Lucciole

 LUCCIOLE

I giapponesi sono affascinati dalle lucciole che come  la magia del buio, l’incanto della notte e il mistero della natura, hanno un posto nel loro immaginario. Lamentando il degrado nostro e della natura, nel 1975 Pier Paolo Pasolini utilizzò l´immagine della scomparsa delle lucciole come metafora del degrado di un mondo religioso e contadino e riteneva le lucciole «un ricordo, abbastanza straziante, del passato». Non a caso per i giapponesi, così come anche per i cinesi, le lucciole rappresentavano le anime dei morti. Nonostante l’ascesa sfolgorante delle luci abbaglianti ed evanescenti dell’omologazione culturale della modernità, al mondo resiste ancora qualche lucciola. Solo che bisogna andarle a cercare lontano dai riflettori e dalla città, nella notte, dove ancora sopravvivono  e si amano  le lucciole – splendide nell’immaginazione.


Eishosai Chôki (active 1760s – early 1800s)
The Trustees of the British Museum

 

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Il progetto Ground Zero e il Cavallo di Troia

 IL PROGETTO GROUND ZERO
E IL CAVALLO DI TROIA

Il progetto di costruire un centro islamico a Ground Zero,  nel  luogo dove  è stato compiuto il più grande massacro di civili della storia americana  continua a fare discutere l'America e la comunità internazionale. Ci si chiede perché mai, con tanto spazio che c’è in America, si vuole costruire uno dei più grandi centri islamici del mondo  proprio lì ?

Alla vista del magnifico progetto, le opinioni sono assai contrastanti. I partigiani del progetto voluto da Feisal Abdul Rauf, imam della Grande Mela e promotore dell’iniziativa, tramite l’associazione Cordoba initiative , sostengono che la "Casa Cordoba"  – in onore della città capitale dal 756 al 1031 della conquista araba della penisola iberica –  aiuterà a superare i pregiudizi di cui, dal giorno degli attacchi "in nome dell'islam" contro le torri gemelle, costati la vita a circa tremila persone, continua a soffrire la comunità musulmana della città. Che naturalmente non ha nulla a che fare con l’islàm estremo e con al Qaeda, e che però in chiave autoassolutoria vuole fare questo dono alla città di New York.

"Casa Cordoba", piazzata nell’edificio che un tempo ospitava i grandi magazzini Burlington Coat Factory danneggiati  l’11 settembre 2001 in nome dell’islam estremo,  non evoca forse  fin dal nome l’illuminato e pacifico Emirato-Califfato della dinastia degli Omayyadi nella penisola iberica ?  Quando non sconfina con il revanscismo,  la dolce e nostalgica evocazione  del nome di Cordoba si confonde con il racconto o mito orientalista della splendida Andalusia perduta e rimanda al bel sogno di un islam  conviale, accogliente e multiculturale, pacifico  e dialogante. Insomma, un islam po’ diverso dall’islam attuale, scisso in vari islam in lotta fra loro e apparentemente in pieno marasma sociale, culturale, spirituale nella maggior parte delle società in cui predomina un modello di potere islamico.

Nonostante il 70% dei cittadini statunitensi sia contrario, nonostante le proteste dei parenti delle vittime dell'11/09, Hussein Barak Obama si è dichiarato subito entusiasta del progetto dell'imam  Feisal Abdul Rauf. Ansioso di tendere la mano in un gesto di pace universale alle vittime designate dell’esclusione e delle demagogie xenofobe, se non dell’"islamofobia", ha detto che, in principio, si può fare, perché la costituzione del 1789 garantisce a tutti la libertà di culto ( « "Questa è l'America, qui c'è libertà di religione. La causa di al Qaeda non è l'Islam" ).  Facendo eco a Barak Obama si schiera anche Mahmoud al- Zahar , leader di Hamas a Gaza, che parlando oggi  a WABC Radio dà anche lui una lezione di libertà religiosa agli Americani e si esprime a favore  di un centro islamico e una moschea  vicino a Ground Zero, dove sembra ansioso di organizzarvi pellegrinaggi, perché « I musulmani devono costruire moschee ovunque in modo che i fedeli possano pregare. » Un sostegno abbastanza imbarazzante per Obama e per « Casa Cordoba », dal momento che negli Stati Uniti e in Canada  Hamas è considerata una "organizzazione terrorista ".

