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L'ULTIMA LETTERA
DI VLAD IL VAMPIRO
di Gianni De Martino

EPITESTI:

1) L'ULTIMA LETTERA DI VLAD IL VAMPIRO (Versione per il teatro)
2) PREMESSA DELL'ATTRICE di Jacqueline Ceresoli
3) FAR PARLARE I MORTI
4) L'ULTIMA LETTERA DI VLAD IL VAMPIRO (Variante del testo pubblicato)
5) L'ULTIMA LETTERA (Altra variante)
6) NON LUOGO.NOTE SULL'ATTO DELLO SCRIVERE
7) IL LAVORO DEL FANTASMA
8) MORSI DI ECCELLENTI AUTORI
9) SCARTO

 


 

L'ULTIMA LETTERA DI VLAD
Atto unico di Gianni De Martino

PERSONA: Dracula. Poco più che trentenne. Un corpo nell'atto di scrivere. Si muove a tastoni e si regola sul testo, che appunto sta scrivendo. Voce viva, concreta, gradevole (in ogni caso nulla che spaventi).

AMBIENTE: La prigione della Torre.

COLONNA SONORA: Qualcosa come "Casta diva", V. Bellini, 'Norma'.

Ambiente
Dracula ascolta, con agitazione crescente, una musica che evoca il sorgere della luna.

DRACULA: (riflessivamente) Ah, la luna, sorge la luna... (Pausa, poi, bruscamente) Il mio quaderno, presto il mio quaderno! E' bene che io registri questo. (Andando verso la macchina da scrivere) Il mio quaderno! (Scandendo le sillabe) E' bene che io registri questo.
(La musica cessa. Dracula si siede e comincia a battere). Che dirà il caro Wolf, il mio fedele e devoto gobbetto, quando udrà la morte del suo Dracula? E per le voci che questa notte circolano nella Torre non tarderà molto la novella; perché all'alba entreranno nella cella dove mi hanno gettato e (sarcastico) nel chicchirichì di tutti i variopinti galli d'Ungheria spalancheranno la finestra sul sole. (Indietreggiando, istintivamente) Ah, il grande sole mentitore, l'arcobaleno in una stanza e la fastidiosa luce che m'uccide. (Pausa) Quasi rapido torrente d'improvviso splendore, del quale, senza poter aver alcun appiglio, vedo chiaramente smagliarsi l'ombra mia.
(Pausa. Norma intona, a questo punto, il canto " Casta diva". Dracula ascolta. La musica cessa. Dracula ricomincia a scrivere e fa schioccare la lingua)... E per le voci che questa notte circolano nella Torre non tarderà molto la novella...
(Pausa, poi come allargando le braccia). Volevo parlare dei nemici impalati nella pianura che si estende dal Danubio al confine rumeno, e (sognante) del vento che percorre i campi di sangue sollevando nubi gonfie di sabbia e avvolgendo in un polveroso... polveroso?... roso mantello i turchi che si ritirano verso Stambùl; ma non è più tempo ch'io parli delle guerre combattute e della sfortuna, per non dire delle infami leggende che si tramanderanno con la la ... pretesa di aver fatto finalmente (ironico) chiarezza; né delle menzogne che di me racconteranno (con disprezzo) tremebondi testimoni incappucciati. (Si volge alla macchina da scrivere, come dettando a se stesso) Non è più tempo ch'io parli dell'ingratitudine del mondo, la quale ha pur voluto aver la vittoria (con rabbia) di rinchiudermi in una fetida ed estranea prigione ; quando io pensavo che quei servizi che avrà questo secolo del mio lavoro, non fosse per lasciarmi in alcun modo senza ricompensa.
(Pausa, sorride tristemente impotente; poi, ricomincia a dire piano, come dettando a se stesso). Trame politiche, lo avrai saputo, e congiure dinastiche hanno deciso la mia sorte. Da alleati qual erano, Papa e Re son diventati i miei persecutori; e (pensoso) altro ormai non potrà più fare il buon cardinale, dai cui passi per la revisione della sentenza mi aspettavo qualche vantaggio e protezione. (Pausa) E che ora tace, imbarazzato, forse per ordine del papa (con crescente disprezzo) quel piccolo satrapo indifferente al mio caso e malvagio unicamente per noia o per presunzione.
(Si alza, come rivolgendosi a qualcuno apparso improvvisamente nella cella) Allora, hai finito di masturbarla questa supplica del buon cardinale, o non ancora? Datti una mossa, Santità, e cagala sulla mia bara, hai capito? Che prima lo fai e meglio è per te.
(Pausa) Tutti (si siede, trattenendo a stento la rabbia) tutti han creduto alle terribili leggende che i compagni di un tempo (con disprezzo) i pentiti hanno diffuso sul mio conto, fino a quella notte di vento e di neve in cui mi gettarono, con tutte le mie carte e i venerati libri di Alchimia, in fondo alla prigione della Torre: nel buio dove centinaia di topi mi circondano; e la ragione vacilla, in attesa d'esser rapito dalla luce di una morte che ora mi è chiara come il sole.
(Pausa, poi, cambiando tono, come guardando uno a uno gli oggetti che nomina) Sai dove siedo, io? Il mio sedile è l'incavo fetido d'una vecchia tomba; la mia scrivania il dorso d'una pietra tombale caduta, resa liscia dalla devastazione dei secoli; il mio unico lume è il chiarore della candela e tuttavia vedo chiaramente, come se fosse mezzogiorno, anche negli angoli più bui e lontani. (Pausa) Nella scrittura continua la mia visione di tanti bei corpi addormentati. (Pausa) Li vedo tutti sospesi nell'effimera danza tra la vita e la morte, tutti giacere su un letto di spine; e uno strano affetto mi coglie, simile a un dolore lancinante.
(Pausa, poi, gridando, in falsetto) "Male al cuore? Serve sangue?, chiedono i miei guardiani".
(Si alza) Le voci risuonano ironiche, rimbombano. (Porta le mani alla testa) Anche adesso ridono della mia terribile sete di altro latte, altro inchiostro. (Pausa) Aaaah. (Si passa una mano sul viso) Sono tutto unghie e denti. (Pausa) E' così improvvisamente vuoto ciò che mi circonda.


