Stampa di Milano, appare il testo del discorso del presidente Carlo De Martino, all’assemblea dell’Ordine. Carlo De Martino parla di una “svista” a proposito dell’iscrizione di ” Mondo Beat” nell’elenco speciale. Viene ricordato il caso della “Zanzara” e si ammette il diritto dei giovani a farsi un giornale. Si aggiunge, con imbarazzo, che però si pensava che ” Mondo Beat” fosse un “organo studentesco”, per cui “abbiamo rilasciato un certificato”, e ” poi invece non lo era; ed era invece l’organo, diciamo così, di strani giovani capelloni che si riunivano in una strana cantina. Poi sono stati fermati, è stata fatta una retata, e allora siamo intervenuti presso quel giornale che ora sta regolarizzando la propria posizione. Questo per dirvi la delicatezza del nostro compito…”.

20 marzo 1967 ( Firenze). Gianni De Martino, 20 anni, di Castellammare di Stabia, dov’è stato fino all’anno prima segretario della FGCI, carica dalla quale si è dimesso perché in dissenso con la linea non abbastanza radicale del partito, è a piazza della Signoria dove tra i giovani capelloni circolano alcune copie del numero 2 di “Mondo Beat”. Sta per raggiungere Torino, dove si è iscritto a un corso di storia del teatro e vive con Nella in una mansarda dalle parti di piazza Gran Madre; ma improvvisamente, dopo la lettura di ” Mondo Beat”, decide di partire per Milano. Dove arriva il 21 marzo, in autostop, in compagnia di Adriano, un compagno di Trento incontrato sulla strada. Anche Adriano dice di essere uno studente “in crisi”, e durante il viaggio si parla della nausea che entrambi provano per un far politica senza interrogarsi troppo sui fini, sui bisogni personali, sui desideri sepolti sotto la routine della militanza.

27 marzo 1967 ( Milano). Iniziano i primi arresti per uso di ashish portato da qualche ragazzo che intanto è stato in Marocco, in India o in Turchia. I giornali titolano: ” Anche i nostri beats si danno al consumo dell’ascisc”; e parlano di “un florido commercio di droga”. Nel “Corriere della Sera” del 28.3.1967 si legge la notizia dell’arresto di Ezio Ghidini (nato a Milano) e di Gianni Scarpelli, del gruppo hippi dei ” Palumbo”, per avere acquistato 12.OOO lire di fumo. Si parla di “un piccolo stock di narcotico”, quando si sa o si dovrebbe sapere che l’ashish non è un narcotico; e si rincara la dose di disinformazione parlando di traffico di “ascisc-beat importato da Istanbul”. Di fatto, ciò che fin da allora era intollerabile delle droghe allucinogene ( o meglio “lucidogene” o ” enteogeniche” come si dirà poi) era non la dipendenza o l’intossicazione. Molti idoli della gioventù difendevano il valore del “viaggio” e si dichiaravano favorevoli alla psichedelia. Ma come disse quell’anno Octavio Paz, in Corrente alternata ( 1967): ” Le autorità non si comportano verso di esse come se volessero sdradicare un vizio dannoso, ma come chi cerca di sdradicare una dissidenza. Ciò che sviluppano è zelo ideologico; stanno punendo un’eresia, non un crimine.”

2 aprile 1967 ( Milano). I capelloni formano un corteo, con a capo Melchiorre Gerbino che regge “una petizione”, preparata dagli avvocati Carlo Garlatti e Alessandro Invernizzi, da portare al Palazzo di Giustizia di Milano. A Gerbino fanno ala circa duecento giovani, fra i quali spiccano Ricky, Ombra, Pasticca e Zafferano, che per l’occasione vestono un po’ ” yè yè” e appaiono puliti e ben pettinati. Nel documento, presentato alla segreteria della Procura in forma di regolare “esposto”, si chiedono le garanzie di legge per l’ “integrità personale” contro “le ingiustificate incursioni della pubblica sicurezza e i ripetuti interrogatori”; e altresì ” la sospensione dei fermi e dei fogli di via a cittadini che non hanno mai commesso o hanno intenzione di commettere infrazioni alla legge”. Una copia di questa specie di “abeas corpus beat formula 1967” viene inviata anche ai ministeri di grazia e giustizia e degli interni, nonché all’assessorato di polizia urbana. Nel mese di aprile si diffonde anche la voce che Gerbino si recherà a Roma, a parlare con un ministro in carica del Partito repubblicano, al quale chiederà la testa di qualche funzionario della questura di Milano. E pare anche che ci sia stato un incontro “privato” fra Gerbino e il dottor Saccardo, della questura di Milano, che assicura, sornionamente, che non diffiderà più i ragazzi di “Mondo Beat”. Fatto sta che l’8 aprile la questura autorizza una manifestazione che, scortata da funzionari di polizia in borghese, parte da piazzale 5 Giornate e raggiunge piazza Castello dove si scioglie pacificamente. Durante il corteo, vengono portati cartelli con le scritte: ” I capelli lunghi non sono anticostituzionali”, ” Meglio un beat oggi che un soldato domani”, ” Non schedate le nostre coscienze”.

