LE RELIGIONI DELLO SMARRIMENTO
di Gianni De Martino


 

"Non c'è un 'ritorno del religioso' nell'evoluzione in corso delle società musulmane, ma una utilizzazione oltraggiosa di un vocabolario e di referenze religiose per travestire processi di secolarizzazione radicali"


Mohammed Arkoun, L'Islam. Morale et Potitique

 

"Ecco l'America colpita da Dio Onnipotente in uno dei suoi organi vitali tanto da distruggere i suoi più grandi edifici. Sia grazia e gratitudine a Dio…". Così dal Qatar, attraverso la televisione Al Jazeera , parla o meglio sentenzia Bin Laden, con il dito puntato verso il mondo colmo di orrore dopo gli attacchi dell'11 settembre.
Il terrorismo non è un buon servizio reso ai musulmani e alla figura di Allah, il Clemente e il Misericordioso, Signore dei mondi. Appare infatti subito evidente che il dio volante immaginato da Bin Laden è un dio macellaio, uno stragista nel cui nome si cerca di giustificare la "guerra santa" proclamata da Al Qaeda: " Via gli Ebrei dalla Palestina, via gli Indiani dal Kashmir, via le basi americane dall'Arabia Saudita… Faremo bruciare la terra sotto i piedi degli infedeli…".
Nelle visioni fideistiche di Osama e dei suoi sostenitori passati dal panarabismo al panislamismo, insieme ai motivi politici, al risentimento e all'odio verso l'Occidente "corrotto" e "infedele", "simbolo del moderno paganesimo", gioca un elemento religioso rappresentato dalla ripetizione del vecchio rapporto che l'islamismo puro e duro ha con la legge: un rapporto incapace di andare oltre l'ordine dell'obbedienza e della trasgressione. La caratteristica dei nuovi tempi, infatti, a cui ha contribuito in maniera notevole la cultura cristiana, è il superamento della vetustas litterae e lo svincolamento delle persone dalla vecchia legge per aprirsi alla novità dello Spirito e diventare così individui liberi e responsabili.
Nel personalismo musulmano così come viene captato dall'integrismo islamico, invece, ogni aspetto della vita è vincolato al sacro dettato della legge religiosa. Il totalitarismo islamico non tende verso una teocrazia, come si dice spesso, ma verso una soffocante nomocrazia, ovvero il governo dittatoriale della legge di Allah desunta principalmente dalla "Sacra scrittura". La questione, mai risolta da nessun potere islamico, è quella della costituzione di un'Autorità articolata all'Autorità stessa di Dio esercitata attraverso la Parola rivelata. In pratica si finisce con l'essere governati dall'immaginario di gruppi di barbuti e da slogans estratti letteralmente dal Corano e non avere nessuno spazio per la formazione di una società civile o per la costituzione di una coscienza libera di scegliere, di credere o di non credere o anche di dire e scrivere di essere stufa di sentire i barbuti dettare legge agli altri. Esemplare è, a tale proposito, oltre al caso Rushdie, l'eliminazione fisica di numerosi giornalisti, scrittori e intellettuali in Algeria e in altri paesi musulmani percorsi dalla mentalità islamista.
Se gli estremisti islamici usano interpretazioni arcaiche del Corano per giustificare il terrorismo nel nome della legge Allah, le loro operazioni sono però perfettamente moderne: e-mail in codice, formule per preparare bombe spiegate su CD-Rom, comunicazioni satellitari e - cosa che rende inquietante l'attuale scenario politico planetario - il possesso di armi atomiche, chimiche e batteriologiche che potrebbero già essere nelle mani dei fondamentalisti.
Il Dalai Lama, esponente della religione buddista e premio Nobel per la pace, ha scritto che "quando la religione non viene usata al servizio delle creature, ma come arma politica e strumento di potere, allora diventa un pericolo". Questa affermazione, la cui dimostrazione è terribilmente attuale, fa eco a quella del filosofo inglese David Hume quando distingue gli errori della filosofia che "sono ridicoli" da quelli della religione che "sono pericolosi".

ARMAGEDDON DECISIVO ?