(Pausa. Siede alla macchina da scrivere. Controlla il nastro) L'inchiostro è finito. Non me ne daranno più. (Gridando, in falsetto) "E' tardi", dicono. " E' giunta l'ora in cui ci libereremo di te, parassita sporco e immondo". Allora scrivo col sangue che mi è tolto. E la scrittura, come la morte, riempirà i buchi...
(Volgendosi alla macchina da scrivere) Ascolta, Wolf, amico mio, non senti soffiare anche tu un vento terribile,
sentimentale, che mi fa ammalare, ci farà ammalare tutti, di peste, forse.
(Ricominciando a battere, ma contrariato perché l'inchiostro probabilmente è sbiadito) Che cosa sarà di te? Ti lasceranno almeno la tua abitazione, almeno la tua camera? O forse hanno già bruciato tutto e tu vaghi ai limiti della foresta, in attesa di avere notizie della mia sorte, notizie che forse non ti arriveranno mai? (Pausa) Tristi pensieri! Tristi immagini!
(Come volgendo il capo verso il fondo della cella, alludendo ai guardiani e come prestando orecchio a delle voci) E' gente amara, (si alza) quella, il loro riso è vuoto. E anch'io rido. Di me, di loro, i guardiani. Rido giù per il grugno... Ah!... così. Come se mi sentissi dolcemente azzannare rido - silenzio, prego - dell'infelicità. (Si siede) Un tremito si comunica alla mano che scrive, alle pareti della cella, alla luna, alle stelle... ai pianeti. Sì, tutto l'universo vacilla come la fiammella (come avvicinando una mano a una fiamma che non c'è) tiepida e dorata di questa candela.
(Pausa) Tante ombre tremano sull'ultimo foglio e il suo biancore.
(Sarcastico) Tante ombre al guizzo della morente lampada, ma non la mia - tutta racchiusa in me, come vorrebbero i calunniatori, privo come sarei d'ombra e di riflesso quasi fossi una lucertola, o un pesce...
Ma tu (come parlando al suo invisibile corrispondente) tu mi ricordi con un'anima e un corpo. (Si alza). Mi hai visto coi tuoi occhi levarmi davanti a te come non mi leverò mai vivo nella memoria dei posteri, per i quali non sarò che un fantasma tremolante sulle rive dei loro sogni. (Camminando con crescente agitazione) Tu mi hai visto levarmi vivo, con un corpo vibrante come una bandiera sotto il cielo dei campi di battaglia, energico, pieno di vigore, infaticabile nei miei quotidiani sforzi di respingere le armate dei barbari oltre il Danubio, al servizio del Re e del Papa, del Papa, sì (sarcastico) che allora non mi chiamavano "vampiro".
Mi ricordi forse senza ombra? E ti ricordi come correvo, quel giorno, come un giovanotto, quel giorno di aprile pieno di sole che ti lasciai in asso col martello a verificare le artiglierie, e poi andando io stesso a raccogliere un pezzo di cannone che mi pareva dubbio?
(Sognante, ritornando alla macchina da scrivere) Ero un guerriero sfolgorante di gioventù e di freschezza; e ora, (abbassando la voce) esiliato da una vita tangibile e vibrante, corro dietro ai fantasmi della mia identità passata... (Riflessivamente) Corro su anelli di pitone nero di scrittura... al buio e nell'immobilità di una fredda cella, dove i guardiani mi privano persino dell'ombra e per derisione mi obbligano a calzare (trattenendo la rabbia) lucide ciabatte di donna.
(Pausa) Maneggiavo la spada, e ora tasto solo una sudicia penna, avendo persino perso la consapevolezza del mio proprio corpo. Guardo le mie mani (esita) sembravano linee colme di fuoco... sono solo inchiostri che sbiadiscono col tempo. (Pausa). Ti faccio segno, fedele amico, dal capolinea, parcheggiato sull'orlo della fossa che hanno voluto spalancare sotto la mia vita e l'opera ... qui dove la morte... s'annuncia nel moltiplicarsi dei riflessi e si dilata in una tenebra senza visibili confini.


(Pausa. Il Coro riprende le note di "Casta diva". Dracula resta pensieroso; poi parla improvvisamente animandosi e quasi mimando le scene che descrive). Ti ricordi come mi vide quello sciocco di Jonathan Harker, il robusto e goffo impiegato giunto in missione al nostro castello? Non trovando traccia né di campanello né di picchiotto, levò lo sguardo verso le mura e le negre aperture delle finestre, sollevandosi in punta di piedi, come se avesse voluto lanciare una voce, che non usciva, di là da quelle mura mai esistite, se non (ironico) nella sua testa nebbiosa. E che sforzi faceva per svegliarsi dall'interno del suo proprio sogno ! (Pausa) A che razza di luogo era mai approdato, e tra che gente? Si aggrappava, agitandosi come un pollo addormentato, al trespolo della propria identità. Ripeteva (si alza), ipnotizzato da se stesso: "Impiegato di uno studio legale! A Mina la definizione non piacerebbe. Procuratore legale, piuttosto!". E cominciava a fregarsi gli occhi e a pizzicottarsi per vedere se era sveglio. (Sorride, ironico, come se lo vedesse; poi riprende a raccontare) Noi lo osservavamo, per un tetto aperto, una finestra scomparsa. Le nostre mani gli gettavano ritagli d'unghia, torsoli di mela, croste di pane. (Come volgendo lo sguardo al foglio infilato al rullo della macchina da scrivere) Pezzetti di carta dove non c'è mai scritto niente. E quando bastò un niente per aprire la porta, mi vide.