10 aprile 1967 ( Milano). La pubblicità data dai giornali e dalla televisione alle “fughe dei minorenni” e alle azioni di ” Mondo Beat” contribuisce all’afflusso in via Vicenza di numerosi giovani italiani e stranieri, che gremiscono “la cava” e sostano sul marciapede antistante con i loro zaini e i sacchi a pelo. Gianni De Martino incontra Gerbino sulle scale che portano alla “cava”, e gli parla del giornale, dice di avere avuta qualche esperienza con il giornale del liceo, suggerisce qualche miglioramento. Subito, fra la sorpresa generale, Gerbino lo nomina ” redattore-capo” sul campo, affidandogli di fatto la responsabilità di “fare il giornale”, aggiungendo: ” Sai, io adesso dovrò occuparmi della piazza!”. A Roma, intanto, Humphrey viene accolto – come già Wilson e Podgorni – dal lancio dei pomodori dei provos; e a Pinky, animatore di Roma 1, viene contestato il foglio di via per Ferrara.

20 aprile 1967 ( Milano). Esce il numero 3 ( il quinto) di “Mondo Beat”. Se ne stampano ottomila copie, con in prima pagina una foto del corteo autorizzato del 2 aprile e un articolo non firmato, ma scritto da Gerbino, contro il “Corriere della Sera”, definito ” uno degli strumenti più agghiaccianti di disinformazione, di diseducazione civica e di distorsione della verità di cui certa élite si serve per reggersi e per reggere le strutture della società amorale nella quale viviamo”.

Nel frattempo, visto l’afflusso di giovani sempre più numerosi alla cava di via Vicenza, nasce l’idea di creare un campeggio. Viene incaricato un autentico barbone milanese, Dante “Palla”, che con la sua conoscenza della città, si mette alla ricerca del posto adatto e segnala un campo nei pressi della Roggia Vettabbia, in via Ripamonti, collegato al centro con la linea del tram 24.

23 aprile 1967 ( Milano). Gerbino, Tiboni, Dante detto ” Palla” e Enrico Boetti detto “Briciola”, che firmerà il contratto d’affitto, si presentano dal contadino, proprietario del terreno di via Ripamonti. Gli dicono di essere gli agenti di un certo padre Frescobaldi, interessato al terreno per installarvi una tendopoli estiva per i suoi boy scouts. Il solido contadino padano, dopo essersi consultato con i suoi due figli presenti all’incontro, accetta di stipulare un contratto per quattro mesi, con scadenza il 31 agosto, per la somma complessiva, anticipata, di lire 140.000.

26 aprile 1967 (Milano). Dimostrazione contro la dittatura dei colonnelli in Grecia. Una nota AIGA riferisce che esistono direttive del governo di centro-sinistra volti a ottenere la repressione, anche violenta, dei gruppi pacifisti.

1 Maggio 1967 ( Milano, periferia). Mentre in città si festeggia la festa dei lavoratori, una cinquantina fra ragazzi e ragazze, lontani dallo smog e dalla confusione cittadina, prendono il sole sull’erba del prato dove sorge la tendopoli che il “Corriere della Sera” chiamerà subito ” Nuova Barbonia”.