Gli oppositori del progetto ritengono invece che un grande centro islamico a New York può anche andar bene, ma che realizzarlo proprio a Ground Zero sia un insulto alla memoria delle vittime, oltre che un ulteriore passo verso la sottomissione all’ideologia delle vittime del vittimismo islamico organizzato, se non all’arroganza  dei promotori dell’iniziativa.  

Contro il progetto, finanziato dai sauditi, non ci sono soltanto noti critici dell’islamismo.  Contrario è anche  Zuhdi Jasser ,  musulmano e presidente e fondatore dell’ American Islamic Forum For Democracy: « Non si tratta di libertà religiosa, ma di comprendere l’importanza che il sito del World Trade Center ha sulla psiche del popolo americano », scrive Jasser. E osserva : « L’imam Faisal Rauf non condivide la violenza islamista, ma sembra condividere l’idea  che le strutture islamiche siano politiche e che anche a Ground Zero si dovrebbe guardare attraverso la lente dell’islam politico ».

Anche alcuni docenti dell’Università islamica di  al-Azhar hanno espresso la loro opposizione alla costruzione di  "Casa Cordoba"  vicino a Ground Zero, perché così facendo temono che si potrebbe collegare  l’islam  all’attacco terroristico dell’11 settembre – e cioè a una tragedia che Al-Muti Bayumi ed altri illuminati di al-Azhar affermano essere stato  opera di un complotto sionista. La tesi complottista sostiene, assurdamente, che gli americani, con l’aiuto dei sionisti, si siano gettate giù le torri e un pezzo di Pentagono  per mettere l’islam in cattiva luce, umiliare i musulmani e andarsi a prendere il loro petrolio, l’oro nero, prima in Irak e poi in Afghanistan, ecc.

 Per motivi diversi dal desiderio di raccontare un islam  assolutamente innocente, numerosi intellettuali, giornalisti e studiosi musulmani sono contro il progetto . Fra i più noti, il professor Akbar Ahmed, cattedra Ibn Khaldun all’Università americana di Washington e firmatario della fatidica “lettera dei 138” saggi islamici a Benedetto XVI. “La leadership musulmana non ha compreso l’impatto dell’11 settembre sull’America”, dice Ahmed. “Pensano che gli americani l’abbiano dimenticato e perdonato. Ma le ferite sono aperte e costruire una casa di preghiera lì sarebbe come gettare sale sulle ferite”.

 Come ironizza il comico  Jon Stewart su Obama e la moschea a Ground Zero: “Yes, we can. Ma dovremmo?””Vi ricordate il suo slogan elettorale: ‘Yes we can’ (Sì, possiamo). Ora bisogna aggiungere ‘But should we?’ (Dovremmo proprio?). Chissà poi se è la cosa giusta? Ne siamo sicuri?”.

I saggisti musulmani Raheel Raza e Tarek Fatah del  Muslim Canadian Congress, hanno entrambi lanciato un appello : “Non è sensibile costruire un luogo di preghiera islamica esclusiva nel luogo in cui dei musulmani hanno ucciso migliaia di newyorkesi. E’ come consentire una chiesa serbo- ortodossa a Srebrenica, dove furono uccisi ottomila uomini e ragazzi musulmani”. I due autori sostengono che i promotori del progetto “avrebbero potuto proporre a un memoriale dell’11 settembre la denuncia del jihad, ma non lo hanno fatto”. Altrettanto critico  è il giornalista bengalese Salah Uddin Shoaib Choudhury, che parla del progetto di costruire uno dei più grandi centri islamici del mondo proprio a Ground Zero   come di una “conquista  del suprematismo islamico”. Ovvero, con le parole del poeta tunisino Basset ben Hassan, « la menzogna conquistatrice » : quella che si « arrampica nella nudità delle anime ed edifica i suoi paradisi » ( in ‘ Ab’ad min al – adhîdh – Più lontano del disastro).