(Pausa, assumendo l'aspetto di ciò che descrive) Alto, vecchio, accuratamente sbarbato a parte i lunghi baffi bianchi, e nerovestito da capo a piedi, senza una sola macchia di colore in tutta la persona.
(Pausa). Cosa vide? (Afflosciandosi improvvisamente, con tono spaventato) Solo una vuota cornice di spavento. (Pausa, poi, con tono polemico). Vivevo negli interstizi del castello e negli intervalli della sua giovane vita. Gli facevo il letto, gli preparavo e gli servivo il pranzo di nascosto, mentre lui era di là a frugare tra i libri della mia biblioteca: L'Iliade, l'Odissea... A casa mia, al cuore del più familiare, un giorno, mentre si radeva, il giovanotto si tagliò: depose il rasoio, volgendosi alla ricerca di un cerotto, e il mio sguardo cadde sul suo volto dove brillava una goccia di sangue.
(Esitante) Era sangue, era. Mi gettava l'immagine di Nostro Signore negli occhi, con tutti i suoi arcobaleni. Riluceva. Giù per il mento... Ah!... Che vita. Eravamo vicini. La mia mano lo sfiorò e lui si ritrasse, spaventato. (come facendo il gesto di sfiorare Jonathan) " Attento" dissi " attento a non tagliarvi! E' più pericoloso di quanto non crediate, in questo paese."
(Pausa). Quindi, con braccio indurito, dato di piglio allo specchio, non ricordo cosa soggiunsi. Forse parole dettate dalla solitudine, dal vuoto, dalla disperazione. Ricordo solo che, aprendo la finestra con uno strattone, lanciai fuori lo specchio che andò a frantumarsi in mille pezzi laggiù, sul selciato del cortile.
"Via! - ecco cosa dissi, ora ricordo - E' questo dannato oggetto che ha combinato il misfatto. E' un lurido strumento che ci obbliga a trascinare care immagini. Via!".
(Pausa, poi, riflessivamente). Lo specchio era un vero e proprio carcere, trappola per topi erano l'ammirazione e il desiderio per la bellezza di quel ragazzo goffo e roseo, e io non volevo essere prigioniero! Prigioniero di chi si ritrae, verde di orrore. Là, nello specchio dove scorreva nero sangue fumante e noi, anime dei travolti da morte, tutti freddi intorno alla fossa... Di qua, di là, a pigiarsi verso lo specchio tiepido con grida raccapriccianti, nel desiderio... Sì!... La sete d'altra vita...
(Pausa). Tutti bianchi eravamo - giovani donne e ragazzi e vecchi che molto soffrirono, fanciulle morte prima che il loro cuore conoscesse il dolore e molti guerrieri col petto squarciato, uccisi in battaglia, con l'arme sporche di sangue - tutti a sghimbescio intorno alla fossa... A chinarci verso conca e cratere.
All'abbeveratoio andavamo, di qua, di là, ovunque lui ci gettasse l'immagine viva negli occhi. A bere... era sangue, vero sangue, ciò che riluceva sul collo... il sangue e l'immagine che nel sangue era...
(Pausa, poi, concitatamente). E noi già afferrati a quel rosa di bambola, l'uno nell'altro le grinfie, come fosse il corpo d'ognuno di noi il suo giovane corpo. E lui, di riflesso, la spada affilata dalla coscia sguainando, si ritraeva e non lasciava le teste esangui dei morti avvicinarsi al sangue...
(Pausa) Giù per il collo, brillava quel sangue... Cristo... Che vita! (Pausa, poi, annusando) Da lontano sentiva di biancospino, era come l'odore della carogna del cane morto da tempo, come il letame che giù in cortile spandeva odori muschiati... Quei riccioli poi, erano uncini di tortura; e le cosce...una carne stillante miele dorato, profumatissimi aromi... Dalla ferita era uscita qualche goccia di sangue, e questo gli colava sul mento. Feci un gesto, come per afferrarlo alla gola. Lui si ritrasse, e la mia mano sfiorò ... l'ossario, il rosario cui era appeso il crocifisso.
Un subitaneo mutamento si verifò in me: l'acquolina che avevo in bocca si seccò, cessò il ronzio alle orecchie e il furore scomparve con tanta rapidità, da far dubitare che ci fosse stato.
"Impiegato! (ironico, in falsetto) Laissez moi partir, mi lasci stare! Sono un onesto e rispettabile impiegato" - blaterava, rosso in viso. - "Impiegato di uno studio legale! A Mina la definizione non piacerebbe. Procuratore legale, piuttosto, perché, proprio sul punto di lasciare Londra, m'è giunta comunicazione che avevo superato l'esame; e ora sono un procuratore legale a pieno diritto!" E ricominciava a fregarsi gli occhi. Ma era proprio sveglio, e nei Carpazi, (con tono aspro) lontano da casa sua, (con tono di feroce e sinistro trionfo) tra le mie nere braccia...
(Pausa, poi, cambiando improvvisamente tono, quasi lezioso e sulla difensiva) Bevono sangue anche la zanzara, la sanguisuga, la cimice, la pulce, il ragno e il pidocchio. E noi? Meno di un pidocchio. La cesta di concime si ritraeva da noi: invecchiati di colpo, curvati dal tempo come un punto di domanda...
Così? Dando ali alla disperazione, vale a dire: (come mimando i gesti che descrive) le braccia sollevate all'altezza delle spalle, le mani contratte, le dita a simulare artigli, lampi.
(Dopo una breve pausa, abbassando la voce) Senza denti, risucchiati in bocca e fallendo qui come nessun altro osa fallire, i morti affacciati all'altezza della testa: una maschera vuota di dietro, uscita dal muro, andata a sghimbescio e agitando le mani di larva.
Per piacere! Jonathan! Per piacere! E lui, l'abbeveratoio, verde di orrore, gridare che il buco è così grande, così largo, che è come scopare il vento. (Pausa)
E io morto, senza colore; soffiato via, bianco per sempre... Occhi e bocca così aperti e vuoti.
Occorre aggiungere altro?

(Pausa. Torna a sedere alla macchina da scrivere) Sì... Io scrivevo nell'intervallo del tempo di Jonathan. E controllavo le parole, non solo le emozioni e i sentimenti. (Pausa) Da lassù, il mio tavolo di fakiro. E mi dissanguavo per colorare (dà una sbirciatina al foglio nel rullo) uno straccio di carta, senza valore.
(Pausa) Scrivere nel nero? Scrivere fino alla fine? E smetterla per non arrivare alla paura della morte?


(Si levano le note del coro "casta diva"; poi, come svegliandosi da una trance). Ho vegliato tutta la notte. (Con tono ironicamente amaro) Vampiro, dicono. (Rapido aumento del tono del coro a indicare il trascorrere della notte. Dracula, come guardando in alto). Dalla finestra elevata filtra un tenero sole e le grida di bambini che passano. (Pausa. Come annusando in giro). Dalla cella vicina, dove sezionano i cadaveri dei giustiziati, giunge la cordiale intellettuale risata del dottor Zeta. (Tende l'orecchio). Dice che sono troppo sensibile, e ieri mi parlava di quel particolare umore che si accompagna alla debolezza degli organi, alla delicatezza dei nervi, alla vivacità dell'immaginazione, che rende inclini a compatire, a rabbrividire, ad ammirare, a temere, a turbarsi, a piangere. " Gardez la tete froide, monsieur Dracula, la testa fredda che v'impedirà tra l'altro l'identificazione morbosa con i topi e i pipistrelli della vostra cella...". "Ma - ho balbettato - ma io non uscirò vivo di qui...". "Uscirà... uscirà...", ha blaterato misteriosamente. E ora, come ogni mattina, è al lavoro nel suo laboratorio, e cordialmente scherza coi guardiani. (Tende l'orecchio, come ripetendo il canto che crede di udire).

