Odori

IN ODOR DI POESIA 

Sabato 22 maggio 2010 ore 10-30
Nell’ambito del convivio « In odor di poesia »
alla Fattoria di Statiano
56045 Micciano, Pomarance (PI)

Intervento di Gianni De Martino 
« Impariamo ad annusare »

  Da un'idea di Fabio Albano e grazie ai contributi di alcuni cari amici nasce il primo convivio poetico della Fattoria di Statiano il 22 e 23 Maggio prossimi. Complice la splendida cornice delle colline e borghi toscani, un appuntamento tra il serio e il faceto, per entrare nello spirito primaverile e dedicare un felice week end all'ozio, alla poesia, al canto e al buon cibo nel gentil discorrere con il più misterioso e gradito senso: l'odorato.

PER MAGGIORI INFORMAZIONI :
0588/61153 oppure
info@agriturismostatiano.com

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Primo maggio

 LAVORATORIII !

Primo maggio, dov'è la festa?


  Il campeggio J

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Sacrificio, Tarkovskij

 SACRIFICIO
 (Andrej Tarkovskij)

” Un giorno un anziano nativo di Thivanda, dal nome di Pavve, prese un albero secco, lo piantò sulla montagna e ordinò a Giovanni Colobos di bagnare ogni giorno quell’albero secco versando un secchio d’acqua, sinché l’albero non fruttificasse.
Ora non c’era dell’acqua se non molto lontano di là: bisognava partire il mattino per riportarla la sera. Alla fine del terzo anno, l’albero prese vita e diede frutti.
Il vecchio colse un frutto e, portandolo alla chiesa dei fratelli, disse loro: “Avvicinatevi e assaporate il frutto dell’obbedienza”.
                  A.Tarkovskij, Diari. Martirologio, Edizioni della Meridiana, Firenze,2002.

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Pasqua

… ET RESURREXIT
 


Mathias Grunewald, Risurrezione di Cristo, dal polittico dell'altare di Isenheim,
 museo Unterlinden di Colmar in Alsazia ( circa 1511-1515)

 

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Venerdi santo

VENERDI SANTO

 

 
 
Ο Γλυκυ μου Εαρ, inno ortosso in greco antico, dall’ album della cantante Glykeria , Eros Music Grecia

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La cattura di Cristo

TRISTIS EST ANIMA MEA
 

Ecce appropinquat hora
et Filius hominis tradetur
in manus peccatorum.
( Mt 26:37-38.45)

 

Caravaggio (Michelangelo Merisi, 1571, Milano – 1610, Porto Ercole), “La cattura di Cristo nell’orto”, ca.1598, National Gallery of Ireland, Dublin

 
 

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Rembrandt fecit

REMBRANDT  FECIT


Autoritratto di Rembrandt ridente,
Wallraf-Richartz-Museum, Colonia

 

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Lucian Freud

LUCIAN FREUD. L'ATELIER

“Nella malattia ci rendiamo conto che non viviamo soli, ma incatenati a un essere di un diverso regno, dal quale abissi ci separano, che non ci conosce e dal quale è impossibile farsi comprendere: il nostro corpo”.
                                                                       
                                                            Proust, nei Guermantes


 

Il Centro Pompidou di Parigi dedica un omaggio singolare allo studio di Lucian Freud, uno dei più grandi pittori contemporanei, oggi 88enne. L’esposizione si organizza attorno al tema dell’atelier, questo luogo appartato e laboratorio che fonda la pratica del pittore che, attraverso il ritratto e il nudo, cerca di mostrare l’enigma e il mistero del corpo stesso della pittura ( « Voglio che la pittura sia carne »).

L'esposizione si dispiega nelle quattro grandi sale dell’ultimo piano del centro Pompidou, dove il visitatore è sovrastato da una cinquantina di opere, in gran parte pitture di grande formato, completate da una selezione di opere grafiche e dieci fotografie dell’atelier londinese dell’artista realizzate da David Dawson, assistente e modello di Freud.

Ad eccezione di  The painter's room ( del1944 ), tutte le altre tele sono posteriori al 1963. Data che con  Red-haired man on a chair segna l’inizio del predominio della materia sul contorno. A parte una mezza dozzina di  esterni dipinti dalla finestra dei diversi atelier (da quello di  Paddington dove s’installa nel  1943 per trent’anni, fino alla casa di Notting Hill passando per il loft di  Holland Park ) tutte le altre tele hanno per soggetto la messa in scena del  corpo fra gli oggetti rarefatti dall’atelier: qualche pianta verde, letti e poltrone usate, letti in ferro, lavabo, muri chiazzati di pittura. 

