Sognare di volare

THALASSA
 SOGNARE DI VOLARE
 
Non ci si bagna due volte nello stesso fiume perché già l’essere umano, nel profondo, ha il destino dell’acqua che scorre. ( Eraclito)

 [APESANTEUR.jpg]
 
 Quelli che Freud considerava flugträume (sogni di volare), «devono essere considerati come una ripetizione del primissimo rapporto madre-bambino, o di una ancor più precoce esistenza intrauterina durante la quale (… ) galleggiano nel liquido amniotico senza dover portare praticamente nessun peso».
 
Nessun peso ? Sarebbe bello restare per sempre a pensione da mamma,  in una stanza in cui non fare entrare mai nessuno, nemmeno il babbo. Fuori dai coglioni di tutti ! Magari in un utero caldo e accogliente: cullati e nutriti, in  simbiosi per tutta la vita …Ma questo non può accadere, perché la mamma ne morirebbe – e con lei  anche il piccolo subacqueo o fratello-feto allucinato. Nascere è una rottura.
 
… Riprendendo la favola dell’androgino sferico primordiale narrata da Aristofane nel Banchetto di Platone, Lacan analizza il bisogno in correlazione alla mancanza, e trasforma con umorismo la mancanza in hommelette. Così come non si fa la frittata (ommelette) senza rompere le uova, non si diventa soggetto uomo ( homme) senza passare per l’hommelette – vale a dire per la frattura dell’uovo-placenta  come oggetto primordiale perduto.
 
L’oggetto della prima perdita sarebbe un organo quasi magico che la pulsione ( la forza organica), intercalandosi tra il bisogno e il desiderio, cercherebbe di raggiungere negli oggetti e negli altri individui, per sopprimere ogni stato di tensione. (  Se per soddisfare il bisogno di mangiare basta essere uno, per soddisfare il bisogno di sesso e di amore occorre essere perlomeno in due. Naturalmente è proprio l’altro individuo a costituire gran parte del problema.)
 
Intervenendo nello psichismo umano per mezzo di una rappresentazione, questa forza organica ( Eros, per Platone), affiora come libido; e può essere rappresentata, secondo Lacan, dalla mitica lamella-placenta che ritorna, anche in sogno, ad avvolgere colui che l’ha perduta. Ritorna nel vecchio sogno del matrimonio, per esempio, spesso rappresentato da una bella stufa calda… Oppure ritorna come pulsione di morte nel sogno, ricorrente nei cosiddetti kamikaze, del paradiso delle urì ( “dove – come ci assicura Pietro Citati – «non esiste colpa, non esiste sesso, non esiste storia, esiste solo una beatitudine infinita. ” Boum !
 
Lo psicoanalista Sàndor Ferenczi, nel suo libro Thalassa, sostiene che l’agognato ricongiungimento al corpo materno e al liquido delle origini si potrebbe riprodurre realmente, seppur simbolicamente e parzialmente, solo nel rapporto sessuale.
 
… Attirato dall’odore marino, salino, della vagina ( “odore di aringa in salamoia” scrive Ferenczi);il desiderio di regressione thalassica ( o anche di ripresa del passato acquatico, perché no ? ) si realizzerebbe nel coito e nella transe orgasmatica, ma solo per una piccola parte del corpo maschile : il pene ( non a caso detto “pesce”; mentre si realizzerebbe  invece totalmente per quanto riguarda il suo seme : «lo spermatozoo penetra nel micropilo dell’uovo come il pene penetra nella vagina; si sarebbe tentati di denominare, quanto meno nel momento dell’accoppiamento, il corpo del maschio megasperma e quello della femmina megaovulo».Stabilendo un’equivalenza immaginaria pene-seme-bambino, secondo un modello penetrativo e generativo della sessualità maschile, Sàndor Ferenczi non ci spiega perché le donne fanno l’amore con gli uomini, attratte da quel loro tipico odore di scimpanzé. O meglio, Ferenczi sostiene, non senza qualche difficoltà, che anche la donna può soddisfare il suo desiderio di ritorno al corpo materno e all’origine acquatica, identificandosi con l’uomo prima, con il feto ( allucinato ) poi. [Si veda Thalassa. Saggio sulla teoria della genitalità, di Sándor Ferenczi (1924), Raffaello Cortina Editore, Milano 1993 ; citato in Odori di Gianni De Martino, Apogeo-Urra, Milano, 2006.  Nell’edizione ungherese, del 1932, il saggio di Ferenczi era stato intitolato Funzione delle catastrofi nell’evoluzione della vita sessuale ].
La nascita  è una catastrofe simile alla morte, una rottura necessaria e faticosa. E l’apparizione della luce, vale a dire dell’immaginario che struttura lo psichismo umano, è simile a una caduta dolorosa fra illuminazione e abbaglio ( dove tutto è molto chiaro, ma anche le idee più chiare, forse soprattutto quelle, brillano su sfondo oscuro. ) Se infatti la luce si trasforma in “giorno”, non tutte le tenebre si trasformano in “notte” senza un resto di abisso…
 
… Così, tra vette o baratri, nonostante “l’immensa stanchezza del corpo” ( come osserva Deleuze, a proposito di certi quadri di Lucien Freud ), il desiderio riprende le ali. E in un corpo prudente, impaurito e che invecchia,  nasce – ancora una volta – il sogno di volare ! Forse questione di uno strano desiderio di mare, di cielo… d’immaginario che più non trascina o spinge, di nervi che non pesano più. Insomma, fuori di sé e in risonanza estatica, non in un rapporto di causalità stretta, con il gorgo vuoto del godimento sessuale.
Tra culla e bara, vale a dire fra due pulsioni, affiora il desiderio – ineliminabile da ogni vita umana – di uno spazio di non-morte. Sembrerebbe godimento oltre il godimento : la danza lieve e immacolata dei pesci e dei beati – forse una ripresa possibile. 
 