Nei giorni successivi, utilizzando il materiale raccolto da Livio Cafici, da Adriano e da Gerbino, e cestinando tutti i testi proposti dai “collaboratori esterni” Silla Ferradini e Tito Livio Ricci, un poeta che si definiva “anarchico di destra”, Gianni De Martino prepara il numero 4 di “Mondo Beat” ( il sesto) al tavolo di una latteria di via Ripamonti, nei pressi del campeggio dove occupa la piccola tenda di Adriano. Gianni De Martino suggerisce a Gerbino di scrivere sulla propria giacca a vento: ” Il Corriere della Sera dice le bugie”, e di tenere sempre bene in vista la scritta durante le interviste dei giornalisti e della televisione, che fece un servizio su ” Mondo Beat”, con interviste filmate alla “cava”, ma non lo mandò mai in onda.

13 maggio 1967 ( Milano). Contemporaneamente, nel ” Corriere della Sera”, ” La Notte” e ” Il Corriere d’Informazione” appare la notizia che un diciassettenne di nome Fabio Bertolini, definito ” capellone”, ricercato per aver abusato di due cuginette di Sesto San Giovanni, che l’avevano seguito a Roma, dove erano state violentate da “numerosi giovani”, era stato finalmente arrestato. E si aggiunge anche, falsamente, che ” il Bertolini si era rifugiato nel campeggio Vigentino, dove si riuniscono solitamente molti capelloni”.

17 maggio 1967. Il “Corriere della Sera” pubblica un articolo sul campeggio definito ” New Barbonia”, abitato da “zazzeruti e anarcoidi senza famiglia”, dove viene, fra l’altro, ripetuta la falsa notizia dell’arresto di “uno dei due capelloni che irretì le ragazze di Sesto San Giovanni portandole a Roma, con l’epilogo ben noto: le due ingenue adolescenti furono sottoposte a violenza da numerosissimi uomini”. Da allora sulle vetrine della redazione di ” Mondo Beat” in via Vicenza, vi sono slogan contro il ” Corriere della Sera”, definito ” quotidiano parto di disinformazione”: e, insieme alla scritta, campeggia un fiocco di carta igienica macchiata di cioccolata, a suggerire qualcosa di tremendo e di maleodorante come lo sono, appunto, le calunnie e le

bugie diffuse dalla stampa, le cosiddette “notizie del diavolo”.

Durante il restante mese di maggio 1967, su quasi tutta la stampa italiana, tutti gli episodi di cronaca nera riguardanti individui con meno di trent’anni vengono invariabilmente ascritti ai “capelloni”. Fra i numerosissimi episodi di violenza attribuiti ai capelloni, c’è, per esempio, il ferimento con una carabina di una ragazza a Monza, da parte di un ex detenuto, definito come facente parte di una “banda di capelloni”. Sul “Corriere d’Informazione” appare la foto di costui, ma ha i capelli corti. E la didascalia dice: ” Salvatore Rosolino con i capelli corti”. Come mai ? Ebbene, si legge nell’occhiello dell’articolo: ” Lo sparatore si è tagliato i capelli ed è fuggito su un’auto rubata”.

31 Maggio 1967 ( Milano). Esce il numero 4 di “Mondo Beat”. Ne vengono stampate sedicimila copie, quasi tutte diffuse dai giovani a Milano e in altre città italiane. Il numero 4 ( sesto) di “Mondo Beat” contiene il manifesto di Giò Tavaglione, riprodotto a fascicoli alterni ( per cui alcuni esemplari della rivista hanno una parte del manifesto ed altri hanno un’altra parte). I fogli sono di diversi colori, e si aprono in due diverse direzioni.

3 giugno 1967. Al campeggio, durante l’ultima settimana di maggio, è arrivato un biondino con un sacco di plastica pieno di vestiti: è un giovanotto inviato clandestinamente dal quotidiano ” La Notte”. Va a dormire un po’ in una tenda, un po’ in un’altra. Una notte è anche ospite nella tenda di Gianni De Martino e di Adriano. Il racconto, abbastanza fantasioso, del suo soggiorno ” fra questi giovani strani e queste libere, sfrenate ragazzine scappate di casa”, viene pubblicato a puntate da ” La Notte” a partire dal 30 maggio e termina il 3 giugno. Il feuilletton tiene sospesi i lettori giorno dopo giorno, e comincia con ” I bacetti delle bambine” e finisce con ” Torno a lavorare”, passando per ” La donna facile”, “Dormire in quattro?”, “Dimenticano ogni morale”, “Noi suonavamo, lei si spogliava”, ” Un urlo straziante”.