Sul Washington Post Neda Bolourchi, la cui madre musulmana era sul volo United Flight 175 che si è schiantato contro il World Trade Center, ha intanto pubblicato il commento più realistico contro il progetto di Ground Zero. “Non ho una tomba da visitare o un luogo in cui portare i fiori gialli preferiti da mia madre, tutto quello che ho è Ground Zero. Temo che la costruzione della moschea al World Trade Center diventerà un simbolo della vittoria dei musulmani militanti e coltiverà una visione fondamentalista della fede islamica. Non mi vergogno della mia fede, ma ai sostenitori della moschea dico: costruite il vostro monumento ideologico da qualunque altra parte, ma non sulla tomba di mia madre. Lasciatela riposare in pace”.

Insomma – tra passato, memoria e politica obamiana dell’ "appeasement"– il dono che l'imam Feisal Abdul Rauf  e gli altri ideologi dell’islam politico, ma non-jihadista,  vorrebbero fare alla città di New York  sembra una specie di mela avvelenata, se non un  cavallo di Troia. 
 

Luciano De Crescenzo  presenta, col suo stile brillante, il racconto del Cavallo di Troia.

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Teseo e il Minotauro

  
TESEO E IL MINOTAURO
( TRA CORAGGIO E PAURA) 
 

  Quando Teseo entrò nel labirinto per uccidere il Minotauro, teneva fra le mani il filo datogli da Arianna, e l'altra estremità del filo era nella sicura mano di Arianna. Così l'eroe aveva la garanzia del ritorno. Ma mano a mano che egli avanzava nei corridoi dell'ingegnoso edificio, l'immagine del mostro a cui si sacrificavano ogni anno fanciulle vergini gli riempiva sempre il cuore di paura. Procedendo sempre più verso il centro dell'edificio, ad ogni passo egli doveva combattere contro la paura che lo spingeva a retrocedere: egli viveva e combatteva nello stesso tempo la paura affascinante che la vergine destinata al sacrificio provava nel suo andare verso il mostro. Non ci fosse stata la spada che stringeva convulsamente nella mano, Teseo sarebbe stato invaso dal terrore della vergine, si sarebbe egli stesso e fino in fondo sentito la vergine sacrificata. –  Elvio Fachinelli, dalla nota al fotolibro di Lisetta Carmi , Travestiti, Essedi, Roma, s.d. ( 1972).


Un giovane torero fifone, preso dal panico, fugge dall'arena inseguito dal toro: "Tuve mucho miedo, me faltaron huevos"


Fellini Satyricon – Scena del Minotauro.

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La Catalogna vieta la Corrida

 LA CATALOGNA  VIETA  LA CORRIDA

La comunità autonoma della Catalogna, di cui Barcellona è capoluogo, ha deciso di vietare la corrida dal 2012. Il parlamento catalano  ha infatti approvato l'abolizione della tauromachia nella regione con 68 voti a favore, 55 contrari e 9 astensioni. La decisione arriva al termine di una lunga stagione di polemiche.

Questa mattina davanti al Parlamento catalano c'erano decine di manifestanti che protestavano per ragioni contrapposte: da una parte c'era chi reclama ''la libertà''' per gli amanti di questo spettacolo di antica tradizione popolare, apprezzata già dagli antichi Greci, Etruschi e Romani e diffusa poi nei Paesi di cultura ispanica e in alcune zone della Francia e dall'altra chi – identificandosi con gli animali sofferenti e  ''umanizzati''  – invoca la fine della ''tortura'' dei tori.
 

Affresco del palazzo di Cnosso – particolare di un corridoio
La scena del gioco del toro e dei ginnasti , 1700-1450 a.C.
Museo archeologico, Iraklio

 Un’enorme perdita per l’arte, la tradizione e la cultura dell’uomo cosiddetto civilizzato.
 