Preso un cadavere, dice
io lo seziono
con molto scrupolo, dice
stimando il costo.

L'ossa forniscono
tanta calcina
da far l'intonaco
d'una cucina.

E si recupera
tanta grafite
da fare al massimo
cento matite...

Cento matite! E ride, il dottor Zeta, lanciando verso di me la voce; poi continua, ridendo di ciò che non è buono, una specie di risata etica.

Ed è ridicolo, dice
in fondo in fondo,
che, mentre vivono
su questo mondo,

si dian cert'arie
tanti mortali,
se poi gli scheletri
son tutti uguali!...

Rida chi può, caro dottor Zeta. Mi sveglio a mezzanotte. Vampiro? Quel che mi dissangua è l'attesa. (Pausa). Questo bosco stregato. (Pausa, poi, rivolgendosi minacciosamente al pubblico). Ancora un po' di tempo e nell'ipnosi della lettura il morso di questa voce sarà indolore, quasi invisibile.
(Pausa, poi, come volgendosi alla macchina da scrivere) Non è questo il mondo che mi amerà. Va', lettera che succhia... Ah!... questo abietto desiderio d'essere amato! Così!...Caro gobbetto... Abbarbicato a te... Con la tenacia delle erbacce del cimitero.
(Pausa, poi, gridando) Rendetemi, se non l'amore, giustizia; (Abbassando la voce) conto su tutta quella di cui sono capaci gli orribili lettori della notte. (Si ode un ululato prolungato, lupi all'esterno della prigione della Torre. Pausa; poi ironico, come citando a memoria) Ascoltateli i figli della notte. Che musica fanno, eh? (Battendo alla macchina da scrivere) Tu dai una ricompensa a chi ti porterà questa lettera. (Pausa; poi ironico e sinistro) Ha bisogno di te per rinsanguarsi.
(Pausa, poi alludendo al pubblico, ironicamente) Morsi invisibili vi fanno illanguidire, deperire, morire forse.(Pausa, poi riflessivamente). Chissà se anche loro potranno trasformarsi in altra vita, altro corpo, altra lingua - un mondo che abbia più forza, durata e splendore di ciò che banalmente accade e presto si consuma. (Pausa). Teatro, dicono. Dicono letteratura... Questa cosa è sempre stata
nera, fin dall'antichità. (Pausa, poi, riflessivamente) Sono così antico... Ah... un falso adulto, un adolescente spezzato che, per non piegarsi, ha rischiato d'inchinarsi fino a regredire a clown... Ah... vampiro! (Pausa). Tacere. Debbo tacere. M'impiccheranno... non so... mi faranno qualcosa... all'alba.

(Pausa. Si ode uno scalpiccìo. Allarmato, Dracula tende l'orecchio; poi, torna alla macchina da scrivere) Mentre scrivo... (Si odono passi tumultuosi che si avvicinano e gli acuti di Norma che canta "Casta diva. La luna ha intanto quasi terminato il suo periplo semicircolare alle spalle di Dracula). Mentre scrivo mi giunge dal corridoio sottostante il trepestio di molti piedi. (Continuando il rumore concitato dei passi dei carnefici che s'avvicinano) Cosa vogliono ancora farmi? (Gridando) Cosa vogliono ancora farci? (Pausa). S'avvicinano, sento passi tumultuosi. E un panico m'invade... (Si tasta il corpo). Cascata di sangue a corrente alternata, simultaneamente calda e fredda. (Balbettando) Addento la mia angoscia... Addento... la mia ...


(Cala il buio completo in scena. Si ode solo la voce di Dracula che dice) I veri vampiri marciano nella luce. (Pausa). Nessuna lettera riuscirà mai a fermare il cammino dell'immensa e sfolgorante incoscienza del mondo. (Breve pausa) Al buio il mio cuore soffoca. (Pausa). E' la luce di un'aurora troppo limpida da potersi sopportare più a lungo. (Pausa). il mio alito puzza. E' già l'alba?... Vomito bianco...
(Allarmato, mentre continua il rumore di passi pesanti e iniziano gli acuti finali di Norma) Eccoli che arrivano, marciando nella luce del sole d'Europa. (Continuando il trepestìo e gli acuti di Norma). Entrano, sono entrati mormorando da tutte le parti.
(Uno, due tre flash sonori - come se sulla scena fosse entrato qualcuno con una macchina fotografica. Poi, dal buio). Sarà una morte veloce, che Dio ci aiuti tutti quanti... (Uno, due, tre flash) Non lo è. (Pausa). Già detto. Non sono io... Non sono io... Signori... No... Vi assicuro... non sono io (Pausa). Ho male ai denti. Fonemi... Siete venuti per portarmi via? Addio, sì, add... (Ultimi acuti di Norma e note finali di "casta diva").


sipario

Gianni De Martino
Milano, 16 aprile 1993


AVVERTENZA. Adattamento per il teatro del testo di Gianni De Martino "L'ultima lettera di Vlad il vampiro" pubblicato da Edizioni di Barbablu.
Il monologo del vampiro è stato rappresentato come atto unico al Teatro "ì" di Milano il 28 e 29 marzo 1994, con Jacqueline Ceresoli, regia di Mario Montagna.
Lo stesso monologo, interpretato da Jacqueline Ceresoli, è stato rappresentato a Milano dal 16 maggio al 30 giugno 1994, alle gallerie Arte-studio, Milenium, Vinciana, nell'ambito della manifestazione patafisica "Chandelle verte", con opere di Accame, Baj, Crippa, Tadini, Duchamp, Man Ray, e di tantissimi altri che hanno incrociato il fluttuante - e spiralare - movimento patafisico rivelato e codificato da Jarry nell'opera postuma " Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico".