L’ultimo servizio, quello del 3 giugno, ha per titolo: ” A Barbonia City c’è la libertà d’imparare tutti i peggiori vizi: si diventa facilmente omosessuali e ogni tanto arriva la droga”. In realtà non arrivava proprio niente, anche perché una delle regole del campeggio, proprio per evitare appigli alla polizia, era di non portare né erba né ashish, ma di fumarla fuori, lontano dal campo, in un ambiente più rilassato, a casa di amici. Quanto all’omosessualità, si era in una situazione pre-omosessuale militante. In Italia con era ancora nato il F.U.O.R.I. ( Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), né i C.O.M. ( Comitati omosessuali milanesi), né Mario Mieli aveva ancora scritto ” La Traviata norma”. Erano i tempi del “caso Braibanti” e nessuno avrebbe mai osato mostrare il proprio culo per la Rivoluzione. Insomma, quelli non erano, perlomeno in Italia, i tempi del coming out, per cui fra i ragazzi borghesi e soprattutto piccolo borghesi la “cosa” era molto velata e gli amanti si tenevano ancora negli armadi. Mentre invece tra i giovani sottoproletari, soprattutto in quelli del Sud, era diffusa una tipica forma di bisessualità che non aveva nome. Insomma, se al buio sotto una tenda invece della mano del compagno accaldato e con la cintura slacciata s’incontrava un culo, non è che si stesse tanto a meditare sui misteri del buio ! Qualcosa del genere dovette succedere anche a Guido Pfeiffer, questo era il nome del biondino mandato dal giornale. Chi scrive, Gianni De Martino, per averlo avuto ospite suo e di Adriano nella propria tenda per una notte, può assicurare di ricordare molto bene che quella notte il biondino non disse proprio di no. A meno che non si sia sacrificato per il giornalismo, egli lo diede con semplice spontaneità. E, apparentemente, con lo stesso trasporto con il quale poi alcuni militanti con le braghette rosse lo diedero ben volentieri per la Rivoluzione ( quella sessuale, si capisce), scontrandosi con i soliti panni cacati dell’Edipo e dell’ordine sociale. Mentre l’amore, che è ben oltre il giochetto binario dell’ordine e della trasgressione, restava un continente ancora tutto da scoprire.

10 giugno 1967. Una madre, Emma Giovannini, arriva con la polizia, chiamata nel timore che il figlio Maurizio, che già era stato ospite del campo, ma poi era rientrato a casa, ed ora vi si trovava per recuperare il sacco, si rifiutasse di seguirla. Battaglia nella tendopoli, quarantacinque fermi e quindici arresti. I giornali “indipendenti” giubilano. Ne ” Il Giorno” del 16.6.1967, sotto il titolo ” Feriti sette agenti – Sedici giovani arrestati” si legge: ” C’era da scommetterci che sarebbe successo, prima o poi. Recentemente tutta una serie di ‘sintomi’ lasciavano facilmente capire che ci sarebbe stata battaglia”.

12 giugno 1967 ( Milano, all’alba). La polizia fa irruzione al campeggio e lo rade letteralmente al suolo, assistita dal S.I.D. ( Servizio Immondizie domestiche del Comune di Milano). All’arrivo degli agenti gli abitanti dei vicini condomini di via Ripamonti e di piazzale Bologna gridano: ” Bravi, distruggete il porcaio!”, ” Bruciateli vivi!”. E durante tutto il giorno e nei giorni successivi si scatena la caccia al capellone in tutta la città.

fauna locale

16 giugno 1966 ( Milano). Alcuni giovani di ” Onda verde” entrano nella sede del Corriere della Sera, in via Solferino, e distribuiscono il “Decalogo del Buon Giornale”.

16 giugno ( Cosenza). Andrea Valcarenghi si presenta in caserma e rifiuta la divisa ( la sua dichiarazione uscirà nel numero 5 – il settimo – di ” Mondo Beat”, curato da Gianni De Martino e da Livio Cafici, con gli auspici di Giangiacomo Feltrinelli).