"Vietare le corride, oltre a un oltraggio alla libertà, è anche giocare a fare finta, rifiutarsi di vedere a viso aperto quella verità che è inseparabile dalla condizione umana: che la morte ronza intorno alla vita e finisce sempre per sconfiggerla; che, nella nostra condizione, entrambe sono sempre intente in una lotta permanente e che la crudeltà – ciò che i credenti chiamano il peccato, o il male- fa parte di essa, ma anche così la vita può essere bella, creativa, intensa e trascendente.
Proibire i tori non attenuerà in nessun modo questa verità e, oltre a distruggere una delle manifestazioni più audaci e appariscenti della creatività umana riorienterà la violenza ristagnata nella nostra condizione verso forme più crude e volgari, e magari verso il nostro prossimo
. In effetti, perché inferocirsi contro i tori se è molto più eccitante farlo con i bipedi in carne e ossa che, per di più, strillano quando soffrono e in genere non hanno corna? " -  Vargas Llosa,
Per la libertà della corrida: le ragioni di una festa crudele, Corriere 17 maggio 2010.

TRA L'OMBRA E IL TORO

 

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Addio a Laurent Terzieff

 ADDIO A LAURENT TERZIEFF

 
E' morto a Parigi, a 75 anni, l'attore Laurent Terzieff.  Nato a Toulouse, il vero nome era Laurent Tchemerzine. Esordisce nel 1958 in "Peccatori in blue-jeans"di Marcel Carné.
In Italia lo si ricorda soprattutto per i ruoli di giovane dal volto emaciato e la recitazione incandescente nel grande cinema degli anni Sessanta. Recitò per Mauro Bolognini ne "La notte brava" (1959) ), per Rossellini in 'Vanina Vanini' (1961) , per Pier Paolo Pasolini in "Medea" (1969), dove appare nel ruolo del Centauro. Nel 1976 interpreta il ruolo di Amerling nel "Deserto dei tartari" di Valerio Zurlini . E’ stato anche regista e attore teatrale, con testi di Rilke, Andreiev, Milosz, Albee. Vincitore del premio Molière dell’aprile 2010, negli ultimi tempi citava Louis Jouvet per riassumere il suo lavoro: « condannati a spiegare il mistero della vita, gli uomini hanno inventato il teatro, che per un istante sembra prometterci il segreto del mondo ».


Scena da La via lattea (La voie lactée, 1968 ) di Luis Buñuel.

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Da  Medea  (1969) di Pier Paolo Pasolini) – Il Centauro sacro e il Centauro sconsacrato

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La bellezza dell'incompiuto

 LA BELLEZZA DELL’INCOMPIUTO

 

« Cristo è “l'eternamente giovane”, ed è quindi la guida migliore per i ragazzi e le ragazze del nostro tempo » ( Benedetto XVI, Lisbona, maggio 2010).

 « La maturité est un masque. Le groupe des adultes, qui m’a adopté, surveille mes gestes, ma vie entière. Il m’aide à ne pas retourner en deçà de la frontière qui me sépare désormais, et pour toujours de mon enfance. Je dois à chaque instant paraître adulte. (…) Dans les rencontres, il me faut cacher ces hésitations, ce tâtonnement, qui seraient considérés comme des signes inacceptables d’immaturité. (…) L’adulte, c’est d’abord un accomplissement définitif. Pour lui d’ordinaire, les jeux sont faits. Son univers est un monde fixe  (…) » (Georges Lapassade, L'entrée dans la vie.Essai sur l'inachèvement de l'homme,  Préface de la 2nd édition, Paris, Anthropos, 1997, page XIX).

«Per me la gioventù non è tanto ingenua. Ma mi sembra che l’unica cosa che ci resta sia comunque la gioventù: una cosa divina. […] Entriamo in un mondo nel quale la personalità si perde, tutto va in frantumi, e ciò che rimane è sempre questo incanto che nasce dal basso, la forza biologica dell’umanità che si rinnova. È per questo che insisto su tale tema. La gioventù diventa la sola speranza, la sola bellezza: l’unico rinnovamento» (Witold Gombrowicz, in Piero Sanavio, Gombrowicz: la forma e il rito, Padova, Marsilio editori, 1974, p. 22).

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Il volo della Fenice

IL VOLO DELLA FENICE

 

Gli altari in rovina sono abitati dai demoni
(E. Junger, Blatter una Steine).

Nel corso di un dibattito sulla letteratura vampirica ( nel blog letteratitudine di Massimo Maugeri) , è stata, tra l’altro, evocata la figura della fenice. Uccello mitico a metà tra un’aquila e un airone, di colore rosso sangue, capace di ricostruirsi ciclicamente dalle proprie ceneri, la fenice è cara al cuore di numerosi scrittori, pittori e musicisti.