Gianni De Martino con i figli Karim e Gianluca
nei camerini del Teatro i

 

Milano,TEATRO ì, 28-29 marzo 1994

PALCOSCENICO DI ATTRICE
con JACQUELINE CERESOLI

nell'atto unico
L'ULTIMA LETTERA DI VLAD

di Gianni De Martino
regia di Mario Montagna

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PREMESSA DELL'ATTRICE (estratti)
di Jacqueline Ceresoli


L'originale stesura della "Ultima lettera di Vlad" di Gianni De Martino prevede un monologo più intimista e minimalista. E' una stesura avvincente, la sua, dal punto di vista narrativo, che sebbene più complesso della mia interpretazione, mira all'analisi introspettiva di una natura enigmatica qual è Vlad, titanico e fragile nel contempo.
La mia interpretazione, anche per motivi di spettacolo, è più scarna sul piano linguistico, seppure fedele agli intenti narrativi dell'autore.
Piuttosto mi sono concentrata sulla esasperazione della teatralità, accentuando l'espressività del corpo, dei gesti e dello spazio scenico, per lasciare allo spettatore il compito di assolvere o condannare un personaggio che pretende di essere Mito per sopravvivere all'eternità. Vlad si eleva fra gli altri dei perché non accetta il suo annullamento, si eternizza nell'arte. (...) Il mito, l'arte la capacità di illudersi e di creare dimensioni di sogno o teatri immaginari aiutano a sopportare il vuoto della morte.
(...) La mia chiave di lettura simbolica del testo di Gianni De Martino, che apprezzo e stimo, non ha l'arrogante pretesa di risolvere gli enigmi di un'esistenza. Semmai, ricercandomi, mi aiuta ad evocare le mie paure e i miei fantasmi.
Forse guardandoli in faccia con la maschera li esorcizzo, o tento di farlo.
Spero di trasportare sulla scena un "tableau vivant" espressionista e mi ispiro, in particolare, a Egon Schiele (1890 -1918) e Oscar Kokoschka (1886-1980)).

JACQUELINE CERESOLI

Jacqueline Ceresoli e Gianni De Martino

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FAR PARLARE I MORTI
di Gianni De Martino


 

Il capostipite storico di tutti i Dracula è il principe Vlad III di Valacchia.
Ha fatto il "lavoro sporco", ha cioè combattuto i turchi e difeso, con metodi energici, la cristianità.
Ora, tradito dal re e dal papa, è prigioniero in una torre del castello di Visegrad. E, prossimo alla morte, scrive la sua ultima lettera.


L'azione si svolge dalla notte al giorno. All'alba Dracula morirà. E questo momento estremo è intenso e feroce, fra illuminazione e abbaglio.

Non c'è tempo da perdere. Non c'è più tempo. Occorre dire in fretta, dire prima che sia troppo tardi... La parola chiave, per l'interprete, è : TENSIONE.

Ciò che viene rappresentato, in accordo con l'idea di un teatro vero, di un teatro della crudeltà (Artaud) è una messa a morte.

Tensione e attenzione.


In genere non facciamo attenzione. La nostra attenzione normale è usata allo scopo di ottenere qualcosa a cui attribuiamo valore. Qui, invece, Dracula non ha niente da perdere o da guadagnare. E quindi la sua attenzione è nuda.

Tutto quello che gli resta è una coscienza sveglia.

E' attento come un animale. Sente e vede tutto, ogni minima cosa.

E le sue ultime parole - come quelle dei moribondi o come in una trance lucida - esprimono la verità, la sua verità.

La sua verità è l'umiliazione e l'impotenza.

E' prigioniero, deve morire, non c'è niente da fare.

Il mondo gli appare vuoto, desolato e magico.

Alla fine della vita scopre l'immenso valore della vita che sta per perdere.

E quindi ha questo furore di dire, di dire prima che sia troppo tardi.

Da dove viene l'umiliazione del personaggio? Viene dal fatto che cerca invano di non vedere la sua impotenza. Non è l'impotenza in se stessa a creare l'umiliazione, ma lo shock provato dalla sua pretesa onnipotenza di principe e di guerriero che si oppone alla realtà delle cose e della situazione in cui ora si trova.

In prigione, in attesa dell'esecuzione.

La sua unica via d'uscita è restare immobile.

Se lotta contro l'umiliazione, l'umiliazione lo distrugge, accresce la sua disarmonia interiore; se invece lascia che l'umiliazione sia, senza opporsi, allora l'umiliazione costruisce la sua verità.


Non appena riesce a stare immobile nel suo stato umiliato, scopre con sorpresa che lì è l'unico porto sicuro, l'unico luogo al mondo in cui trova una sicurezza...

Sicché l'umiliazione può generare umiltà, una condizione d'imprigionamento può generare libertà.

Per Dracula, che scrive la sua ultima lettera, si tratterà della libertà e della luce della mente, l'unica libertà possibile.

Il personaggio si afferma attraverso una negazione, una spoliazione. Il suo fare oltraggioso dipende dal fatto che ha ribaltato le regole di un gioco che lo volevano silenzioso.

Finora, infatti, Dracula taceva. E' intorno al suo silenzio che gli autori hanno costruito delle storie, che sono sempre state un discorso su Dracula. Ora invece Dracula parla. E la sua voce ci giunge, come quella di un fantasma, dall'altro lato - indicibile per la voce narrante umana.

E il fantastico, grazie al teatro, scivola verso questo lato.

Quale codice ci chiede di condividere?

E' difficile accettare l'alterità che, paradossalmente, è in ognuno di noi. L'esperienza dell'umiltà porta a riconoscere che siamo tutti - uomini, animali, piante e pietre - nelle ossa gli uni degli altri e che ognuno appartiene a tutti gli altri.

E' questo che ho inteso rappresentare: il cammino dalla notte al giorno e la nascita della compassione.

Vi si arriva attraverso molti dubbi, molte esitazioni.

La voce di Dracula, il suo dramma dell'umiliazione, esprime questo collegamento tra la scrittura, il teatro e la morte.

Il vampiro dà per scontato che ascolteremo e accetteremo la sua storia.

Ma questo paradosso non presuppone che noi, gli spettatori, siamo suoi simili?