In ogni caso, un  non so che  d’infinito si fa strada già in utero, affiora dall’ “ombelico dei sogni”;  e riprendendosi in forma – sempre singolare – di strana fedeltà alla vita, fiorisce talvolta sul terreno della poesia, della follia e della fede. Più fedele alla vita di quanto la vita non lo sia a se stessa, una tale fedeltà all’infinito della vita accoglie un altro desiderio,  apparentemente più alto e più veloce della morte abituale. E genera una fragile felicità. Forse la gioia resta – nonostante, o forse proprio attraverso la rottura di tante uova nel paniere.
 
D’altra parte, la veglia della ragione genera ben altri mostri. E il nostro tempo, il tempo della gestione ottimale dei cosiddetti bisogni, produce un nuovo mito : quello dell’utero artificiale. Con la produzione dell’essere umano attraverso la scienza e la tecnica, non si pensa forse di eliminare definitamente l’utero-lamella ? Fabbricare un uovo perfetto che non si romperebbe mai. Ora  l’ombelico dei sogni  è una specie di apertura, a partire dalla quale tutto quello che fiorisce nell’inconscio “si diffonde come il micelio attorno a un punto centrale”  (Lacan).
Riempendo i buchi, tutti i buchi, proprio come fa la morte, si vorrebbe esternizzare l’uovo e perfezionarlo, renderlo virtuale. Per eternizzare il transitorio occorre sopprimere l’utero, la placenta, la lamella, e ovviamente l’uomo o l’hommelette. Basta con l’inconscio! Ecco il messaggio : che niente più sfugga da quest’uovo e dalla fragile felicità che resta nell’uovo rotto, soprattutto non sfugga una lamella che verrebbe ad avvolgerci la notte e farci sognare dell’altro.
Ma la lamella è imprendibile, diffusa ovunque e in nessun luogo. Platone la collegava alla mancanza ed evocava Eros ( figlio dell’Indigenza e dell’Industriosità). Con termine che ormai sembra banale, se non banalizzato, si potrebbe anche dire “amore”. E’ quello che chiamiamo, per tranquillità, “pulsione umana”: la libido  che sopravviene fin dalla nascita e scompare alla morte.
Ma sparisce davvero ?
 
Simile a una tomba vuota, un uovo bianchissimo impalpabilmente viene ad avvolgerci, specialmente la notte. Viene a dirci addio persino in sogno, ma poi ritorna quando meno ce lo si aspetta. Per esempio nell’inquietante stranezza, l’ “Unheimlich”. O perlomeno di quello che oggi resta dei poeti.
Della creatura tagliata dal prima e dal dopo,  restano;- oltre alle forse inevitabili macchie che ogni creatura o hommelette lascia, alla fine – restano le tracce marine, saline, di ciò che è stato e la tensione verso il futuro – in un tempo lacerato tra la stanchezza e l’attesa.
Scrivere è attesa non inerte. Comporta la sorpresa e il rischio di toccare quello che è immerso nel mare e i flussi e i riflussi delle maree irregolari.
Il mare, simbolo della madre, è popolato da ninfe che parlano e fanno salire la scrittura, mentre l’umido spunta al bordo degli occhi che sorvegliano le parole, non solo le emozioni e i sentimenti…Il tempo della siccità interminabile forse potrebbe finire. E anche l’interminabile potrebbe cedere.
 Malgrado la perdita di te sia infinita, resta – nella vita, così come nella scrittura – il sogno di riabbracciarti perlomeno in sogno, e di volare. Ma è forse soprattutto nelle altezze, che occorre rinunciare anche a questo sogno di fusione. E, tendendo le mani per altro che per prendere, lasciar passare questo imperfetto abbraccio con il mare e il cielo.
 
Sulla riva, ormai asciutta, dei tuoi sogni, passa la storia di un piccolo subacqueo, forse ipertrofico. Era dove qualcuno – più spesso qualcuna –  sentiva battere un cuore e scorrere l’acqua. Chi vive ?
 magritte-3.1261814581.jpg
Magritte


Colonna sonora
Non so volare 
  

Mondo Marcio (2004 ).  Dall’album d’esordio di Mondo Marcio, pseudonimo di Gianmarco Marcello, giovane rapper milanese, generato dal mondo hip-hop italiano.
ma ti giuro che una volta ci sono stato in alto
troppo lontano per poterci tornare, c’era
un marcio che mi sembrava un angelo bianco
al mio fianco e mi stava accanto tra le stelle e il mare
guardavo il mondo girare senza nessun rimpianto
c’era soltanto nuova terra da coltivare
un solo popolo una sola anima e nient’altro
e uomo sapevo di sognare, un marcio non sa volare…
 
«… Riesci quasi a trovarci un senso in tutto questo. Finché un giorno non arrivano loro,
 i fantasmi… » .