"Dico loro - sentenzia ancora Bin Laden ponendosi come punto di riferimento di circa un miliardo di credenti - che questi fatti hanno diviso il mondo in due parti: quello di chi ha fede e quello degli infedeli". Rivolgendo poi un occhio all'Onnipotente e l'altro al gregge dei fedeli, lo strabico predicatore aggiunge: "Dio ci protegga e vi protegga da loro".
Complici e simpatizzanti si moltiplicano in tutto il mondo, anche in Europa. In Italia, per esempio, dal centro di Studi islamici di via Jenner a Milano, arrivano alcuni passi della conferenza di un predicatore barbuto, trasmessi il 23 ottobre scorso dal Tg5 : " Il musulmano è terrorista per i nemici di Dio. Il terrorismo contro i nemici di Dio per la nostra religione è un obbligo. Il nostro islàm è la regione della forza. Il nostro islàm è il terrorismo contro i nemici di Dio".
Tutti gli analisti sono concordi nel ritenere che se questa semplificazione - tipica della lettura radicale del concetto islamico di jihad ( "sforzo sulla via di Dio") - dovesse diventare egemone ed aver seguito nelle menti di larghe masse di musulmani e simpatizzanti, si avrebbe uno scontro planetario globale: a partire dai nostri condomini e dalle nostre città, abitati da numerosi musulmani fra i quali sarebbe difficile isolare con mezzi polizieschi e militari islamisti e imam pro Bin Laden. Entreremmo in un vicolo cieco: quello - come scrive Umberto Eco - "dell'Armageddon decisivo, l'urto finale tra le forze del Bene e quelle del Male ( e ciascuna parte considererebbe male assoluto la parte opposta)".
Prima di ricorrere alle bombe e ai carri armati si potrebbe imprigionare o espellere chi fa apologia delle stragi e minaccia di tagliarci la gola come si fa con le pecore durante la festa dell'Aid al Kebir, ma ancora più difficile sarebbe eliminare le idee fondamentaliste con le espulsioni o con i bombardamenti, dai quali anzi il radicalismo prenderebbe nuovo vigore.
Il pericolo maggiore, quello in cui si annidano terrorismo e tirannia, consiste nel rifiuto della complessità e nel ripiego di larghe masse di persone nella semplificazione di una lotta tra il Bene e il Male. La mobilitazione e l'impegno in favore di un'ideologia semplice è il lato accattivante di una guerra di religione.

I CATODICI PRATICANTI

Testimonianze drammatiche di un malessere sociale, psicologico e spirituale profondo, gli attuali movimenti fondamentalisti non attirano solo i musulmani, ma anche fra cristiani, ebrei e induisti annoverano numerosi fedeli in cerca di una "identità" forte in un mondo in continuo mutamento. I fedeli fondamentalisti si aggrappano alla lettera delle loro "Sacre Scritture", smarrendo così l'intelligenza, la bellezza, la compassione e lo spirito che brilla non nella lettera ma attorno alle parole.
Non si tratta solo dei diseredati del Sud del mondo, ma anche delle élites scavalcate dalla fine delle ideologie che prima pretendevano di dare un senso al cammino delle "masse" e degli individui.
La libertà dalla lettera e dai dogmi è un esercizio della coscienza, difficile da sopportare per grandi masse di persone. Nei paesi arabo-islamici, così come in Israele, in India come in Cecoslovacchia, negli Stati Uniti come in Italia, i fondamentalisti perseguono lo stesso scopo: abbattere le società laiche giudicate "corrotte" e realizzare quell ' ideale "mondo di giustizia e verità" al quale aspirano i barbuti.
I mortiferi rappresentanti della riemergenza del sacro, non necessariamente della contemplazione o di un'autentica fede, non somigliano per niente a quei movimenti di contestazione degli anni Sessanta, che cercavano di modernizzare il dogma e di "aggiornarsi" per non cadere nella pattumiera della storia.
Sbarazzatisi dei loro complessi d'inferiorità, oggi padroneggiano i media e la propaganda, come dimostrano i successi delle prediche alle televisioni musulmane e l'imperversare dei televangelisti americani. I "catodici praticanti", come li ha battezzati qualcuno, hanno preparato il brodo di coltura in cui si sviluppano, più virulenti che mai, gli attacchi nichilisti compiuti in nome di Dio per ricristianizzare, regiudeizzare, reislamizzare la società e l'intero pianeta; e, così facendo, esorcizzare, risacralizzare e "combattere" il profano.
Per quanto riguarda l'islam radicale, la gestione e gli obiettivi di tali movimenti non hanno la loro base sociale solo nei vecchi ulema o nei rurali e gli analfabeti, ma anche nei giovani secolarizzati, educati nelle università secolari. Per loro il Corano è una spada per punire le classi dirigenti al potere e per terrorizzare e punire un occidente errante, gaio, luccicante, satollo, egoista ma politicamente corretto e fin troppo disponibile.
Il preludio all'islamizzazione del mondo intero, passa attraverso i due poli della reislamizzazione dall'alto ( islamisti) e dal basso (pietisti). Gli islamisti esercitano la pressione politica, la pressione sugli Stati o la loro conquista insieme al petrolio e agli arsenali atomici, mentre i pietisti si occupano di conquistare la società attraverso le reti dei servizi caritativi, educativi e di mutuo soccorso, creando nuove reti di socialità su base esclusivamente islamica e movimenti che pretendono di disinteressarsi esplicitamente di politica. Lo dimostrano numerose inchieste sull'islam in Europa, fra gli immigrati talvolta vittime designate dell'esclusione e delle demagogie xenofobe. Specialmente i giovani immigrati vengono abbandonati spesso a se stessi e diventano preda di una campagna di reislamizzazione strisciante nelle moschee e nei centri in cui trovano accoglienza. Qui incontrano anche un islàm puro e duro, che ridà loro un'identità "forte", un discorso di contestazione e una parvenza di compattezza, di forza e di dignità perduta.

