Non è colpa del cetriolo

 LEGUMI

NON E’ COLPA DEL CETRIOLO

Durante la sessione plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo, Francisco Sosa Wagner, membro del partito spagnolo Spanish Union Progresso y Democracia (UPyD) , rivendica l’onore perduto dell’innocente “pepino”, il famoso cetriolo dell’Andalusia,  ritenuto a torto responsabile della  recente epidemia di E. coli  diffusasi in Germania e ingiustamente calunniato. 

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Il giorno di Pisapippi

 SATIRA

IL GIORNO DI PISAPIPPI



Quando l’attore e comico Bisio lo sottopone a una raffica di domande, lui si presta.  San Francesco o Che Guevara? “Una sintesi di tutti e due, sarebbe il mio sogno”.
‘Estremamente tollerante’, come lo definisce, in una intervista a Vanity Fair, la moglie Cinzia Sasso, il neosindaco di Milano non fa dunque differenza tra un santo e un guerrigliero, cmq « due grandi uomini». Non a caso, l’avvocato ( altri sessantottini sono diventati notai)  dice di amare in modo equanime Pertini, il Dalai Lama e Paperoga. 

 La garbata e affettuosa ‘sintesi’ operata passando accanto alle differenze, ricorda altri onirici tentativi d’innesto ricorrenti nella sinistra, come quando per esempio si cercò d’innestare Lacan-con-Gramsci, Mao-con-i-Beatles, Maharishi-con-san Berlinguer ecc. 

L’innesto San Francesco-con-Che Guevara ( “un Che Guevara con la cravatta”, come precisa Roberto Vecchioni in una intervista pubblicata su Leggo) sembra un innesto alla Frankenstein. Chi potrebbe innamorarsi – a parte l’arcivescovo progressista Tettamanzi  – di un ibrido, una Chimera,  un mostro del genere? Chissà perché la sinistra finisce sempre con l’innamorarsi dell’uomo sbagliato.

Altro che “una sintesi di San Francesco e Che Guevara”! Avendo il “coraggio di essere se stesso”, il “liberatore” di Milano  appare  più come un innesto eccezionale tra il Giuliano sognante della Milano bene di Maria Giulia Crespi ( ex editrice del Corriere, conosciuta come ‘Old Cresponia’ o la ‘Zarina rossa’ ) e la proletaria Pippi Långstrump, la bambina protagonista del romanzo Pippi Calzelunghe nata dalla fantasia della scrittrice svedese Astrid Lindgren.

Anche Pisapippi  è un personaggio anticonformista che incarna il sogno di libertà di ogni buon bambino nomade, con la sua forza inclusiva e gentile, la “grande moschea” dei  fratelli musulmani stretti in un sognante abbraccio,  tante carte a sorpresa in merito agli assessorati color rosa bonbon e mille avventure mirabolanti da condividere con gli amici della Casa della Carità, i giovani in aggressiva e fragile  effervescenza dei ‘centri sociali’ ( i quali,  secondo le ultime notizie , neanche ha il tempo di indossare la fascia tricolore,  gli avrebbero dato i primi grattacapo) e i compagni cittadini in visita al Palazzo Marini,  il Comune trasformato in festante Casa del Popolo, con tavoloni in stile festa dell’unità emiliana dove poter gustare kebab e zichinì, attingendo con le dita a un grande piatto comune posto al centro di ogni tavolo. Tra sinistri bagliori, la colonna sonora di Palazzo Marini è offerta dalla musica della meravigliosa “primavera araba”,  in  un effluvio odorosissimo e multietnico di thè alla menta e  di peperoni farciti.

Ma Pisapippi ( Pisapippa, secondo l’invettiva del Grillo ; “l’espugnatore” di Milano, secondo Nichi  che parla di “fine del tempo del dolore” ) è anche  un apologo sulla diversità accogliente che  sconcerta e spaventa i gli adulti con la testa cotonata, vecchi esangui  barricati nel loro mondo di regole, ciechi alle meravigliose “autocostruzioni rom” e sordi alla protesta degli immigrati al grido di ‘Liberta, liberta…’. Allo stesso tempo la vittoria di Pisapippi premia il popolo arancione che – sotto il sole che ride – l’ accoglie con spontaneità rivelandosi l’alba del domani, il “risveglio del Paese”, fonte ineguagliabile di cambiamento tra icone svuotate di contenuto, riti e detriti di sogni utopistici & rifondativi,  e profondità di sentimenti .