Pubblicato in Varie | Contrassegnato , , , , , , | 1 commento

Piccoli ipertrofici

PICCOLI IPERTROFICI
HOMMELETTE FOR HAMLET
 

… Et j’ veux aller là-bas

Fair’ dodo z’avec elle…
Mon coeur bat, bat, bat, bat…
Dis, Maman, tu m’appelles ?
 
Jules Laforgue,
 
… Non esiste più la placenta, perlomeno così pare, eppure l’avvolgente lamella ( il mitico organo della libido, derivato dalla prima perdita o mancanza radicale, secondo Lacan*) talvolta ritorna per permettere al soggetto allucinato o addormentato di realizzare il suo desiderio di ritrovare il seno della madre e il mare, perlomeno in sogno…
 
Poi – confondendosi con il bisogno più elementare – sfugge di nuovo per infiltrarsi in tutti gli orifizi del corpo e nelle aperture ( beances) dello psichismo. E articolandosi al linguaggio come una specie di bianco di uovo rotto, viscoso, scivoloso, imprendibile, può apparire  nel soggetto parlante come pulsione invocante :
 
[…] J’ suis jaune et triste, hélas!
Elle est ros’, gaie et belle!
J’entends mon cœur qui bat,
C’est maman qui m’appelle! […]
 
 
E’ l’appello del piccolo ipertrofico di Laforgue – in un inquietante monologo ripreso da Tommaso Ottonieri ( qui in video ) nel suo libro Dalle memorie di un piccolo ipetrofico, con Prefazione di Edoardo Sanguineti ( Feltrinelli, 1980 ; No Reply, collana Maledizioni, 2008), oltre che da un « non nato » e quindi « mai morto » Carmelo Bene, in Hommelette for Hamlet  1987) – "operetta inqualificabile", in pratica una postrema frittata ( ommelette)  tra Shakespeare e Laforgue.


« …Sento battermi il cuoricino/ è mamma che mi chiama ! ».
 
 
  * Jacques Lacan, L’inconscient, Desclée de Brouwer, 1966, pp. 159-170.
 
 
Pubblicato in Varie | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Dopo la festa

DOPO LA FESTA
( Après la fête )
 

Clip di Philippe Découflé della canzone "Le petit bal perdu (c’était bien)" cantata da Bourvil.
Parole: Robert Nyel ;  musica : Gaby Verlor, 1962.
Pubblicato in Varie | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

L'amore per l'India

L’AMORE PER L’INDIA

Indian police and rescue workers inspect the scene of an explosion in a German Bakery business close to the Osho Ashram in Pune, India, 13 Feb 2010

 
 
 
 
Intanto, le autorità indiane sospettano che l’attentato di sabato in un ristorante di Pune,nell’India occidentale, che ha fatto nove vittime, tra cui la giovane Nadia Macerini, insegnante di yoga che diceva di aver trovato in India la sua « dolce casa », sia stato compiuto nell’ambito del « progetto Karachi ». Il progetto terrorista è messo a punto dal gruppo islamista pakistano Lashkar-e-Taiba e dagli studenti dell’Indian Mujahideen, di cui fanno parte i due terroristi jihadisti Abdus Subhan Qureshi e Mohsin Chaundhary – quest’ultimo un residente di Pune -, ricercati dalle autorità di Nuova Delhi. Lo riporta il sito web del Times of India. >http://timesofindia.indiatimes.com/videoshow/5574771.cms
 

La ‘German Bakery’ non era considerato un "obiettivo sensibile", mentre lo era l’Osho Ashram, frequentato in passato dal cittadino pachistano-americano David Hendley, arrestato in ottobre a Chicago per complicità nell’attentato di Mumbai. E nel mirino dei terroristi islamici poteva essere, a qualche centinaio di metri nel Koregaon Park, anche la Chabad House, luogo di culto ebraico. "Ma gli attentatori – ha sostenuto il ministro dell’Interno, P. Chidambaram – hanno scelto il famoso caffé perché sempre pieno di turisti stranieri". Una perfidia a cui non si era ancora preparati, tanto sembra incredibile, ancora una volta, che per un islamista o un gruppo islamista un obiettivo possa essere « sensibile » semplicemente perché frequentato da « infedeli occidentali » o « kuffar ».

“Oggi  – scriveva Lévi-Strauss nel 1955, in Tristi Tropici –  è attraverso l’islam che contemplo l’India; quella di Buddha, prima di Maometto, il quale , per me europeo e perché europeo, si erge fra la nostra riflessione e le dottrine che gli sono più vicine come un rustico guastafeste che impedisce un girotondo in cui le mani, predestinate ad allacciarsi, dell’Oriente e dell’Occidente, sono state da lui disgiunte.