5 luglio 1967 ( Roma). Alle 11 del mattino arriva Allen Ginsberg, che parteciperà il giorno dopo a Spoleto al reading di Giuseppe Ungaretti, che per l’occasione regala al poeta americano un pelo del suo pube. Ginsberg dopo aver passato il 9 luglio una serata e mezza nottata al commissariato di Spoleto ( perché un maresciallo di P.S. aveva segnalato ai superiori i versi letti dal poeta: ” all’uccello, piacere preso in bocca e in culo, piacere ricambiato fino all’ultimo respiro” ),venne poi a Milano, a casa di Fernanda Pivano in via Mamzoni e al bar Giamaica di Brera. Fu allora che, commentando i fatti di Nuova Barbonia, il poeta americano disse che i beat italiani gli facevano “molta tenerezza”.

31 luglio 1967 ( Milano). Esce il numero 5 di “Mondo Beat”, il settimo. E anche l’ultimo, perché pochi giorni prima di partire per il Marocco ( via Tunisia e Algeria, in treno, insieme alla moglie Gunilla, al figlioletto di tre anni Nino e a Gianni De Martino), il 21 ottobre 1967 Melchiorre Gerbino vendette la testata di “Mondo Beat” per Lire 100.000 a un suo amico d’infanzia di Calatafimi, ma residente a Milano, Beppe Bica, autore di fiabe per bambini con lo pseudonimo di Lu Zu Pè ( Lo Zio Beppe, in dialetto siciliano). Nel frattempo uscivano altri giornali beat un po’ ovunque in Italia e gli studenti incominciavano ad occupare le scuole, a manifestare contro l’autoritarismo e a scendere in piazza sui temi della non violenza, della libertà sessuale e della pace, fino a quando non si politicizzarono fino all’osso, iniziando la lunga e durissima stagione della militanza risucchiata nel fascino delle ideologie e delle armi automatiche.

( G.D.M)

Nota. In “ L’orda d’oro” di Primo Moroni e di Nanni Balestrini si verificano alcune inesattezze. In realtà uscirono sette numeridella rivista e non cinque. Va inoltre precisato che “Mondo Beat” non passò mai “alle edizioni Feltrinelli”. Il giornale apparteneva di fatto al “Movimento Beat” costituito dai fondatori Vittorio Di Russo e Gennaro De Miranda, con l’apporto organizzativo di Melchiorre “Paolo” Gerbino e il finanziamento da parte di Umberto Tiboni, conosciuto come ” il ragioniere di Mondo Beat”. Non era una “proprietà privata”, sebbene formalmente, all’atto della registrazione in data 31.1.1967 presso il Tribunale di Milano al n. 32 del Registro Ufficio Stampa, al fine di conformarne la stampa e la diffusione alle leggi sulla stampa ed evitare pretesti legali per i continui sequestri a cui veniva sottoposto fin dai primi numeri, Melchiorre Gerbino figurasse come “editore e direttore responsabile”. Durante la confusione seguita alla distruzione del campeggio e alla chiusura della “cava” di via Vicenza, gli fu dunque possibile – pochi giorni prima di partire per il Marocco – vendere disinvoltamente la testata a un suo amico di Calatafimi, Beppe Bica detto ” Lu Zu Pè” ( Lo Zio Peppe), che acquistò “Mondo Beat” al prezzo di Lire 100.000, con Atto del Notaio in Milano Edoardo Fasola, in data 21 ottobre 1967 ( N.d.C.). “

Aggiornamento 2 Agosto 2014. Melchiorre Gerbino condannato per diffamazione.Il giudice monocratico Ombretta Malatesta della X sezione del Tribunale penale di Milano ha condannato Melchiorre Gerbino a milleduecento euro di multa e al pagamento delle spese di giudizio per diffamazione aggravata nei confronti del giornalista Gianni De Martino, stabilendo anche il suo diritto al risarcimento del danno da liquidarsi in separata sede civile e una provvisionale di euro settemila.
Gerbino era stato querelato da De Martino e poi rinviato a giudizio perché – si legge nel capo d’imputazione – ‘pubblicando all’interno del sito web http://www.melchiorre-mel-gerbino.com un testo dal titolo ‘mondo beat’ contenente la ricostruzione di vicende avvenute nel 1968, offendeva la reputazione di Giovanni De Martino attribuendogli in particolare la partecipazione a un tentato omicidio nei suoi confronti, la partecipazione a logge massoniche e lo svolgimento di attività di spionaggio. Il Tribunale, nel corso dell’udienza del 18 luglio 2014, – oltre la pubblicazione per estratto della sentenza nel Corriere della Sera, a spese del condannato – ha anche ordinato il sequestro delle pagine internet del Gerbino sulle quali i messaggi diffamatori sono stati pubblicati.