Gianni De Martino
Milano, 27 marzo 1994

 

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L'ULTIMA

LETTERA

DI

V L A D

IL VAMPIRO

 

Che dirà il caro Wolf, il mio fedele e devoto gobbetto, quando udrà la morte del suo Dracula? E per le voci che questa notte circolano nella Torre non tarderà molto la novella; perché all'alba entreranno nella cella dove mi hanno gettato e spalancheranno la finestra sul sole. Ah, il grande sole mentitore e la fastidiosa luce che m'uccide! Quasi rapido torrente d'improvviso splendore, del quale, senza poter aver alcun appiglio, vedo chiaramente smagliarsi l'ombra mia.
Chi varcò il Danubio e sconfisse i turchi sul loro stesso suolo? Era un Dracula! Ma non è più tempo ch'io parli delle guerre in difesa della Cristianità e della sfortuna, per non dire delle infami leggende che si tramanderanno con la pretesa di aver fatto finalmente chiarezza; né delle menzogne che di me racconterannotestimoni incappucciati. Non è più tempo ch'io parli dell'ingratitudine, la quale ha pur voluto aver la vittoria di rinchiudermi in una fetida ed estranea prigione ; quando io pensavo che quei servizi guerreschi non m'avrebbero lasciato in alcun modo senza ricompensa.
Trame politiche, lo avrai saputo, e congiure dinastiche hanno deciso la mia sorte. Da alleati qual erano, Papa e Re son diventati i miei persecutori; e altro ormai non potrà più fare il buon Nicolaus, dai cui passi per la revisione della sentenza mi aspettavo qualche vantaggio e che ora tace, imbarazzato, forse per ordine del papa - quel piccolo satrapo indifferente al mio caso e malvagio unicamente per noia o per presunzione.
Tutti han creduto alle terribili leggende che i compagni di un tempo hanno diffuso sul mio conto, fino a quella notte di vento e di neve in cui mi gettarono, con tutte le mie carte e i venerati libri di Alchimia, in fondo alla prigione della Torre: nel buio dove centinaia di topi mi circondano; e la ragione vacilla, in attesa d'esser rapito dalla luce di una morte che ora mi è chiara come il sole.


Sai dove siedo, io? Il mio sedile è l'incavo d'una vecchia tomba; la mia scrivania il dorso d'una pietra tombale caduta, resa liscia dalla devastazione dei secoli; il mio unico lume è il chiarore della candela e tuttavia vedo chiaramente, come se fosse mezzogiorno, anche negli angoli più bui e lontani. E nella scrittura continua la mia visione di tanti bei corpi addormentati. Li vedo sospesi nell'effimera danza tra la vita e la morte, tutti giacere su un letto di spine; e uno strano affetto mi coglie, simile a un dolore lancinante.


"Male al cuore? Serve sangue?", chiedono i miei guardiani. Le voci risuonano ironiche, rimbombano sotto le alte volte del sotterraneo, questo immenso cranio rovesciato. Anche adesso ridono della mia sete di altro latte, altro inchiostro. Allora divento tutto unghie e denti. Ed è improvvisamente vuoto ciò che mi circonda.
L'inchiostro è finito. Non ne daranno più. "E' tardi", dicono. " E' giunta l'ora in cui ci libereremo di te, parassita sporco e immondo". Allora scrivo col sangue che mi è tolto. E la scrittura, come la morte, riempirà i buchi...
Ascolta, Wolf, amico mio, non senti soffiare un vento terribile, sentimentale, che mi fa ammalare, ci farà ammalare tutti, di peste, forse.
Che cosa sarà di te? Ti lasceranno almeno la tua abitazione, almeno la tua camera? O forse hanno già bruciato tutto e tu vaghi ai limiti della foresta, in attesa di avere notizie della mia sorte, notizie che forse non ti arriveranno mai? Tristi pensieri! Tristi immagini!


E' gente amara, quella, il loro riso è vuoto. E anch'io rido. Di me, di loro, i guardiani. Rido giù per il grugno... Ah!... così. Come se mi sentissi dolcemente azzannare rido - silenzio, prego - dell'infelicità. E un tremito giunge alla mano che scrive, alle pareti della cella, alla luna, alle stelle. Sì, l'universo vacilla come la fiammella di una candela.
Tante ombre al guizzo della morente lampada, ma non la mia - tutta racchiusa in me, come vorrebbero i miei calunniatori, privo come sarei d'ombra e di riflesso quasi fossi una lucertola, o un pesce.
Per i posteri non sarò che un fantasma tremolante sulle rive dei loro sogni; ma tu mi hai visto levarmi vivo, con un corpo vibrante come una bandiera sotto il cielo dei campi di battaglia, energico, pieno di vigore, infaticabile nei miei quotidiani sforzi di respingere le armate dei barbari oltre il Danubio, al servizio del Re e del Papa - del Papa, sì, che allora non mi chiamava "vampiro". Mi ricordi forse senza ombra alla battaglia di Varna, quando mio padre mi lasciò il comando dei soldati che combattevano accanto ai crociati, o quando , poco più che adolescente, mite e religioso, vestivo di rosso scuro, con una mantiglia di seta verde, e durante le cerimonie portavo al collo due catene d'oro, unite da una croce a doppia sbarra, dalla quale pendeva quel drago rovesciato per cui si farneticò di culti fumosi e catramosi con diavoli e stregoiche, tra spaventevoli eresie, feroci impalamenti e odiose sodomie. E ti ricordi come correvo, quel giorno, come un giovanotto, quel giorno di Aprile pieno di sole che ti lasciai in asso col martello a verificare le artiglierie, e poi andando io stesso a raccogliere un pezzo di cannone che mi pareva dubbio?
Ero un guerriero sfolgorante di gioventù e di freschezza; e ora, esiliato dalla vita, corro dietro ai fantasmi della mia identità passata... Corro su questi anelli di pitone nero di scrittura... dove mi costringono al buio e all'immobilità di una fredda cella e i guardiani mi privano persino dell'ombra e per derisione mi obbligano a calzare lucide ciabatte di donna.
Maneggiavo la spada, e ora tasto solo una sudicia penna, avendo smarrito la consapevolezza del mio proprio corpo. Mi guardo le mani, sembravano linee colme di fuoco. E ti faccio segno, fedele amico, dal capolinea, parcheggiato sull'orlo dell'abisso che hanno voluto spalancare sotto la mia vita e l'opera; qui dove la morte - la mia fine - s'annuncia nel moltiplicarsi dei riflessi della mia leggenda e si dilata tra le pietre sporgenti delle arche, paurose, in una tenebra senza visibili confini e come sospesa, per consentir sortite di fantasime o resurrezioni delle carni.