(…) I due mondi sono fra loro più vicini di quanto l’uno e l’altro non lo siano al loro anacronismo. L’evoluzione razionale è inversa a quella della storia. L’islam ha tagliato in due un mondo più civile .(…)
Che l’Occidente risalga alle fonti del suo laceramento: interponendosi fra il buddhismo e il cristianesimo, l’islam ci ha islamizzati (…).  L’Occidente si lasciò trascinare dalle crociate ad opporglisi, e quindi ad assomigliargli, piuttosto che prestarsi a quella lenta osmosi col Buddhismo che ci avrebbe cristianizzati di più, e in un senso tanto più cristiano in quanto saremmo risaliti al di là dello stesso cristianesimo. E’ allora che l’Occidente ha perduto la sua fortunata possibilità di restare donna.” ( Claude-Lévi Strauss, Tristes Tropiques, Parigi, Plon, 1955, pp.472-473).
Sono le parole strazianti di un mitologo, che forse mitizza l’identità “aperta” dell’Europa, ma che vanno prese sul serio. Esse ci dicono che un Occidente errante, disponibile, aperto e accogliente, avrebbe incontrato attraverso la spada dell’ islam e quell’anacronismo disperato che è l’islam l’interponente che le impedirebbe di realizzare il suo destino identitario di donna.

Le parole di “Tristi tropici” ci dicono tutto questo e piangono un Occidente che non può raggiungere il suo Oriente estremo, né chiudere il cerchio dell’identità dell’identità e della differenza.
Insomma, l’altro come disgrazia, come deviamento, dirottamento, sottrazione. Se non addirittura come “giusta punizione del Signore” per l’ignavia di non saper difendere l’identità cristiana, e anzi sputarvi sopra – secondo alcuni vescovi e taluni cristiani cristianisti.

Fattori inconsci e di disconoscimento sembrano essere oggi all’opera  di fronte agli orrori, ormai quasi quotidiani del terrorismo islamico. In Europa si giunge fino a negare l’evidenza dell’aggressione islamista per vergogna, oppure a esagerarne le caratteristiche di “scontro delle civiltà”. D’altra parte, disorientare, colpevolizzare, sottomettere, stremare e avvilire è proprio ciò a cui mira la pratica del terrorismo jihadista. Nell’epoca dello squilibro del terrore, o si esagera o si minimizza. Spesso si distoglie lo sguardo per "non vedere".

E’ come se l’islam fosse il velo dell’Europa, di una donna che un maschio taglia da se stessa. Un tale complesso è tanto più rilevante se si considera – al seguito degli studi dello psicoanalista franco-tunisino Fethi Benslama – che “l’islam ha di fatto cercato di tagliarsi dalla propria femminilità originaria”, rimuovendo, velando e opprimendo l’alterità femminile e tutto quello che si mostra aperto, accogliente, democratico, cristiano – vale a dire altro dall’islam politico che oggi occupa e oscura la scena. Generando negli Occidentali violenza e collera, in taluni casi, e più in generale un indietreggiamento davanti a tali orrori , al punto che più spesso ci si rifugia in una ignoranza voluta utilizzando tutte le forme di diniego, di rifiuto psicologico dominato da fattori inconsci, e di disconoscimento.
Di fronte alle nere maree del Dio oscuro e dell’immondo che avanza, chissà quante altre lacrime e sangue dovrà piangere l’Europa, prima del disvelamento dell’Occidente e l’incontro, a mani giunte e in pace, con il suo Oriente estremo. Un Oriente che più che un luogo geografico è una « zona » dello spirito,  quel « luogo » dolce, e che mai sarà invaso, dove ognuno, ognuna, vorrebbe essere accolto come vuole il « cuore ».
Certo la meditazione, la preghiera e lo yoga sono importanti, ed anche amare il prossimo come se stessi lo è. Una delle barriere più forti contro l’aggressione è il precetto "ama il prossimo tuo come te stesso".

Ma, come già notava Freud in "Disagio della civiltà", scritto nel 1929, alle soglie dell’avvento sfolgorante, quindi non visto, del nazismo, attenersi letteralmente al precetto, mette solo in svantaggio rispetto a chi non se ne cura. " Che immane ostacolo alla civiltà dev’essere la tendenza aggressiva – osservava Freud – , se la difesa contro di essa può rendere tanto infelici quanto la sua stessa esistenza!" Insomma,  non è giusto morire vittime dell’odio che si arroga il diritto di uccidere e di distruggere « nel nome dell’islam » anche l’Amore che né da fuori né da dentro mai sarà distrutto.

Ciao Nadia. Buon ritorno all’Oriente di tutti gli Occidenti e di tutti gli gli Orienti. Buon ritorno a casa.


 

Pubblicato in Varie | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Il gesuita danzante

 DANZA INDIANA PER CRISTO 

 
Ciascun amante, amatore del Signore, venga alla danza, cantando d’amore.
 – Jacopone da Todi  

    Padre Saju George gesuita danzante. Dalla sua nota biografica ( QUI): “Per Padre Saju, la danza è un mezzo di preghiera e adorazione, di piacere estetico e integrazione cosmica, incontro tra oriente e occidente, e molto altro ancora”.

 

I gesuiti sono portati da una lunga tradizione ad assumere le forme d’arte delle più diverse culture per comunicare in maniera efficace il messaggio del Vangelo. Lo fanno all’interno della tradizione cattolica, che già in passato li portò a promuovere le immagini sacre e a perfezionare l’arte del balletto in stile barocco ( Cfr.Alessandro Arcangeli, “I gesuiti e la danza”, Quadrivium,n.s., n. 1.2, 1990, p. 21-37).