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Da “Volantini e documenti su ‘Mondo Beat’ ”

TRAMONTO DEL CAPELLONE

Il 3 gennaio 1968 uscì per ” Il Giorno” un articolo di Mario Zoppelli, che nel sommario così riassumeva l’intera vicenda dei capelloni a Milano:

” Il fenomeno di un anno: apparve nell’estate ’66 col turismo e lo shake, culminò nel giugno scorso col camping di New Barbonia”. Era corredato da una “finestra” o box ( intitolato: ” Cosa ne pensano gli esperti”) con le osservazioni di Maria Del Puglia, ispettrice di polizia ( ” Più irrecuperabili le ragazze”); di Franco Locatelli, redattore-capo de “L’iconoclasta”, periodico per giovani e studenti ( ” I capelloni non avevano un programma”); e di Vittorio Capecchi, sociologo ( ” Il discorso continua”).

Zoppelli ci mandò il suo articolo del 3 gennaio a Essauira, sulla costa atlantica del Marocco, dove si godeva delle ultime ventate calde ed erotiche della breve stagione dell’amore ( il venticello gentile proveniva dalla costa ovest degli Stati Uniti, insieme a giovani figli dei fiori di tutte le nazionalità, o forse di nessuna ). Successivamente, il 2 febbraio 1967, un mese dopo, Zoppelli inviò una lettera che va riprodotta perché esprime molto bene, mi pare, il clima di sospensione e quasi di attesa che invece si era creato a Milano. Un clima che segna il momento di passaggio delle tematiche esistenziali dei beat al movimento studentesco. Qui esse incontrarono esigenze organizzative e programmatiche e – facendo corto circuito con le tematiche del movimento operaio – diedero avvio alla stagione della “militanza”: e cioè al breve Maggio francese, che sarebbe scoppiato di lì a poco, oltre che al lungo 68 italiano risucchiato nei riti, i detriti e il fascino delle ideologie, dell’eroina e delle armi automatiche.

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LETTERA DEL GIORNALISTA MARIO ZOPPELLI A GIANNI DE MARTINO

Milano, 2 febbraio 1968

… ” evidentemente le persone intelligenti hanno capito che noi non siamo che un campanello d’allarme, hanno capito che è risuonato e che è il momento di darsi da fare”. Caro Gianni, condivido pienamente quello che mi hai scritto. Ed è stato appunto per questo che ho scritto quell’articolo contro il quale giustamente ti sei incazzato. Giustamente dal tuo punto di vista, però.

Tu e Paolo siete partiti in ottobre, se ricordo bene. E siete partiti perché ne avevate pieni i coglioni di muovervi tra quei quattro imbecilli, arrivisti e leccaculi scampati al camping o simpatizzanti. O, almeno, anche per questo, credo.

Le cose sono cambiate da quel tempo. Veramente sarebbe più giusto dire che c’è stata una evoluzione. Forse non sai che organo ufficiale e portavoce dei capelloni attuali è “Urlo-Grido Beat”, diretto e curato da persone pronte e disponibili a qualsiasi chiamata dal mondo ufficiale, oltre che a scodinzolare coda e orecchie quando incontrano il “professor Eco”. Che Marco Maria Siggiani, quello che voleva restare fuori dal sistema e vendere il suo libro di merda in piazza protestando contro i tradizionali canali di distribuzione, ora è stato assunto per cooptazione al “Gruppo 63″ e laureato nella cultura ufficiale, secondo le sue aspirazioni di sempre. Non sai che il centro dell'” anti-cultura” è il salotto della Pivano, che pubblica ” Pianeta fresco”, in copie numerate per gli amici e tiene un cero acceso – o quasi – davanti all’immagine di Gianni Scarpelli, martire della causa ( lui sì, davvero), che sconta a San Vittore un anno e quattro mesi per aver fumato un po’ di hashish puzzolente. Che un’altra rivistina di epigoni, intitolata “B.t”, pubblica le solite seghe mentali destinate ai soliti trenta iniziati che fanno happening nel Varesotto da far colare i coglioni sotto le scarpe.