Sentimenti  espressi dalle note di belle  canzoni come “La casa delle farfalle”, “sogna ragazzo, sogna” e la commovente “Celia De La Cerna”, che dando voce, in falsetto, alla mamma dell’eroe ( ” fa male al cuore / avere un figlio straordinario! “), il Vecchioni che avanza ha voluto dedicare all’ “uomo dei sogni”.

Tra le vivacissime note di “Bandolero stanco” e le splendide macerie di una sinistra che vira dal rosso al violaceo  all’arancione,  a piazza del Duomo spunta anche l’arcobaleno equo & solidale. “Siamo a un passo dal sogno”, titola la Repubblica. Hasta la victoria siempre e vaiiiiiiiiiii Pisapippi!

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Pisapoppins

 SATIRA
 
« A UN PASSO DAL SOGNO »
 
 
« ‘Il vento cambia davvero’. Lo slogan di Giuliano Pisapia si è trasformato in realtà.
La burrasca che ha colpito Milano ha sollevato le gonne delle signore in Galleria Vittorio Emanuele, ha sparpagliato nel cielo i volantini del candidato, ha ribaltato gli ombrelli del popolo arancione raccolto in piazza Duomo per il concerto di chiusura della campagna elettorale di Giuliano Pisapia.
‘Si sta alzando un vento nuovo. Milano può dare un segno importante di risveglio del Paese. Il vento di Milano va portato in tutta Italia’. Pioggia ed entusiasmo. Spunta anche l'arcobaleno» ( Corriere della Sera, 28-05-2011).
 

ho sentito passare su Milano  il vento dell’ala dell’imbecillità.
 ( Parafrasi dai Journaux intimes di Charles Baudelaire)
 
Illustrazione : Pisapoppins, secondo Tomas
 
 

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VERSO LA RISURREZIONE

VERSO LA RISURREZIONE

Dopo la grande onda dello Tsunami, mentre l'orizzonte del pianeta in bilico si oscura nella preparazione di nuove guerre, la festa dei ciliegi in fiore in Giappone ci ricorda di come la vita sia effimera e preziosa, da condividere passando il tempo in compagnia delle persone che si amano, mangiando e bevendo té o saké. Contemplare così la bellezza della fioritura dell'albero di ciliegio è un anticipo di Risurrezione.

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TSUNAMI

  L'URLO DELLA NATURA


Hokusai (葛飾北斎; Edo, 1760 – 10 maggio 1849)

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Cammini

Interruzione momentanea per vacanza, vacuità, viaggio verso il reale della natura


Alle sorgenti di El Awina ( Marocco)


Argania

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Lucciole

 LUCCIOLE

I giapponesi sono affascinati dalle lucciole che come  la magia del buio, l’incanto della notte e il mistero della natura, hanno un posto nel loro immaginario. Lamentando il degrado nostro e della natura, nel 1975 Pier Paolo Pasolini utilizzò l´immagine della scomparsa delle lucciole come metafora del degrado di un mondo religioso e contadino e riteneva le lucciole «un ricordo, abbastanza straziante, del passato». Non a caso per i giapponesi, così come anche per i cinesi, le lucciole rappresentavano le anime dei morti. Nonostante l’ascesa sfolgorante delle luci abbaglianti ed evanescenti dell’omologazione culturale della modernità, al mondo resiste ancora qualche lucciola. Solo che bisogna andarle a cercare lontano dai riflettori e dalla città, nella notte, dove ancora sopravvivono  e si amano  le lucciole – splendide nell’immaginazione.