Ovidio ne parla nelle Metamorfosi (XV 391- 408) e Dante Alighieri evoca proprio la fenice ovidiana  in relazione con la metamorfosi infernale del dannato Vanni Fucci,  che morso alla nuca da un serpente  in un istante si incenerisce e subito rinasce nelle sue fattezze precedenti.

L’incenerimento e la rinascita  sono illustrati da una similitudine che apparenta il dannato alla fenice:

«Così per li gran savi si confessa / che la fenice more e poi rinasce, / quando al cinquecentesimo anno appressa; // erba né biado in sua vita non pasce, / ma sol d’incenso lagrime e d’amomo, / e nardo e mirra son l’ultime fasce» (Inf. XXIV 106-111).

Nel corso dell’evoluzione del mito della fenice ( già menzionato dal poeta Esiodo e descritto nel quinto secolo a.C. da Erodoto, che collega l’Araba Fenice all’immarcescibilità dell’incenso) , questo uccello solare entra anche nel bestiario allegorico cristiano come figura di Cristo, della sua morte e risurrezione, e del cristiano destinato a risuscitare dopo la morte alla vita eterna.
Il tema cristiano della trasformazione del corpo mortale a immagine del  “corpo di gloria” del Cristo-Fenice annuncia una immortalità sovrannaturale e non ciclica.
L’immortale dannato Vanni Fucci rappresentato da Dante è invece soggetto alle metamorfosi in un giro senza fine di morti e resurrezioni continue, vale a dire senza misericordia.

La parodia infernale della Fenice cristiana  è una immortalità vana, ripetitiva e crudele come quella della natura, tautologica come quella del serpente Uroboro, mitica e artistica come quella  della fenice della lettura ovidiana – e infine fragile, disperata e malefica come l’immortalità del vampiro.
Anche nei racconti di vampiri vi sono tombe vuote. E, nell’attesa di essere invitato ad entrare, un fantasma a un tempo noto e inaspettato  ( quasi un’ombrosa parodia del Risorto) si tiene malinconicamente alla porta  e bussa mordendo il vuoto.

SOFFIARE SULLE CENERI

In un giro  senza fine  di morti e resurrezioni nello spazio bianco,  anche il movimento della scrittura apre, in qualche modo, a metamorfosi significative e quasi deliranti .
Fra morsi, rimorsi e quello che per tranquillità chiamiamo l’Inconscio o il “ritorno del rimosso”, il movimento vivente della scrittura esprime, anzi sprigiona le scintille di  uno strano fuoco. E andando oltre, sempre oltre, forse andando incontro all’ imprevisto, esprime il desiderio di uno spazio di non-morte. 

E’ come se le parole fossero pipistrelli in volo verso i lettori per rinsanguarsi. E il Vampiro  il gemello oscuro che questo o quell’autore invia, al suo posto, nel mondo.

Sembravano voler andare chissà dove, le parole, ed eccole invece ritornare come disertori…

A volte  le parole sembrano niente altro che  cenere. Le ceneri della Fenice. Perlomeno così pare, finché non incontrano un lettore attivo, diventando le rivelatrici di una Cosa ardente e come proveniente da molto lontano che cerca di farsi strada, e talvolta vi riesce – per quanto possa sembrare inaudito o subito rimosso.

Le parole che sembravano abitate dal fuoco di  una presenza, “come un biblico roveto ardente” ( Antonio Spadaro, in L’altro fuoco: l’esperienza della letteratura, Jaca Book, Milano, 2009), ora non sono altro che macchie d’inchiostro o bit che sbiadiscono con il tempo. E’ come se il libro fosse stato bucato dal fuoco del cielo.