E che tutto è finito in mano alla solita stramaledetta, luridissima e impestata borghesia progressista, socialista alla Giorgio Bocca, aperta ai “problemi dei nostri tempi” come lo è il buco del culo quando caga. E’ la stessa che vi esprimeva solidarietà. Ricordi Feltrinelli che voleva venire al camping con le signore di Montenapoleone e strade affini, che poi si sarebbero fatte inculare nell’ebbrezza e brivido di aver fatto un dispetto alla polizia ( che loro poi sanno mettere a posto quando vogliono) ?

E’ rimasto questo, caro Gianni, di quel giro. Adesso non lo si può chiamare che così.

Gli studenti, intanto, stanno mettendo in crisi la scuola e il suo autoritarismo. A Firenze la polizia li ha caricati e il rettore si è dimesso. Occupazioni sono in corso a Torino, Venezia, Roma, Perugia, Genova, Milano, e forse qualche città me la dimentico. Scendono in piazza anche gli studenti delle medie superiori, che a Milano hanno occupato il Berchet. L’Università Cattolica è in pieno caos. Dovranno riformare lo statuto, come vogliono gli studenti. Ad architettura i programmi di studio li stanno facendo gli studenti.

Credo che gli studenti stiano facendo qualcosa, si stanno dando da fare, come dici tu. E non per ottenere una versione di greco meno lunga o compiti a casa meno pesanti. Questo, forse, voleva anche dire Locatelli.

L’eredità dei capelloni è stata accolta da quelli che hanno il potere, e voi non avete fatto niente per impedirlo. Adesso è diventato un fatto borghese. Se ne discute sempre con Petrus. Quello che accade nelle scuole sta diventando invece un fatto di massa. Potrei citarti qualche statistica, perché sono abbastanza preparato. Fidati della parola.

Parli della polizia. E’ vero, è stata determinante. Ma perché poteva esserlo. Nelle scuole non potrà esserlo. Del resto voi ( ma forse più Paolo che tu) dovete accettare le regole di un gioco voluto da voi. Mi riferisco, s’intende, a come la situazione si era messa. Il vostro non era più un fatto individuale. C’era un’organizzazione. Paolo l’aveva voluta. Facevate delle dimostrazioni. Volevate armare la polizia con un fiore proprio perché i poliziotti hanno il manganello. La ritorsione c’ è stata, e molto dispettosa da parte loro, come avviene nei giochi dei bambini che finiscono in lite. Non è il tuo caso: ma con ingenuità si può intendere anche confusione e ignoranza. Tu te ne sei andato, ma non credo con il risentimento del perseguitato. Dicevate spesso che rimanendo avreste corso il rischio di diventare dei buffoni. Ti assicuro che quelli che sono rimasti lo sono diventati.

Tutto questo per dire che, parlando di tramonto del capellone, avevo sotto gli occhi la situazione di oggi e non le tue intenzioni, il tuo modo di pensare, la tua sensibilità e il tuo rispetto per te stesso e per gli altri. Tutti pregi che ti riconosco e che io, forse possedendoli in minore abbondanza, posso difendere anche nell’ambiente in cui mi muovo, lavoro e vivo onestamente, perché scrivo soltanto quello che voglio. Cioè poco e raramente. Probabilmente io non arriverò a quei “gradi” con i quali Paolo ha scritto ( suppongo per scherzo) che tornerete dal Marocco.


Noi siamo il tentativo d’amore di chi alzandosi in punta di piedi ha cercato di vedere più miele e più luce oltre la curva disperante dell’epoca”, scrivi. Ti assicuro che tu esageri il numero di quel “noi” e attribuisci a degli stronzi arrivisti e leccaculi un’angoscia che è tua, mia anche e di migliaia di altri che non declinavano: professione capellone.

Scusami il casino che ho fatto, le contraddizioni, l’illogicità di quanto ti scrivo, che potrei sconfessare domani stesso. Condivido quanto mi hai scritto. Sbaglieresti se ne facessi un fatto personale. Ne riparleremo. Fammi sapere se il tuo piccolo Majid ha ancora bisogno di quel documento per il passaporto. Pigro come sono non ho ancora trovato il tempo di andare da un notaio. Devo scriverlo in francese? Salutami Paolo e Gunilla. Scriverò presto anche a loro. In Marocco mi piacerebbe venire, e non è escluso che venga. Non so come fare con i bambini. Ma voi quanto tempo rimarrete ancora laggiù ?