Eishosai Chôki (active 1760s – early 1800s)
The Trustees of the British Museum

 

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Il progetto Ground Zero e il Cavallo di Troia

 IL PROGETTO GROUND ZERO
E IL CAVALLO DI TROIA

Il progetto di costruire un centro islamico a Ground Zero,  nel  luogo dove  è stato compiuto il più grande massacro di civili della storia americana  continua a fare discutere l'America e la comunità internazionale. Ci si chiede perché mai, con tanto spazio che c’è in America, si vuole costruire uno dei più grandi centri islamici del mondo  proprio lì ?

Alla vista del magnifico progetto, le opinioni sono assai contrastanti. I partigiani del progetto voluto da Feisal Abdul Rauf, imam della Grande Mela e promotore dell’iniziativa, tramite l’associazione Cordoba initiative , sostengono che la "Casa Cordoba"  – in onore della città capitale dal 756 al 1031 della conquista araba della penisola iberica –  aiuterà a superare i pregiudizi di cui, dal giorno degli attacchi "in nome dell'islam" contro le torri gemelle, costati la vita a circa tremila persone, continua a soffrire la comunità musulmana della città. Che naturalmente non ha nulla a che fare con l’islàm estremo e con al Qaeda, e che però in chiave autoassolutoria vuole fare questo dono alla città di New York.

"Casa Cordoba", piazzata nell’edificio che un tempo ospitava i grandi magazzini Burlington Coat Factory danneggiati  l’11 settembre 2001 in nome dell’islam estremo,  non evoca forse  fin dal nome l’illuminato e pacifico Emirato-Califfato della dinastia degli Omayyadi nella penisola iberica ?  Quando non sconfina con il revanscismo,  la dolce e nostalgica evocazione  del nome di Cordoba si confonde con il racconto o mito orientalista della splendida Andalusia perduta e rimanda al bel sogno di un islam  conviale, accogliente e multiculturale, pacifico  e dialogante. Insomma, un islam po’ diverso dall’islam attuale, scisso in vari islam in lotta fra loro e apparentemente in pieno marasma sociale, culturale, spirituale nella maggior parte delle società in cui predomina un modello di potere islamico.

Nonostante il 70% dei cittadini statunitensi sia contrario, nonostante le proteste dei parenti delle vittime dell'11/09, Hussein Barak Obama si è dichiarato subito entusiasta del progetto dell'imam  Feisal Abdul Rauf. Ansioso di tendere la mano in un gesto di pace universale alle vittime designate dell’esclusione e delle demagogie xenofobe, se non dell’"islamofobia", ha detto che, in principio, si può fare, perché la costituzione del 1789 garantisce a tutti la libertà di culto ( « "Questa è l'America, qui c'è libertà di religione. La causa di al Qaeda non è l'Islam" ).  Facendo eco a Barak Obama si schiera anche Mahmoud al- Zahar , leader di Hamas a Gaza, che parlando oggi  a WABC Radio dà anche lui una lezione di libertà religiosa agli Americani e si esprime a favore  di un centro islamico e una moschea  vicino a Ground Zero, dove sembra ansioso di organizzarvi pellegrinaggi, perché « I musulmani devono costruire moschee ovunque in modo che i fedeli possano pregare. » Un sostegno abbastanza imbarazzante per Obama e per « Casa Cordoba », dal momento che negli Stati Uniti e in Canada  Hamas è considerata una "organizzazione terrorista ".

Gli oppositori del progetto ritengono invece che un grande centro islamico a New York può anche andar bene, ma che realizzarlo proprio a Ground Zero sia un insulto alla memoria delle vittime, oltre che un ulteriore passo verso la sottomissione all’ideologia delle vittime del vittimismo islamico organizzato, se non all’arroganza  dei promotori dell’iniziativa.  

Contro il progetto, finanziato dai sauditi, non ci sono soltanto noti critici dell’islamismo.  Contrario è anche  Zuhdi Jasser ,  musulmano e presidente e fondatore dell’ American Islamic Forum For Democracy: « Non si tratta di libertà religiosa, ma di comprendere l’importanza che il sito del World Trade Center ha sulla psiche del popolo americano », scrive Jasser. E osserva : « L’imam Faisal Rauf non condivide la violenza islamista, ma sembra condividere l’idea  che le strutture islamiche siano politiche e che anche a Ground Zero si dovrebbe guardare attraverso la lente dell’islam politico ».