Esporsi al vento del numinoso e delle tensioni fondamentali, così come soffiare sulle  ceneri del già detto  per far ri-prendere il volo alle parole è un lavoro  a un tempo delicato e rischioso. Occorre un punto di vista sufficientemente elevato, un’altezza che dipende da questo o quell’autore.
Giordano Bruno, per esempio, dopo una pericolosa scalata di sesto grado superiore, non resiste al rischio e al vizio della chiaroveggenza ed  evoca la fenice  definendola : “Unico augel del sol”.
 E “immortal, innocente, unico augello”, la chiama Torquato Tasso nel Mondo creato, “che della morte sua rinasce e vive”, di se stesso erede.Rovesciando una tradizione millenaria che la vuole unica e asessuata, nel breve, oscuro poemetto, La Fenice e la Tortora, Shakespeare darà  invece una compagna al favoloso uccello d’ Arabia, facendone un’ allegoria della perfetta unione d’ amore.

Baudelaire, invece, alle soglie dell’afasia, incontrerà  la fenice nella forma del disincanto e dell’ “ala dell’imbecillità che passa”. Più recentemente, nel romanzo Ucciderò Mefisto, lo scrittore Valter Binaghi narra dell’irruzione di una specie di fenice , l’airone, portatrice di istanze  “sacre” nella vita diFausto Blangé, che ne viene travolta.

Scrivere della fenice è la scrittura meno gratuita che esista, la più pericolosa. Come giocare con il fuoco, se non con la Cosa di Mosé.  Parafrasando Oscar Wilde :  “Il grande vantaggio del giocare col fuoco è che non ci si scotta mai. Sono solo coloro che non sanno giocarci che si bruciano del tutto”.

E’ come se ogni volta le ceneri della Fenice generassero un altro uccello-fenice, se non un altro Icaro. Oltre il tricotage sul buco del reale e nel simbolico, nessun nome tiene. Ad ogni ascensione/accensione dell’animale fantastico verso il sole un nome cede a un altro nome, ridotto in cenere per subito risollevarsi dalle sue ceneri.

Che strano uccello ! Mentre “Icaro” cade, metaforicamente, sulla pagina, Giordano Bruno saliva veramente al rogo –  anche e non solo per aver sognato molta legna da ardere e scritto di una fenice.

Dove anche la fenice cade, scrivere è diventare cenere d’autore – un’incenerazione del corpo dei significanti.

Se non fosse per il lavoro della metafora ( il fuoco che cova sotto le ceneri della Fenice), oltre che per il lavoro della memoria, dell’immaginazione e del simbolico, le parole non potrebbero, per così dire, ritornare in vita, prendere fuoco e propagarsi, ri-accendendosi le une dopo le altre e proiettando – nel momento in cui le si pronuncia – scintille di significanti secondari che accendono altri focolai. E’ quanto accade specialmente per la parola letteraria,  poetica.

Affinché rinasca la Fenice, occorre che un lettore attivo (non dico grande, ma non fiacco) soffi sulla brace delle parole e l’accensione si propaghi verso altri lettori che, a loro volta…vi rispondano con la propria storia, il proprio linguaggio, la propria libertà.

Ma poiché molte sono le storie possibili, o anche impossibili, e linguaggio e libertà cambiano infinitamente, la risposta a uno scrittore non può che essere infinita.
Con altre parole, volendo riprendere la questione della fenice con le parole di Roland Barthes: “on ne cesse jamais de répondre à ce qui a été écrit hors de toute réponse : affirmés, puis mis en rivalité, puis remplacés, les sens passent, la question demeure. ( Roland Barthes, Sur Racine, Seuil ed, 1963, p.11. ” Non si finisce mai di rispondere a quello che è stato scritto fuori da ogni risposta: affermati, poi messi in rivalità, poi rimpiazzati, i sensi passano, la questione resta”).”

Imbattersi nel mistero del Forno-Fenice  e  ardere senza bruciare, non è forse la paura, la folle speranza e l’arcana, fragile  felicità della fenice?  Forse è la scintilla e l’ala di un altro desiderio,  più alto delle stelle, più sottile di uno spirito e più veloce della morte.

E’ un’angoscia più intensa della gioia,
è il dolore della Risurrezione,
quando le schiere dal rapito volto
di là dal nostro dubbio nuovamente s’incontrino.
E’ l’estasi violenta che scuoterà la tomba,
quando il sudario allenterà la stretta
e creature vestite di miracolo
saliranno a due a due.

Da Emily Dickinson “Poesie”
D’altra parte è anche vero – come suggeriva anche Freud  – che  quello che non si può raggiungere a volo, talvolta lo si può raggiungere  zoppicando. Sognare la fenice e zoppicare  non è peccato.