Tanto che  a  Parigi, nel XVII° secolo, era comune sentir dire che nessuno sapeva fare le pirouettes meglio dei gesuiti !  ( > voir les jésuites et la danse).
 “Dobbiamo passare attraverso un rigoroso addestramento fisico e mentale”, dice padre Saju in una intervista. “ La danza è parte integrante del mio sacerdozio e comporta un impegno di tutta la persona, corpo e anima.” In effetti il prezioso corpo umano è il mediatore indispensabile dell’avvicinamento percettivo, emotivo e cognitivo al mistero del divino.  
 A quei cristiani platonizzanti che lo criticano, nel timore che il linguaggio del corpo possa suscitare sensualità, il gesuita danzante risponde che “la bontà di Dio è incisa in ogni fibra della Creazione” e che i timori dei censori derivano da una mancanza di comprensione o da blocchi mentali, dice Saju, aggiungendo: “ Credo che il corpo sia il tempio dello Spirito santificatore e glorifico Dio nel corpo in cui sono nato” (1 Cor 6,19 – 20).
 Così, quando esegue l’ ananda-tandava, la danza di Shiva Nataraja, che ha origine nel tempio indù e simboleggia i cinque atti cosmici di Shiva – vale a dire, la creazione, la conservazione, distruzione, occultamento e conferimento della grazia – afferma di non trovarla contraria a quanto l’azione divina manifesta nell’esperienza  quotidiana e la pratica liturgica.

 Passi di danza annunciano la  ‘buona novella’ del Cristo crocifisso-risorto. Kolkata, la Provincia dei Gesuiti a cui appartiene Saju, è favorevole alla sua missione di evangelizzazione,  perché, quando Sant’Ignazio ha parlato di una “maggiore gloria di Dio” nel contesto di “trovare Dio in tutte le cose”, ha voluto che i suoi figli spirituali santificassero ogni ambito della vita e della cultura della vita.

“ … Sento le mie membra diventare splendide al tocco di questo mondo pieno di vita. E la mia gioia viene dall’eternità che danza nel mio sangue in questo istante
( Rabrindanath Tagore, Gitanjali – Offerta di canti n. 69).
 

Padre Saju George nella chiesa di Schottenkirche (Vienna) il 18 maggio 2009


LINK UTILI
         Danzare la Parola
Nell’opera dei gesuiti, e dei francescani, la danza riveste una funzione educativa o didattica, come forma di rappresentazione della fede.
www.caritas-ticino.ch/…/03%20-%20Danzare%20la%20Parola.htm
 
          Danza sacra in San Fedele
La Stampa del 23 dicembre 2006.
 
         Discipline e tipologie di danza – portale della danza – DANCEVILLAGEBalli e danze nel mondo. Un viaggio nella storia della danza, dalle sue origini ad oggi.
 
         Passaggio in Asia (Intervista a Raimon Panikkar di Mauro Castagnaro)Raimon Panikkar è autore di una quarantina di libri, tra cui Il Cristo sconosciuto dell’induismo, La Trinità e le religioni del mondo e Il silenzio del Buddha.
www.gianfrancobertagni.it/…/raimonpanikkar/passaggio.htm
 
         La necessità di uno yoga occidentale (Mariano Ballester S.J.)
Pubblicato in Varie | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Il vescovo e la virilità

IL VESCOVO E LA VIRILITA’
Monsignor Simone Scatizzi Dove sono più i bei maschi italiani di una volta ? Tempo fa, nel  2005, l’allora vescovo di Pistoia, Simone Scatizzi, autore di un delicato libro di poesie intitolato Foglie d’Autunno, prese carta e penna e scrisse una lettera al consiglio comunale della cittadina toscana nella quale criticava una  mozione che preludeva all’approvazione delle unioni civili. Tutto è discutibile, perlomeno in democrazia.
 
Quello che colpì i consiglieri fu il tono accorato della lettera, nella quale monsignor Scatizzi lamentava lo  “svilimento della mascolinità in una società che si va sempre più femminilizzando”.
 
Molto preoccupato della perdita della virilità del maschio, nella sua lettera Scatizzi scriveva che la prova di questo fatto sarebbe che gli uomini spendono sempre più in cosmetici vari, parrucchieri e chirurgia estetica.
 
 In pratica, il porporato – avvolte le sue rotondità in una gonna di pizzo bianco su sottoveste fucsia –  lamentava l’accentuazione della femminilità innaturale negli uomini che spesso fanno perdere loro la caratteristica della virilità.
 
E confondendo sesso e virilità, additava gli “omosessuali”segnalandoli come i colpevoli della scomparsa dell’afrore del maschio, spingendosi sino a paragonarli alle femminucce, ai pedofili, ai mafiosi e ai terroristi. Perché tanto risentimento ?
 
Così facendo, il vescovo dava l’impressione – come notarono i più – “di essere non fuori dal mondo, ma contro il mondo, ricostruito e rappresentato a partire dai propri pregiudizi “.
 