Anche alcuni docenti dell’Università islamica di  al-Azhar hanno espresso la loro opposizione alla costruzione di  "Casa Cordoba"  vicino a Ground Zero, perché così facendo temono che si potrebbe collegare  l’islam  all’attacco terroristico dell’11 settembre – e cioè a una tragedia che Al-Muti Bayumi ed altri illuminati di al-Azhar affermano essere stato  opera di un complotto sionista. La tesi complottista sostiene, assurdamente, che gli americani, con l’aiuto dei sionisti, si siano gettate giù le torri e un pezzo di Pentagono  per mettere l’islam in cattiva luce, umiliare i musulmani e andarsi a prendere il loro petrolio, l’oro nero, prima in Irak e poi in Afghanistan, ecc.

 Per motivi diversi dal desiderio di raccontare un islam  assolutamente innocente, numerosi intellettuali, giornalisti e studiosi musulmani sono contro il progetto . Fra i più noti, il professor Akbar Ahmed, cattedra Ibn Khaldun all’Università americana di Washington e firmatario della fatidica “lettera dei 138” saggi islamici a Benedetto XVI. “La leadership musulmana non ha compreso l’impatto dell’11 settembre sull’America”, dice Ahmed. “Pensano che gli americani l’abbiano dimenticato e perdonato. Ma le ferite sono aperte e costruire una casa di preghiera lì sarebbe come gettare sale sulle ferite”.

 Come ironizza il comico  Jon Stewart su Obama e la moschea a Ground Zero: “Yes, we can. Ma dovremmo?””Vi ricordate il suo slogan elettorale: ‘Yes we can’ (Sì, possiamo). Ora bisogna aggiungere ‘But should we?’ (Dovremmo proprio?). Chissà poi se è la cosa giusta? Ne siamo sicuri?”.

I saggisti musulmani Raheel Raza e Tarek Fatah del  Muslim Canadian Congress, hanno entrambi lanciato un appello : “Non è sensibile costruire un luogo di preghiera islamica esclusiva nel luogo in cui dei musulmani hanno ucciso migliaia di newyorkesi. E’ come consentire una chiesa serbo- ortodossa a Srebrenica, dove furono uccisi ottomila uomini e ragazzi musulmani”. I due autori sostengono che i promotori del progetto “avrebbero potuto proporre a un memoriale dell’11 settembre la denuncia del jihad, ma non lo hanno fatto”. Altrettanto critico  è il giornalista bengalese Salah Uddin Shoaib Choudhury, che parla del progetto di costruire uno dei più grandi centri islamici del mondo proprio a Ground Zero   come di una “conquista  del suprematismo islamico”. Ovvero, con le parole del poeta tunisino Basset ben Hassan, « la menzogna conquistatrice » : quella che si « arrampica nella nudità delle anime ed edifica i suoi paradisi » ( in ‘ Ab’ad min al – adhîdh – Più lontano del disastro).

Sul Washington Post Neda Bolourchi, la cui madre musulmana era sul volo United Flight 175 che si è schiantato contro il World Trade Center, ha intanto pubblicato il commento più realistico contro il progetto di Ground Zero. “Non ho una tomba da visitare o un luogo in cui portare i fiori gialli preferiti da mia madre, tutto quello che ho è Ground Zero. Temo che la costruzione della moschea al World Trade Center diventerà un simbolo della vittoria dei musulmani militanti e coltiverà una visione fondamentalista della fede islamica. Non mi vergogno della mia fede, ma ai sostenitori della moschea dico: costruite il vostro monumento ideologico da qualunque altra parte, ma non sulla tomba di mia madre. Lasciatela riposare in pace”.

Insomma – tra passato, memoria e politica obamiana dell’ "appeasement"– il dono che l'imam Feisal Abdul Rauf  e gli altri ideologi dell’islam politico, ma non-jihadista,  vorrebbero fare alla città di New York  sembra una specie di mela avvelenata, se non un  cavallo di Troia. 
 