Ti ricordi come mi vide quello sciocco di Jonathan Harker, il robusto e goffo impiegato giunto in missione al nostro castello? Non trovando traccia né di campanello né di picchiotto, levò lo sguardo verso le mura e le negre aperture delle finestre, sollevandosi in punta di piedi, come se avesse voluto lanciare una voce, che non usciva, di là da quelle mura mai esistite, se non nella sua testa nebbiosa. E che sforzi faceva per svegliarsi dall'interno del suo proprio sogno ! A che razza di luogo era mai approdato, e tra che gente? Si aggrappava, agitandosi come un pollo addormentato, al trespolo della propria identità. Ripeteva ipnotizzato da se stesso: " Impiegato di uno studio legale! A Mina la definizione non piacerebbe. Procuratore legale, piuttosto!". E cominciava a fregarsi gli occhi e a pizzicottarsi per vedere se era sveglio.
Noi lo osservavamo, per un tetto aperto, una finestra scomparsa. Le nostre mani gli gettavano ritagli d'unghia, torsoli di mela, croste di pane, pezzetti di carta dove non c'è mai scritto niente. E quando bastò un niente per aprire la porta, mi vide alto, vecchio, accuratamente sbarbato a parte i lunghi baffi bianchi, e nerovestito da capo a piedi, senza una sola macchia di colore in tutta la persona.

Solo vuota cornice di spavento. A casa mia, vivevo negli interstizi del castello e negli intervalli della sua giovane vita. Gli facevo il letto, gli servivo il pranzo di nascosto, mentre lui era di là a radersi. A casa mia, al cuore del più familiare, quando il giovanotto depose il rasoio, volgendosi alla ricerca di un cerotto, e il mio sguardo cadde sul suo volto dove brillava una goccia di sangue.
Era sangue, era. Mi gettava l'immagine di Nostro Signore negli occhi, con tutti i suoi arcobaleni. Riluceva. Giù per il mento... Ah!... Che vita. Eravamo vicini. Si ritrasse. " Attento" dissi " attento a non tagliarvi! E' più pericoloso di quanto non crediate, in questo paese." Quindi, con braccio indurito, dato di piglio allo specchio, non ricordo cosa soggiunsi. Forse parole dettate dalla solitudine, dal vuoto, dalla disperazione. Ricordo solo che, aprendo la finestra con uno strattone, lanciai fuori lo specchio che andò a frantumarsi in mille pezzi laggiù, sul selciato del cortile.
" Via! - ecco cosa dissi, ora ricordo - E' questo dannato oggetto che ha combinato il misfatto. E' un lurido strumento che ci obbliga a trascinare care immagini. Via!". Lo specchio era un vero e proprio carcere, trappola per topi erano l'ammirazione e il desiderio per la bellezza di quel ragazzo goffo e roseo, e io non volevo essere prigioniero! Prigioniero di chi si ritrae, verde di orrore. Là, nello specchio dove scorreva nero sangue fumante e noi, anime dei travolti da morte, tutti freddi intorno alla fossa... Di qua, di là, a pigiarci verso lo specchio tiepido con grida raccapriccianti, nel desiderio... Sì!... La sete d'altra vita...
Tutti bianchi eravamo - giovani donne e ragazzi e vecchi che molto soffrirono, fanciulle morte prima che il loro cuore conoscesse il dolore e molti guerrieri col petto squarciato, uccisi in battaglia, con l'arme sporche di sangue - tutti a sghimbescio intorno alla fossa... A chinarci verso conca e cratere.
All'abbeveratoio andavamo, di qua, di là, ovunque lui ci gettasse l'immagine viva negli occhi. A bere... era sangue, era ciò che riluceva sul collo... il sangue e l'immagine che nel sangue era.
E noi già afferrati a quel rosa di bambola, l'uno nell'altro le grinfie, come fosse il corpo d'ognuno di noi il suo giovane corpo. E lui, di riflesso, la spada affilata dalla coscia sguainando, si ritraeva e non lasciava le teste esangui dei morti avvicinarsi al sangue... Giù per il collo, brillava... Cristo... Che vita! Da lontano sentiva di biancospino la carogna del cane morto da tempo, e il letame giù in cortile spandeva odori muschiati... Quei riccioli, uncini di tortura; e le cosce...una croce stillante miele dorato, profumatissimi aromi... Dalla ferita era uscita qualche goccia di sangue, e questo gli colava sul mento. Feci un gesto, come per afferrarlo alla gola. Lui si ritrasse, e la mia mano sfiorò ... l'ossario, il rosario cui era appeso il crocifisso.
Un subitaneo mutamento si verificò in me: l'acquolina che avevo in bocca si seccò, cessò il ronzio alle orecchie e il furore scomparve con tanta rapidità, da far dubitare che ci fosse stato. "Impiegato! Laissez moi partir, mi lasci stare! Sono un onesto e rispettabile impiegato - blaterava, rosso in viso. - Impiegato di uno studio legale! A Mina la definizione non piacerebbe. Procuratore legale, piuttosto, perché, proprio sul punto di lasciare Londra, m'è giunta comunicazione che avevo superato l'esame; e ora sono un procuratore legale a pieno diritto!" E ricominciava a fregarsi gli occhi. Oh mentitemi, ditemi che era vivo e sveglio, e nei Carpazi! Un volto putrefatto e fuggitivo, lontano da casa sua, tra le mie negre braccia.
Bevono sangue anche la zanzara, la sanguisuga, la cimice, la pulce, il ragno e il pidocchio. E noi? Meno di un pidocchio. La cesta di concime si ritraeva da noi, hélas! invecchiati di colpo, curvati dal tempo come un punto di domanda... Così? Dando ali alla disperazione, le braccia sollevate all'altezza delle spalle, le mani contratte, le dita a simulare artigli, lampi... Senza denti, risucchiati in bocca e fallendo qui come nessun altro osa fallire, i morti affacciati all'altezza della testa: una maschera vuota di dietro, uscita dal muro, andata a sghimbescio e agitando le mani di larva. Per piacere! Jonathan! Per piacere! E lui, l'abbeveratoio, verde di orrore, gridare che il buco è così grande, che è come scopare il vento.
E io morto, senza colore; soffiato via, bianco per sempre... Occhi e bocca così aperti e vuoti. Occorre aggiungere altro?

Sì... Io scrivevo nell'intervallo del tempo di Jonathan. Armato di oggetti appuntiti - penne, matite conficcate nel cuore - controllavo le parole, non solo le emozioni e i sentimenti; da lassù, il mio tavolo di fakiro, mi dissanguavo per colorare uno straccio di carta, senza valore.
Scrivere nel nero? Scrivere fino alla fine? E smetterla per non arrivare alla paura della morte?