D’altra parte, è anche vero che da consumo segreto e da sofferenza-piacere individuale, le piccole e grandi omosessualità  diventano fenomeno diffuso, spettacolare e di largo consumo.
.
A differenza, per esempio, dei paesi islamici, dove le omosessualità sono sommerse e diffuse, nei paesi occidentali risultano visibili, con una tendenza a concentrarsi ;in una “zona”, più che in una vera comunità, che riguarda il cosiddetto “essere gay”.
.
 Più in generale, come notava lo  psicanalista Elvio Fachinelli fin dagli anni Ottanta, a produrre l’accettazione o il rifiuto delle omosessualità maschili  è un mutamento più profondo e complesso del senso della virilità nei paesi occidentali .
.
 Se al fondo della paura di perdere la propria virilità a fronte dell’ “omosessuale” c’è la presenza di una figura inquietante, castrante e sdifferenziante, che spesso rimanda più alla madre che al padre, si può supporre che il mutamento della posizione della donna-madre, più autonoma e meno bisognosa di trovare nei figli una giustificazione di se stessa, recuperando in loro un potere da cui è esclusa ( il Fallo, che dopotutto non è il cazzo ) sia decisivo sotto l’aspetto  di una maggiore accettazione delle omosessualità”.

 Diminuita virilità, quindi, nel senso tradizionale, maschilista, dei maschi, per la ridotta capacità di identificazioni decisive col padre; dall’altra parte, però  “ minore drammaticità e, si direbbe, maggiore facilità e sicurezza nell’assunzione di un ruolo maschile meno impegnativo, per la maggiore autonomia della madre”. Di conseguenza, “accresciuta tolleranza delle omosessualità manifeste e di quelle tendenzialmente esistenti in ciascun maschio”.

Passano gli anni, monsignor Scatizzi va in pensione, ma il mistero della presunta perdita, negli altri, della virilità, non cessa di ossessionarlo.  Così oggi il vescovo in pensione dà un’intervista al sito ultra-conservatore  Pontifex, per dire che i preti dovrebbero rifiutarsi di somministrare la comunione ai gay, in quanto  “L’ostentata e praticata omosessualità è un peccato che esclude la possibilità della comunione», come peraltro esclude anche i divorziati. ( Ex vescovo: «Niente comunione ai gay» , Corriere della Sera ). Insomma, niente comunione con il Signore e fuori dal Paradiso, a meno che non ci si penta, confessandosi a don Scatizzi & C.

 

 

 

 Le dichiarazioni dell’ex vescovo vengono subito raccolte da altri luogotenenti di Dio ( le cui dichiarazioni – simili a una fitta sassaiola seguita dal lancio della prima pietra – potete leggere qui).
 
Le dichiarazioni risentite di monsignor Scatizzi nascono da una pretesa di gestione politica e ideologica della sessualità ( comune a tutte le religioni , in modo particolarmente virulento alle religioni monoteiste e all’islàm con l’imposizione del velo, l’impiccagione  di presunti o suggeriti « gay », accusati di « mohareb », « nemici di Dio » ecc.). E vengono subito raccolte, tra gli altri,  dal vescovo emerito di Lucera-Troia, monsignor Francesco Zerrillo che, sullo stesso sito dei lefebvriani Pontifex  dice che bisognerebbe invitare il gay credente a non chiedere la comunione, “per non alimentare lo scandalo”.
 
Sembra che  anziani porporati  al tramonto e sempre più simili a certi mullah islamici siano eccessivamente interessati al tema della sessualità, fino ad esserne quasi ossessionati. Al punto da sentirsi in dovere di additare i presunti « colpevoli » al ludibrio generale – con il rischio di offrire alibi religiosi a qualche « purificatore » tipo « sciabola dell’islàm »  o « giustiziere » illuminato  tipo Svastichella, insomma a qualche squilibrato in preda alla sindrome della « perdita della virilità » e del « differenziale simbolico »…
 
E’ quel che pare essere capitato a monsignor Giacomo Babini, l’ottantunenne vescovo emerito  di Grosseto, che dal convento in cui si è ritirato per motivi di salute, definisce  la pratica omosessuale un « orribile difetto » : “Mi fa ribrezzo parlare di queste cose e trovo la pratica omosessuale aberrante, come la legge sulla omofobia che di fatto incoraggia questo vizio contro natura”.
 
Non c’è dubbio che un touche-pipì o un imperfetto abbraccio alla pecorina, di sponda o alla cosacco costituisca una modesta deviazione dalla vecchia Idea di « natura ». E che scambiare, per distrazione o intenzionalmente, un buco con un altro può sembrare un mancare il  « sacro » bersaglio « naturale » e quindi lo si potrebbe definire un  « peccato ». Tuttavia, nel tentativo di circoscrivere una oscura e « orribile » minaccia ubiquitaria e diffusa, di darle un nome proprio, monsignor Babini come scagliando un sassolino si lascia scappare: “…io non darei mai la comunione ad uno come Nichi Vendola”. Tirando fuori, alle soglie delle elezioni regionali, la vecchia storia del Governatore “pubblico peccatore”, pare si voglia ancora arruolare Dio in politica, con tutti i Sacramenti. ( L’intervista integrale che ha scatenato le reazioni indignate del popolo del web, forum, blog e social network  è leggibile qui, al canto dell’ “Ave Maria” e di non pochi schizzi di veleno ).
 
Salvo a dirsi poi « addolorato per le accuse di omofobia », attivando quel tipico circuito vittimario che unisce nelle menzogne e nell’odio reciproco alcuni vescovi cattolici e gran parte della popolazione italiana, non solo quella parte che si definisce « gay » ( Cfr.  Se monsignore è omofobo – Libero Blog – Libero News).
 