Luciano De Crescenzo  presenta, col suo stile brillante, il racconto del Cavallo di Troia.

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Teseo e il Minotauro

  
TESEO E IL MINOTAURO
( TRA CORAGGIO E PAURA) 
 

  Quando Teseo entrò nel labirinto per uccidere il Minotauro, teneva fra le mani il filo datogli da Arianna, e l'altra estremità del filo era nella sicura mano di Arianna. Così l'eroe aveva la garanzia del ritorno. Ma mano a mano che egli avanzava nei corridoi dell'ingegnoso edificio, l'immagine del mostro a cui si sacrificavano ogni anno fanciulle vergini gli riempiva sempre il cuore di paura. Procedendo sempre più verso il centro dell'edificio, ad ogni passo egli doveva combattere contro la paura che lo spingeva a retrocedere: egli viveva e combatteva nello stesso tempo la paura affascinante che la vergine destinata al sacrificio provava nel suo andare verso il mostro. Non ci fosse stata la spada che stringeva convulsamente nella mano, Teseo sarebbe stato invaso dal terrore della vergine, si sarebbe egli stesso e fino in fondo sentito la vergine sacrificata. –  Elvio Fachinelli, dalla nota al fotolibro di Lisetta Carmi , Travestiti, Essedi, Roma, s.d. ( 1972).


Un giovane torero fifone, preso dal panico, fugge dall'arena inseguito dal toro: "Tuve mucho miedo, me faltaron huevos"


Fellini Satyricon – Scena del Minotauro.

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La Catalogna vieta la Corrida

 LA CATALOGNA  VIETA  LA CORRIDA

La comunità autonoma della Catalogna, di cui Barcellona è capoluogo, ha deciso di vietare la corrida dal 2012. Il parlamento catalano  ha infatti approvato l'abolizione della tauromachia nella regione con 68 voti a favore, 55 contrari e 9 astensioni. La decisione arriva al termine di una lunga stagione di polemiche.

Questa mattina davanti al Parlamento catalano c'erano decine di manifestanti che protestavano per ragioni contrapposte: da una parte c'era chi reclama ''la libertà''' per gli amanti di questo spettacolo di antica tradizione popolare, apprezzata già dagli antichi Greci, Etruschi e Romani e diffusa poi nei Paesi di cultura ispanica e in alcune zone della Francia e dall'altra chi – identificandosi con gli animali sofferenti e  ''umanizzati''  – invoca la fine della ''tortura'' dei tori.
 

Affresco del palazzo di Cnosso – particolare di un corridoio
La scena del gioco del toro e dei ginnasti , 1700-1450 a.C.
Museo archeologico, Iraklio

 Un’enorme perdita per l’arte, la tradizione e la cultura dell’uomo cosiddetto civilizzato.
 

"Vietare le corride, oltre a un oltraggio alla libertà, è anche giocare a fare finta, rifiutarsi di vedere a viso aperto quella verità che è inseparabile dalla condizione umana: che la morte ronza intorno alla vita e finisce sempre per sconfiggerla; che, nella nostra condizione, entrambe sono sempre intente in una lotta permanente e che la crudeltà – ciò che i credenti chiamano il peccato, o il male- fa parte di essa, ma anche così la vita può essere bella, creativa, intensa e trascendente.
Proibire i tori non attenuerà in nessun modo questa verità e, oltre a distruggere una delle manifestazioni più audaci e appariscenti della creatività umana riorienterà la violenza ristagnata nella nostra condizione verso forme più crude e volgari, e magari verso il nostro prossimo
. In effetti, perché inferocirsi contro i tori se è molto più eccitante farlo con i bipedi in carne e ossa che, per di più, strillano quando soffrono e in genere non hanno corna? " -  Vargas Llosa,
Per la libertà della corrida: le ragioni di una festa crudele, Corriere 17 maggio 2010.

TRA L'OMBRA E IL TORO

 

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