LO SFORZO SULLA VIA DI ALLAH

Al credente fondamentalista però non basta un lavoro, la casa, la cassa mutua e la moschea, e neanche basta un po' di conoscenza: vuole il Paradiso promesso dalla Scrittura . Insomma, vuole - come ogni citrullo che si rispetti - l'infinito. E, frustrato per non avere qui e ora l'impossibile, si serve dell'impossibile come di un alibi per non fare il possibile: ovvero vivere e lasciar vivere. Il barbuto, spocchioso e petulante, conosce l'ordine di Dio perché l'ha letto nel Corano. La sola idea che la legge scritta dall'Onnipotente possa essere messa in dubbio o addirittura trasgredita da donne seminude, gay mezzi-uomini e altre "perversioni tipiche dell'Occidente senza Dio" provoca accessi psicotici. La paranoia del credente fondamentalista consiste nella natura "attivista" della sua fede, nell'assoluto convincimento di dover evitare l' Inferno e realizzare la "lotta per Dio" anche qui da noi. La sua crudeltà consiste nell'applicazione pratica di un'idea.
L'idea è che l'islam sia din-wa-daulah, ovverosia "religione" ( din) e "stato" (daulah) con tutte le conseguenze che ciò comporta. Lo "sforzo sulla via di Allah" ( al jihad fi sabilillah) è una parte della difesa della religione-stato. Jihad significa lotta estrema, fisicamente o moralmente, fino al limite delle forze. Nel linguaggio della shari'a ( la legge islamica) questa parola ha il significato tecnico di guerra, dichiarata in nome di Dio, contro coloro che vengono ritenuti oppressori e nemici dell'islàm. Questo sacrificio della vita incombe su tutti i musulmani. E' quel che si predica ovunque, dal Marocco all'Afghanistan, passando fra le moschee europee. Nel centro islamico di Milano, per esempio, è in vendita il libretto di Abul A'la Maududi, predicatore pakistano, Conoscere l'Islàm ( Ed. Al Hikma, Milano 2000), in cui si legge: "Nel jihad l'uomo sacrifica non solamente la sua vita e i suoi beni per la causa di Allah, ma distrugge anche quelli degli altri".
Sacrificare se stessi e massacrare migliaia di "infedeli" è meno grave della "calamità" rappresentata, per l'immaginario islamico, "dalla vittoria del bene sul male, e dell'ateismo sulla religione di Allah". Noi non siamo in Italia, pensa l'islamista, ma in un paese in cui, come nel resto dell'Occidente, l'ateismo prevale sulla religione di Allah. Se l'islamista vede una pratica contraria all'islàm, per esempio donne nude o gay dichiarati, deve biasimarla. Se non può farlo pubblicamente, deve farlo in cuor suo. Ma quando è possibile, deve usare la forza.
Questa idea di usare la forza per realizzare l'islàm e punire gli "infedeli", viene radicalizzata e praticata dagli islamisti, ma è un concetto tipicamente musulmano. Presso i moderati, il concetto di jihad viene attenuato dalla considerazione che esso fu necessario ai tempi del Profeta, quando l'islàm dovette formarsi in un contesto ostile, e che oggi avrebbe solo un significato di sforzo morale sulla via di Allah, di lotta anche strenua contro le proprie passioni negative. Ma esistono musulmani "moderati"? E poi, perché un musulmano dovrebbe vivere e morire di moderazione e noi no, per esempio?
L'emergenza dei movimenti fondamentalisti religiosi nel mondo hanno dimostrato il carattere eccessivo, pericoloso, esplosivo e diffuso di un fenomeno culturale e politico che sarebbe un errore definire, con formula semplicistica, integralismo. L'integralismo è il rifiuto di ogni evoluzione, ma i nuovi fedeli utilizzano l'interpretazione fondamentalista delle "sacre scritture", anche le più arcaiche, le più oscurantiste per cercare di riportare il mondo al passato.
In Iran, per esempio, che fa parte della coalizione anti-terrore concordata anche con il Governo italiano, l'interdizione formale delle omosessualità maschili e femminili è rinforzata dalla pena di morte basata sulla shari'a. La legge islamica, praticata anche da altri Stati islamici come l'Arabia Saudita, la Mauritania, il Sudan e lo Yemen - è basata principalmente sulla lettura di alcuni passi del Corano e sugli hadit, i detti attribuiti al Profeta. Nel Corano, a proposito del popolo di Lot, i sodomiti, è scritto: "Facemmo piovere su di loro una pioggia di pietre" ( Corano, VII-84 e XI- 82); mentre in alcuni hadith si legge: " Quando un uomo monta un altro uomo il trono di Allah si scuote" e " Uccidi quello che lo sta facendo e quello che si lascia fare".