Anche a costo di sembrare politicamente scorretto, è giocoforza ammettere che forse è proprio vero: non solo non esistono più le mezze stagioni, come spesso ci si lamenta tra pensionati, ma neanche i bei pezzi di figa di una volta – oltre che, naturalmente, l’afrore dei bei maschi italiani sempre più “instabili”, se non simili, perlomeno così pare a don Scatizzi, a… foglie d’ Autunno.
 
 
P.S. Il sito dei lefebvriani Pontifex, oltre a sparare a zero su gay, ebrei,  musulmani e altri “peccatori”, contiene una dichiarazione di Enzo Bianchi sulla bontà dell’uso del cilicio e di “ una sana pratica dell’autoflagellazione”.  
 
Naturalmente, a fronte delle dichiarazioni dei vescovi lefebvriani e cripto- lefebvriani,  il popolo s’indigna e sembra dividersi tra farisei e libertini, cavalcando il desiderio “scandaloso” la notte e quello “sacro” di giorno, in pieno sole. Non per rincarare la dose, ma questo fotomontaggio trovato in rete e che potrebbe intitolarsi “scatizzi suoi”  mi sembra il più carino:
 
 
                     
Ma dove ve ne andate,
 
povere foglie gialle
 
come farfalle
 
spensierate?
 
Venite da lontano o da vicino
 
da un bosco o da un giardino?
 
E non sentite la malinconia
 
del vento stesso che vi porta via?
 (Trilussa)
 
Le tentazioni del dottor Antonio
 
 Antonio Mazzuolo (Peppino De Filippo) è un moralista intransigente,  ossessionato da una biondona che propaganda il latte su un cartellone. Satira surreale e onirica del moralismo e del puritanesimo nell’Italia degli anni sessanta, periodo di boom economico e di cambiamenti culturali (da Boccaccio ’70, dirige Fellini

 

Pubblicato in Varie | Contrassegnato , , | 4 commenti

Le forche di Teheran

LE FORCHE DI TEHERAN
Amhad Jannati : « Più sangue, Allah lo Vuole »
 
Nel tentativo di spaventare a morte il popolo e dissuaderlo dal partecipare alle manifestazioni di protesta dell’11 febbraio ( 22 Bahman, anniversario della Rivoluzione del 1979) prossimo, il regime iraniano ha impiccato ieri i primi due oppositori, Mohammad Reza Ali-Zamani e Arash Rahmanipour, giudicati colpevoli di essere “mohareb”, cioè “nemici di Dio”,“comportamento ostile al dio Allah”. Ormai la Repubblica islamica considera se stessa un equivalente di Dio e ritorna al clima di terrore instauratosi nei primi anni ottanta subito dopo la vittoria di Khomeini.
Congratulandosi per la "esecuzione rapida" dei due prigionieri, il vecchio ayatollah Ahmad Jannati  –  capo dei giuristi-religiosi che hanno ratificato la contestata rielezione di Ahmadinejad il 12 giugno, e sostenitore della necessità dell’atomica islamica in preparazione – ha paragonato l’opposizione al governo simile a quella delle  tribù ebraiche che sfidarono ( più di mille anni fa)  il profeta Maometto. "Gli ebrei”, ha detto durante il sermone di venerdì, “non hanno rispettato i loro impegni, e Dio ha ordinato il loro massacro."

Facendo appello alla Virtù islamica, il capo del Consiglio dei Guardiani  ha lodato la magistratura e i funzionari del governo di aver assunto questa responsabilità rivoluzionaria d’impiccare quanti più “mohareb” possibile, invitandoli a una maggiore rapidità. E ha indicato come modello il comportamento di Alì, il genero del Profeta, che “pur avendo la reputazione di uomo gentile e compassionevole ordinò l’uccisione di 70 ebrei infedeli”.

La Virtù promossa da Jannati è il dovere imperativo di mostrare il proprio cuore in pubblico e  uccidere i supposti o suggeriti  « mohareb » ispirandosi al ruolo salvifico del Profeta, « sublime modello ».

Insomma, per assicurare la sua legittimazione, il governo della Repubblica islamica deve uccidere per “amore di Dio” e nel rispetto della Tradizione fissa e immutabile. Questo porta a quello che Arendt, nell’evocare la figura di Robespierre,  chiama: “insensibilità carica di emozione nei confronti della realtà dell’altro”. Malgrado la compassione illimitata, o forse proprio perché animato da compassione illimitata, il capo dei Guardiani della Rivoluzione khomeinista, proprio come il capo  del Terrore,  non tiene conto né della realtà né del dolore dell’altro. Dove Sade si ferma, l’ayatollah Jannati non si ferma. E può senza alcuna contrizione legittimare il massacro di numerosi innocenti conservando, come un Robespierre musulmano,  una compassione illimitata per il Popolo.
  Il sacrificatore  comanda a ciascuno, con fanatismo tranquillo, di dare prova della Virtù e di non tradire la Rivoluzione islamica. Il capo dei Guardiani della Rivoluzione s’identifica così alla Volontà di Allah – come il capo del Terrore s’identificava  all’Essere supremo incarnato sotto la figura della Virtù. Virtù che finisce con l’imporre un consenso pubblico a quella fazione del regime islamista rappresentata da Khamenei e da Ahmedinejad , le cui spie a Teheran sono disseminate ovunque. La conseguenza è che invece di realizzare la Virtù islamica, Jannati alimenta il massacro degli obbedienti e dei disobbedienti alla volontà dei vecchi ayotollah. In tal modo lo spazio politico è cancellato dalla stesse  persone che aboliscono  lo spazio del dolore e commerciano, malgrado tutto, con il mondo cosiddetto libero, Italia compresa.  L’importante è che il mercato non ne soffra.
Altre nove persone arrestate nella repressione dellle proteste dell’opposizione sono stati condannati a morte con l’accusa di “mohareb”. Insomma, per assicurare la sua legittimazione, il governo della Repubblica islamica, sempre più strabico e asfittico,  deve uccidere per “amore di Dio”, con un occhio al mercato e l’altro al rispetto della Tradizione e della dittatura militare che si espande e può permettersi di uccidere qualche migliaio di oppositori, con l’appoggio delle masse di milioni di sostenitori in piena effervescenza.