In ogni caso, come chi nasconde il proprio folle muore senza voce, così chiunque non diventi cenere mai risorgerà con la Fenice.

 La Fenice
da Prodigiorum ac ostentorum chronicon (1557) di Licostene (1518–1561)

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Daniele nella fossa dei leoni

 DANIELE NELLA FOSSA DEI LEONI


 
-Dal Corriere, La fragilità di Israele di Angelo Panebianco

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Battaglia di fronte alla spiaggia di Gaza

 BATTAGLIA DI FRONTE ALLA SPIAGGIA DI GAZA


Una decina di persone sarebbero morte oggi al largo della Striscia di Gaza in seguito ad un
attacco  condotto da attivisti filo-Hamas contro i soldati della  marina israeliana che cercavano  d’impedire a una flottiglia turca di forzare il blocco navale.
 
Stando a un portavoce militare di Israele, a innescare la sparatoria sarebbe stato il tentativo di alcuni attivisti pro-Hamas di linciare con bastoni, coltelli e almeno un’arma da fuoco, sottratta a un soldato, i militari israeliani saliti a bordo.
İsrail'in sildiği FotoğraflarFoto del giornale turco Hurriyet

http://fotogaleri.hurriyet.com.tr/GaleriDetay.aspx?cid=36575&p=2&rid=2

Fra i militari scampati al linciaggio si contano nove feriti fra cui due gravi,  ha aggiunto il portavoce, accusando i promotori della flottiglia di aver organizzato una «provocazione violenta». Alla fine le navi sono passate sotto il controllo israeliano e sono attualmente scortate verso il porto di Ashdod.

La Turchia ha fatto sapere che l'attacco alla flottiglia di « pacifisti » armati potrà portare a ''conseguenze irreparabili'' nei legami con Israele, « colpevole » di difendersi dai vicini terroristi e di aver bloccato la flottiglia « pacifista » diretta a Gaza.
Intanto  il movimento islamista Hamas ha esortato alla ''rivolta'' di arabi e musulmani in tutto il mondo. Il capo terrorista  di Hamas Ismail Haniyeh, è apparso in televisione al-Jazeera a condannare il "brutale attacco" e ha invitato le Nazioni Unite ad intervenire a nome degli attivisti .

L’incubo, sullo sfondo, è quello di una terza intifada, mentre in Italia l’incidente provocato  dai fiancheggiatori della jihad alimenterà le campagne d’odio contro Israele, « colpevole » di non aver lasciato linciare i propri soldati e di non permettere  ai « pacifisti » militarmente organizzati di consolidare a Gaza una nuova base armata inattaccabile per l'islamismo combattente.
 


"I partecipanti alla Flottiglia per Gaza aspirano al martirio per Allah"


I "pacifisti" della Flottiglia per Gaza scandiscono canti islamisti e invocano l'assassinio degli Ebrei :
"Ricordate Khaibar, Khaibar! Oh Ebrei, l'armata di Maometto tornera'!" ( il riferimento del canto dei "pacifisti" è il massacro degli Ebrei di Khaybar da parte di Maometto – il Buon Modello che, secondo gli islamisti, dovrebbe guidare tutte le azioni umanitarie dei buoni musulmani combattenti).

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Odori

IN ODOR DI POESIA 

Sabato 22 maggio 2010 ore 10-30
Nell’ambito del convivio « In odor di poesia »
alla Fattoria di Statiano
56045 Micciano, Pomarance (PI)

Intervento di Gianni De Martino 
« Impariamo ad annusare »

  Da un'idea di Fabio Albano e grazie ai contributi di alcuni cari amici nasce il primo convivio poetico della Fattoria di Statiano il 22 e 23 Maggio prossimi. Complice la splendida cornice delle colline e borghi toscani, un appuntamento tra il serio e il faceto, per entrare nello spirito primaverile e dedicare un felice week end all'ozio, alla poesia, al canto e al buon cibo nel gentil discorrere con il più misterioso e gradito senso: l'odorato.

PER MAGGIORI INFORMAZIONI :
0588/61153 oppure
info@agriturismostatiano.com

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