Nel corso della storia, numerose interpretazioni tradizionaliste hanno limitato l'applicazione letterale del comando del Profeta. Ma, oggi, la lettura fondamentalista delle "sacre scritture" è praticata su larga scala e si pretende letterale e senza equivoci: " Voi - ordina l'Ayatollah Musawi Ardibili , rappresentante del Governo iraniano, agli studenti di Teheran - catturate un omosessuale e lo mantenete all'impiedi, poi lo tagliate in due con una spada e, una volta morto, lo bruciate. Potete anche gettarlo vivo dall'alto di una montagna e poi bruciare i resti del cadavere. Oppure potete scavare una buca, accendervi dentro del fuoco e gettarlo vivo nella buca. Non bisogna avere un minimo di clemenza o di compassione, perché le offese che l'omosessuale arreca alla società meritano la peggiore delle punizioni".
I Talebani in Afghanistan, più fondamentalisti degli Iraniani oggi considerati "moderati", non applicano tutte queste variazioni di messa a morte dell'omosessuale. Poiché nel Corano in un versetto è scritto che Dio fece piovere "pietre" e in altro che fece piovere "argilla indurita", gli studenti di Allah si attengono alla lettera: le esecuzioni degli omosessuali colti in flagrante avvengono o per lapidazione ("pietre" ) oppure facendo crollare un muro di "argilla indurita" sul condannato. Ma, in pratica, come debbono essere le "pietre" ? Poiché nelle "Sacre Scritture" non è detto, la giurisprudenza islamica talebana si limita ad aggiungere: " pietre… né troppo grandi né troppo piccole").
( Luttwak rozzamente definisce i Talebani "tutti pederasti" dato il loro odio per le donne. Va detto, per inciso, che sarebbe più adeguato definire i Talebani "checche velate": durante la "guerra santa", per esempio, la pratica omosessuale, purché "attiva", può essere considerata come un surrogato della virilità e fare oggetto di una "fatwa": ovvero di un decreto religiosamente motivato che la rende eccezionalmente e provvisoriamente lecita. Per motivi di forza maggiore, in prigione o in guerra sulla via di Allah, la si può, di fatto, esercitare con prepotenza su un più giovane, su un "nemico", uno schiavo o uno straniero più o meno consenziente. Inutile dire che non si tratta dell'amore gay, in cui i soggetti si rispecchiano l'uno nell'altro, ma di un surrogato di virilismo, di una specie di sopraffazione, che si pretende attiva e virile, del più forte sul più debole) .
Non si conosce il numero esatto degli stupri e delle esecuzioni di omosessuali che, per una ragione o per l'altra, non stanno al gioco del machismo e del "si fa ma non si dice": in Iran dall'inizio degli anni '80 ad oggi le esecuzioni capitali sono avvenute a un ritmo di circa 100 omosessuali all'anno. In tutti i paesi in cui i religiosi islamici sono al potere, alcune esecuzioni di omosessuali avvengono in segreto e spesso i parenti delle vittime preferiscono dissimulare le vere ragioni della condanna a morte.
In altri paesi arabo-islamici, dove al potere non sono i fondamentalisti ma una piccola borghesia musulmana paurosa di tutto e considerata moderata, per accontentare l'opinione pubblica islamista e darsi una virtuosa patente di "sforzo sulla via di Allah" si arresta ogni tanto qualche omosessuale con gran clamore e lo si mette in prigione. Accade oggi in Egitto, dove attualmente (ottobre 2001), in seguito a una retata su un barcone di turisti sul Nilo, è in corso un processo a 52 egiziani sospettati di essere gay e accusati di " offesa alla religione" e "atti immorali". Gli accusati, veri e propri capri espiatori su cui dirigere il malumore delle folle puritane e ipocrite, rischiano lunghi anni di prigione. Fra montature e accuse grottesche vi è anche quella di far parte di un' "internazionale pagana", che avrebbe fra i suoi ispiratori anche il celebre poeta arabo-persiano dell'VIII sec. d.C., Abu Nuwas, il poeta di Baghdad di cui ha peraltro scritto anche il nostro Vincenzo Patané nel numero di ottobre di Babilonia.
In generale, la situazione di circa 50 milioni di gay musulmani solo nei loro paesi è grave, ma potrebbe diventare un olocausto di cui un giorno molti - compreso il nostro Ministro degli Esteri Ruggiero che intrattiene rapporti di collaborazione con gli Ayatollah iraniani e con il Governo egiziano - forse diranno di non sapere, di non averne mai saputo niente. Non si minimizzava forse anche in un recente passato, in Europa, ai tempi dell'ascesa sfolgorante del nazismo? Si minimizzava e si accondiscendeva pur di salvare la pace, poi i pacifisti ad oltranza si accorsero all'improvviso del dilagare della "peste bruna". Ebbene, questa effervescenza planetaria che usurpa il bel colore dell'islàm è la "peste verde". L'infezione è in corso, è molto grave ed occorreva che, anche qui da noi, qualcuno ci portasse la Cattiva Novella: lo ha fatto Giacomo Andrei, coordinatore dell'Arcigay toscano, dichiarandosi favorevole all'intervento armato in Afghanistan e scatenando la bagarre. In attesa di riportare la questione sui binari e il tran tran del politicamente corretto. Purtroppo non esistono solo dibattiti, ma anche problemi.