P.S. Il padre del ventenne Arash Rahmanipour ha detto ad Al Jazeera che non vuole cordoglio per la morte del figlio, «accetto solo congratulazioni, è morto da martire della causa democratica in Iran».



Pubblicato in Varie | Contrassegnato , , | 2 commenti

Memoria di Auschwitz

Memoria di Auschwitz

65esimo anniversario dell’apertura del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau

 
Twilight of the West [Abendland], Anselm KIEFER 1989

         "Noi veniamo dopo. Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz. Dire che egli ha letto questi autori senza comprenderli o che il suo orecchio è rozzo, è un discorso banale e ipocrita.

In che modo questa conoscenza pesa sulla letteratura e la società, sulla speranza, divenuta quasi assiomatica dai tempi di Platone a quelli di Matthew Arnold, che la cultura sia una forza umanizzatrice, che le energie dello spirito siano trasferibili a quelle del comportamento?

Per giunta, non si tratta soltanto del fatto che gli strumenti tradizionali della civiltà – le università, le arti, il mondo librario – non sono riusciti a opporre una resistenza adeguata alla bestialità politica: spesso anzi essi si levarono ad accoglierla, a celebrarla, a difenderla.
 
Perché? Quali sono i legami, per ora assai poco compresi, tra gli schemi mentali e psicologici della cultura superiore e le tentazioni del disumano?
Matura forse nella civiltà letterata un gran senso di noia e di sazietà che la predispone allo sfogo della barbarie?"

          (George Steiner, dalla Prefazione a Linguaggio e silenzio, Garzanti,   traduzione di Ruggero Bianchi, 1967).


"Il Rapporto Goldstone: un pericoloso fraintendimento"
Audio da Radio radicale >

Pierluigi Battista, Laura Mirachian,  Ambasciatore italiano presso l’ONU a Ginevra, il Prof. Dore Gold, ex Ambasciatore israeliano presso l’ONU di New York, il Generale Giovanni Marizza, ex vice comandante della forza multinazionale in Iraq, Enrico Pianetta,  Presidente dell’Associazione Parlamentare di Amicizia Italia-Israele e l’on. Fiamma Nirenstein. Tutto il convegno grazie a Radio Radicale >link: http://www.radioradicale.it/scheda/295639.


 


Convegno organizzato da

Pubblicato in Varie | Contrassegnato , , | 2 commenti

Il tocco di Rohmer

IL TOCCO DI ROHMER
  

di Eric Rohmer ( 1920-2010)

Pubblicato in Varie | Contrassegnato , | Lascia un commento

Anche io sono mohareb

«ANCHE IO SONO MOHAREB »

 In Iran i manifestanti arrestati e gli attivisti dell’opposizione sono a rischio di esecuzione imminente. La televisione di stato riferisce che Abbas Vaez-Tabasi, consigliere religioso della Guida Suprema ayatollah Ali Khamenei, ha invocato la pena di morte per gli oppositori, definiti "mohareb (nemici di Dio)", pertanto da giustiziare in base alla sharia, la legge islamica. Con l’accusa di essere "nemici del dio Allah" , il regime sta pianificando nuove esecuzioni capitali ai danni dei giovani dimostranti che hanno protestato e sono stati arrestati nelle ultime settimane.
"Anch’ io sono mohareb. Impiccatemi! " .
E’ l’appello di centinaia di blogger iraniani che  hanno lanciato la campagna "I am Mohareb too / من محاربم" "" /"Anche io sono un nemico di Dio", in segno di solidarietà con i dimostranti iraniani arrestati, uccisi, minacciati di esecuzione dalla dittatura religiosa e militare dei mullah.
 Su Facebook:  Facebook Group: من محاربم http://bit.ly/74m88O
to standup against regime threats of execution of Iran Protesters!
Su Twitter:  Twitter hashtag: #IAmMohareb

                       Iranian Wall 

 
Iranian Wall. Video sulle note dei Pink Floyd  dedicato ai giovani Iraniani

 

                                                                      > Ho vissuto a Teheran un’altra Ashura di sangue
                                                                       (Un ricordo di Carlo Panella, Libero del 29 dicembre)
Pubblicato in Varie | Contrassegnato , | Lascia un commento