Cari saluti dalla Gianna. Grazie per la tua lunga lettera. Ciao.

Mario

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Aggiornamento, 18 luglio 2014.

Melchiorre Gerbino condannato per diffamazione

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Da “ Volantini e documenti”

E P I C E D I O _P E R _L A _M I A _V E R G I N I T A’

LETTERA DI UNA CAPELLONA A UN REDATTORE DI ” MONDO BEAT” ( s.d )

Caro Gianni, questa lettera è un epicedio per la mia verginità, sacrificata sul cosmico altare dell’amore ( era ora!). Forse ti chiederai chi cazzo ci è riuscito e come cazzo ha fatto. Bene, è un bambino delizioso, con deliziosi occhi a mandorla, uno spirito delizioso e un corpo delizioso. Ti piacerebbe conoscerlo, ne sono sicura, anche se non vi trovereste d’accordo su molti punti. Anche lui ricerca sempre, ma per altre vie: già mi pare di averti scritto che è stato a capo di manifestazioni studentesche di sinistra in Giappone. Comunque per quanto tenti di politicizzare tutto, è tanto aperto da capire che esistono altre rivoluzioni oltre quella che vuole fare lui. In molti casi abbiamo idee simili. Per esempio per quanto concerne il problema dei ” fiorellini dei campi”. Aggiungi il fatto che è sempre dolcissimo, che si preoccupa più di me che di se stesso, che abbiamo fatto insieme esperienze meravigliose di viaggi e di situazioni, e potrai capire facilmente perché siamo finiti a letto tanto rapidamente. Il guaio è che soprattutto per lui è una cosa seria, e ogni due parole dice “per sempre” – il che mi dà i brividi, ma d’altra parte mi fa tanta tenerezza… E’ un integro, un puro di cuore. Non è capace di dire una menzogna. Posso leggergli dentro senza bisogno di occhiali, perché quando è con la sua scorza dura di uomo d’azione e di pensiero si scioglie rivelando il bambino che piange. Se adesso pensi che io stia navigando nel cosiddetto sentimento materno, stai attento: c’è anche altro, e che altro! Wow.

Volevo solo dirti una cosa: com’è che quando sono con lui mi viene di chiamarlo Gianni? Ma dopotutto lo amo, e sto benissimo con lui. E’ quello che mi hai sempre consigliato tu: ” trovati un ragazzo”. Adesso ce l’ho. WOW. La prossima volta cercherò di scriverti una lettera più intelligente ( è vero che l’amore rincretinisce?)

Shanti Shanti Shanti

Carmen

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M O N D O B E A T

1966-1967

ANTOLOGIA DELLA RIVISTA

DEI

C A P E L L O N I

LA VERA STORIA DELLA PRIMA RIVOLTA DI STILE DEL DOPOGUERRA

origini immagini e documenti

a cura di Gianni De Martino e Marco Grispigni

dalla QUARTA DI COPERTINA:

” Prossimo e distante, noto e inaspettato, ” Mondo Beat” fu il primo esempio nel nostro Paese di stampa alternativa autogestita e uscì giusto trent’anni fa a Milano. Riuscì a sopravvivere per sette numeri glissando piogge di sequestri e di denunce, resistendo al fascino delle ideologie e delle armi automatiche, inalberando lo slogan dei primi giovani liberi: ‘ SPAZIO MORALE PER UNA GENERAZIONE D’EMERGENZA. DATECI I SACCHI A PELO E TENETEVI LE BANDIERE'”.

” Di questa prima rivolta di stile del dopoguerra, culminata con l’incendio di “Capellonia City” e messa da parte o irrisa come “grande illusione degli anni sessanta” nel corso della lunga e monodica storia di quest’Italia post-politica, post-sociale e post-mortem, il libro intende rievocare le numerose storie possibili, o anche impossibili, attraverso le immagini, i documenti e i testi – ora ironici, ora critici, ora poetici e impegnati – dei protagonisti di una breve estate d’amore e di rivolta, di cui questo libro intende riprendere la memoria e disseminare altrove la pungente effervescenza” (G.D.M.).

 

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