I NOSTRI POETI

Terzomondismo, nazionalismo, socialismo, marxismo, cristianesimo, evoluzionismo, culturalismo, islam, buddismo, induismo, tutto è crollato insieme alle due torri di New York. I movimenti fondamentalisti che, in piena effervescenza, vogliono imporre a tutti il loro smarrimento, rivelano il vuoto lasciato dalla morte delle utopie terrestri. E' un vuoto aperto a nuove creazioni ma per molti difficile da contemplare e da sopportare senza derive eternaliste o nichiliste.
"L'Alba dei Tempi!", la sognavamo insieme all'amore, alla pace e ai fiori, leggendo insieme al Corano, alla Bagavad Gita e al Libro Tibetano dei morti i nostri poeti da comodino, anzi da sacco a pelo:

" Uomo il tuo allarme risuona fra miriadi di dolci mattini e in ogni strada di automobili disperanti! Santi attendono in ogni metropoli il Messaggio per l'Assassinio della vecchia idea, cioè questo occhio-dio di 20.000 anni che l'Uomo pensava essere il mistero dell'Essere segreto - insopportabile giudice in cielo, Dio straniero senza mani senza lingua per il povero che chiederà grazia sul letto di morte - Oh, ho visto questa Morte - Piovra nera, con antenne acuminate e ondate di raggi terrificanti contro la mia coscienza, enorme Palla cieca invisibile dietro le camere dell'universo - un non-uomo - una nullità - Nullapapà - " ( Allen Ginsberg).