Fra la serie di ritratti, spiccano i recenti e imponenti ritratti di Big Sue e quelli di  Leigh Bowery   , capolavori del pittore confrontato nel chiuso del suo studio con il suo modello e con il processo della creazione, fra “piccole percezioni” ( Cèzanne) e gesti crudeli ma necessari che trasformano la carne in colore e luce.
 

 

LUCIAN FREUD. L'ATELIER
PARIGI, CENTRE POMPIDOU
DAL 10 MARZO AL 19 LUGLIO

 

Lucian Freud su Google Images
 

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Il lavello del pittore

MACCHIE D’ACQUA
 
"Quello non sarà universale che non ama egualmente tutte le cose che si contengono nella pittura; come se uno non gli piace i paesi, esso stima quelli esser cosa di breve e semplice investigazione, come disse il nostro Botticella, che tale studio era vano, perché col solo gettare di una spugna piena di diversi colori in un muro, essa lascia in esso muro una macchia, dove si vede un bel paese. Egli è ben vero che in tale macchia si vedono varie invenzioni di ciò che l’uomo vuole cercare in quella, cioè teste d’uomini, diversi animali, battaglie, scogli, mari, nuvoli e boschi ed altre simili cose; e fa come il suono delle campane, nelle quali si può intendere quelle dire quel che a te pare. Ma ancora ch’esse macchie ti dieno invenzione, esse non t’insegnano finire nessun particolare. E questo tal pittore fece tristissimi paesi. "  (LEONARDO DA VINCI – da " Il Trattato della Pittura")
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 Lucian Freud – Two Japanese Wrestlers by a Sink, 1983-87 – Olio su tela
 
Lo straordinario quadro di Lucian Freud intitolato “Due lottatori giapponesi e lavello” rappresenta il lavello dello studio del pittore.  Il titolo è piuttosto enigmatico, se non ironico: allude infatti anche a “due lottatori giapponesi” che non si vedono e non si sa cosa abbiano a che fare con il lavello del pittore… Come tutte le nature morte, il quadro  evoca presenze scomparse ( non a caso questo genere pittorico – sviluppatosi inizialmente in epoca ellenistica con mosaici di pavimento rappresentati resti di cibo , e affermatosi poi nel ‘600 e nel ‘700 nella raffigurazione di figure inanimate come frutta, o selvaggina morta – è ricollegabile al culto dei morti: il cibo caduto da tavola era destinato ai famigliari defunti).
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Le macchie che restano sul bianco delle mattonelle, fanno pensare al pittore e alle persone che hanno utilizzato il lavello nel corso del tempo. Mi colpisce anche l’acqua che scorre dai due rubinetti: lo sguardo va verso il bocchettone di scarico… e sembra quasi di sentire l’eco del risucchio… ( “un’eco spaventosa”, direbbe Walter Benjamin – quando evoca “la traccia del risucchio” a proposito di certe vecchie fotografie ingiallite, con quel tipico insondabile alone dove sembrano svanire tante care immagini…).  
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Quello che forse non si può dire perché è infinitamente perduto, lontanissimo, e nello stesso tempo, è troppo vicino al cuore, un pittore talvolta può mostrarlo.  Con Two Japanese Wrestlers by a Sink, il pittore mostra, maliconicamente e con ironia, che tutti, non solo i pittori decisivi, alla fine lasciamo una macchia e l’acqua che scorre…
 
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Un modesto fiumicello

 

UN MODESTO FIUMICELLO
 
Paestum è un posto particolare. Sono nato da quelle parti, ad Angri, e ci torno almeno una volta all’anno. Visito fra i turisti  i resti archeologici della grecità, architetture e immagini che suggeriscono un certo ordine morale. Come per esempio questa immagine che porto con me a Milano e, fattala incorniciare, conservo su una parete dello studio:


Lastra di copertura della Tomba del Tuffatore",  480-470 a.C. ,
Museo Archeologico Nazionale, Paestum
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Situata sul soffitto della tomba, pare rappresenti simbolicamente il passaggio dalla vita alla morte: le colonne segnerebbero i confini del mondo terrestre, mentre lo specchio d’acqua potrebbe rappresentare il fiume che porta all’oltretomba.
 
La morte è il soffitto. E tutto sommato vi si respira una certa intrepida serenità e una misura che potremmo definire ancora greca. Quella cosa oscura che l’uomo occidentale oggi paventa con eccessiva emozione come il punto, intenso e feroce, in cui la vita va al di là, nell’immagine della « Tomba del Tuffatore » sembra proprio, come direbbe Mallarmé : « un modesto fiumicello, a lungo calunniato ».
 

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