Pensavamo che quel dio arcaico, quella Grossa Palla nata nel deserto e tendente a ritornare al deserto, fosse morto il secolo scorso per far posto alla liberazione dei corpi e all'apertura delle menti e dei cuori. Invece, il Vecchio Carnefice ritorna a volare su New York e oscura la Terra, rievocato dal lugubre miliardario Bin Laden che promette, in nome di Dio, di ridurre il pianeta a un campo di battaglia o a un cimitero.
Fra i numerosi segnali sinistri, per rendere simbolico un problema reale, vi è stato poco tempo fa la distruzione , al grido di Allah Akbar, da parte dei complici di Bin Laden delle grandi sculture del Buddha in Afghanistan: l'immagine dell'uomo che si è risvegliato dagli incubi della vecchia storia praticando la pazienza ed evitando di danneggiare gli altri, incarnando l'amore e la tolleranza.

LE BOMBE VIVENTI E LA SAKINA

Intanto, in risposta ai poveri morti di Manhattan e al rifiuto dei Talebani di consegnare il criminale Bin Laden, è l'Afghanistan che oggi si bombarda: un paese già martoriato da anni di guerra, dove insieme ai sinistri eroi del terrore vivono però anche migliaia di innocenti costretti
dai loro cinici governanti a pagare un orrendo pedaggio.
Tutto lascia prevedere che la guerra, chiamata eufemisticamente "libertà duratura", sarà lunga e terribile. Anche perché come ha recentemente detto il Dalai Lama all'Assemblea dell'Europarlamento - " è facile eliminare esseri umani con le bombe, più difficile eliminare le idee, anche negative, con i bombardamenti".
E adesso, poveri intellettuali, cosa pensare? Che abbiamo l'obbligo di capire gli altri, ma non di giustificare i carnefici. I carnefici non sono solo tra i fondamentalisti islamici, ma anche fra i cinesi che occupano il Tibet, i massacratori di cristiani in Africa, gli Israeliani che occupano la Palestina, i Palestinesi che si fanno esplodere nelle discoteche israeliane, eccetera: tutti in fila, uno dopo l'altro, come in una disgustosa brochette. E' il tempo degli assassini. Difficile da digerire. Ma temo che dobbiamo accettare il kebab insieme ai fatti dell'universo e le tragedie della storia così come sono: comprese le sofferenze, l'assalto delle bombe viventi, il nauseabondo cus-cus e i nuovi bagni di sangue che la storia ci prepara, insieme al dovere di resistere al male facendo nello stesso tempo attenzione a non rendere male per male.
Relativamente a noi, il bene e il male esistono, e sono un velo spaventoso. Siamo al mondo, occorre restarci e decidere da che parte stare, senza tentennare. Personalmente, per quel che può valere la mia posizione, sto dalla parte dei musulmani non coinvolti nella deriva fondamentalista e degli Americani colpiti dalle bombe viventi, perché, in questo momento, con tutte le imperfezioni e la tristezza che un intervento armato comporta, rappresentano la difesa delle libertà, indispensabili ai nostri modi di vita, al nostro benessere e all'esercizio stesso della coscienza.
Non si tratta solo delle fragili libertà dei modi di vita gay, ma delle libertà di tutti, perché le libertà di cui partecipiamo sono di tutti e vanno difese tutte allo stesso modo.
Solo l'assoluto è senza legami con il bene e con il male. Ma la visione dell'assoluto, simile a quella dell'oceano, è come un'acqua limpida che se bevuta può dare un grande senso di libertà, ma anche provocare ebrezze criminali agli sprovveduti. E' quel che capita alle bombe viventi, la cui estatica energia omicida attinge a una bevuta di Assoluto. Gli intossicati da Dio, fenomeno globale ormai irreversibile, non vanno sottovalutati.
Certamente la politica e la crisi internazionale, così come ogni altra circostanza della nostra vita, ci concernono, ma non totalmente. La coscienza e la fragile libertà necessaria al suo esercizio e alla sua fioritura è tutto quello che resta, alla fine, per orientare l'analisi, ed anche la meditazione, la pazienza e la pratica, al di là della politica, degli esseri, degli avvenimenti e delle cose, che ci sono anche inviati per il nostro progresso interiore.
I pericoli, attualmente evidenti, anche di un coinvolgimento totale dei nostri cuori e delle nostre anime, non sono forse il frutto di una vecchia storia che tramonta così com'è cominciata, tra la violenza e la brutalità? Ma forse violenza e brutalità verranno superati, restituendo all'azione umana la sua capacità creatrice e innovatrice. Nonostante le vertigini dell'azione immediata, nonostante le ondate tragiche dei nostri e dei loro pregiudizi, dei fanatismi, delle nostre ristrettezze del cuore e della mente, mi piace credere che la bussola costituita da ogni piccolo ego poggi sull'oceano dell'Essere, della Conoscenza e della Felicità.
Alla fine, come hanno visto i mistici, compresi i mistici musulmani, tutte le nostre fortezze, debolezze o gaiezze appariranno come linee tracciate nell'acqua, un attimo prima che si riveli l'unico mare indiviso: un oceano simile al "cuore" di cui parlano i poeti: un "cuore" sensibile e riflessivo, ma anche caldo e compassionevole, capace di contenere l'innumerabile esistere. Insomma, può anche darsi che l'avvenire sarà metafisico e che siamo tutti imbarcati verso lo Spirito. Nel frattempo - prima del risveglio, prima del balzo fuori dal ritmo diabolico della vecchia storia - occorre conservare l'equilibrio in un'Europa trasformatasi, come per improvvisa amnesia, in un terra di Serbi e di Croati, di Fedeli e di Infedeli, di Musulmani e di Crociati.
Gli eccessi fanatici degli integristi religiosi non hanno niente a che fare con la terra, con la coscienza, lo sguardo sereno e critico su se stessi, il discernimento o un pensiero morale e politico responsabile. Al limite, non hanno niente a che fare neanche con la religione o con il Corano, ma con la permanenza, la forza espansiva e il rigurgito di un immaginario religioso comune a grandi masse di persone e scambiato come "vero Islàm". " Un tempo - scrive Mohammed Arkoun in L'Islam morale et politique - nel linguaggio coranico, si parlava di sakina, la calma interiore, lo sguardo sereno, tollerante, comprensivo portato dagli uomini sulle loro condotte poste dapprima alla luce del Giudizio di Dio. Sguardo metafisicamente potente, ma politicamente inefficace".
Nell'assedio di un mondo in continua mutazione, posto sotto il segno della volontà di potenza politica ed economica, la sakina è scomparsa dalla sensibilità musulmana. Così come dalla nostra sensibilità occidentale rischia di scomparire l'idea della pace, sostituita da un pacifismo oppurtunista e vile. Intanto, uno scarto si è aperto e continua ad approfondirsi tra la difesa apologetica, ideologica ed armata di "valori islamici" non ripensati e pensieri come laicismo anticlericale, storicismo, materialismo, ateismo che sono pensieri già desueti o molto combattuti in un Occidente cinico e disincantato, ma anche aperto alle nuove conquiste della modernità e oltre…
Ecco, occorre conservare l'equilibrio e la memoria nell'assedio di un mondo imbarbarito, ostruito da grandi e desueti ammassi ideologici e percorso da nuovi virus, lingue, culture, affrontamenti sempre più violenti e da 'bande di fetenti ' con la maglietta di Bin Laden. Sono bande costituite da milioni di giovani che bussano alle nostre porte e che più attendono più s'incanagliscono. La vita non attende. Ma forse la vita, la vera vita, è ancora un'utopia. Occorre vivere e far vivere, nonostante tutto: ostinandosi ad amare la terra, la ricchezza corrosiva della vita e la sua fragile felicità, pur conservando in fondo al cuore il tremendo fruscio e il soffio salino di quell ' indimenticabile salto sulle Torri, oltre la terra.


Milano, 25 ottobre 2001