Ho vegliato tutta la notte. Vampiro, dicono. Dalla finestra elevata filtra un tenero sole e le grida di bambini che passano. Dalla cella vicina, dove sezionano i cadaveri dei giustiziati, giunge la cordiale intellettuale risata del dottor Zeta. Dice che sono troppo sensibile, e ieri mi parlava di quel particolare umore che si accompagna alla debolezza dei miei organi, alla delicatezza dei nervi, alla vivacità dell'immaginazione, che rende inclini a compatire, a rabbrividire, ad ammirare, a temere, a turbarsi, a piangere, o a scrivere da morire. " Gardez la tete froide, monsieur Dracula, la testa fredda che v'impedirà tra l'altro l'identificazione morbosa con i topi e i pipistrelli della vostra cella...". "Ma - ho balbettato - ma io non uscirò vivo di qui...". "Uscirà... uscirà...", ha blaterato misteriosamente. E ora, come ogni mattina, è al lavoro nel suo laboratorio, e cordialmente scherza coi guardiani.


Preso un cadavere, dice
io lo seziono
con molto scrupolo, dice
stimando il costo.

L'ossa forniscono
tanta calcina
da far l'intonaco
d'una cucina.

E si recupera
tanta grafite
da fare al massimo
cento matite...

Cento matite! E ride, il dottor Zeta, lanciando verso di me la voce; poi continua, ridendo di ciò che non è buono, una specie di risata etica.

Ed è ridicolo, dice
in fondo in fondo,
che, mentre vivono
su questo mondo,

si dian cert'arie
tanti mortali,
se poi gli scheletri
son tutti uguali!...

Rida chi può, caro dottor Zeta. Mi sveglio a mezzanotte. Gonfia maschera d'atride. Vampiro? Quel che mi dissangua è la solitudine, l'attesa del giorno nascosto. E la pietra dove si volta... una sola volta.
C'ero una volta. Credo che c'eravamo. Non è questo il mondo che mi amerà. Va', lettera che succhia... Stai portando via tutte le mie albe e voli di libro in libro, poi ti fermi da me, per i tuoi pasti di carne e di parole fredde. Pago caro la tua vicinanza! Ah!... questo abietto desiderio d'essere amato! E di restare! Abbarbicarmi a te... Così!... Con la tenacia delle erbacce del cimitero... Rendetemi, se non l'amore, giustizia; conto su tutta quella di cui sono capaci gli orribili lettori della notte... Ascoltateli i figli della notte. Che musica fanno, eh? Tu dai una ricompensa a chi ti porterà questa lettera. Sorridente belva che ad ogni sillaba mi salta alla gola, ora ha bisogno di te per rinsanguarsi e passare - chissà - a nouvelles fleurs, nouveaux astres, nouvelles chairs, nouvelles langues...

Mentre scrivo mi giunge dal corridoio sottostante il trepestio di molti piedi. Cosa vogliono ancora farmi? Cosa vogliono ancora farci? S'avvicinano, sento passi tumultuosi. E un panico, un panico m'invade, un'eccitazione sale e discende da tutti gli organi del corpo come una cascata di sangue a corrente alternata, simultaneamente calda e fredda. Addento la mia angoscia... Addento la mia...
I veri vampiri marciano nella luce. Nessuna lettera riuscirà a fermare il cammino dell'immensa e sfolgorante incoscienza del mondo...
Al buio il cuore soffoca; e dove scorreva il sangue brilla, al culmine del suo svanire, la luce di un'aurora troppo limpida da potersi sopportare più a lungo.

Vomito bianco, il mio alito puzza, è già l'alba?...

Eccoli che arrivano, marciando nella luce del sole d'Europa. In fila per due, sbucano dalla porta di là delle arche. Entrano, sono entrati mormorando da tutte le parti gridando che Allah è il più grande. L'odore della vittima li attira nella cella a dozzine, a centinaia, già troppi per contarli. Si ammassano così vicini, attraversando il vasto arco della porta, che non posso scrivere oltre... Sarà una morte veloce, che Dio ci aiuti tutti quanti... Non lo è. Già detto? Addio, sì, addio.


Di Visegràd, in Ungaria, il 30 agosto 1492
fine


(Variante del testo di Gianni De Martino pubblicato da "edizioni di barbablu")

 

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L'ULTIMA LETTERA
(Altra variante del testo "L'ULTIMA LETTERA DI VLAD")


Che dirà il caro Wolf, il fedele e devoto gobbetto, quando udrà la morte del suo Dracula? E per le voci che oggi circolano nella Torre non tarderà molto la novella; perché tra poco entreranno nella cella dove mi hanno gettato e spalancheranno la finestra sul sole. Ah, il grande sole mentitore e la fastidiosa luce che m'uccide... quasi rapido torrente d'improvviso splendore, del quale, senza poter aver alcun appiglio, vedo chiaramente smagliarsi l'ombra mia... Non è più tempo ch'io parli della sfortuna e dell'ingratitudine del mondo, per non dire delle menzogne che si tramanderanno con la sciocca pretesa di aver fatto finalmente chiarezza su di me e la complessità della mia storia; quando io pensavo che quei servizi che avevano i potenti di questo secolo del mio lavoro, non fosse per lasciarmi in alcun modo senza ricompensa.
Trame politiche, lo avrai saputo, e congiure dinastiche hanno deciso la mia sorte.(*)
Sai dove siedo, io? Il mio sedile è l'incavo fetido d'una vecchia tomba; la mia scrivania il dorso d'una pietra tombale caduta, resa liscia dalla devastazione dei secoli; il mio unico lume è il chiarore dell'esile candela e tuttavia vedo chiaramente, come se fosse mezzogiorno, anche negli angoli più bui e lontani. E nella scrittura continua la mia visione di tanti bei corpi addormentati. Li vedo tutti sospesi nell'effimera danza tra la vita e la morte, tutti giacere su un letto di spine; e uno strano affetto mi coglie, simile a un dolore lancinante.
"Male al cuore? Serve sangue?", chiedono talvolta i miei guardiani. Le voci risuonano ironiche, rimbombano sotto le alte volte del sotterraneo, simile a un'immenso teschio rovesciato. Anche adesso ridono della terribile sete che ho di altro latte, altro inchiostro. Allora divento tutto unghie e denti. E improvvisamente vuoto diventa ciò che mi circonda.
L'inchiostro è finito. Non me ne daranno più. E' tardi, dicono. " E' giunta l'ora in cui ci libereremo di te, parassita sporco e immondo", sghignazzano alcuni. Allora scrivo col sangue che mi è tolto. E la scrittura, come la morte, riempie i buchi...
Scrivere nel nero? Scrivere fino alla fine? E smetterla per non arrivare alla paura della morte?
Che cosa sarà di te? Ti lasceranno almeno la tua abitazione, almeno la tua camera? O forse hanno già bruciato tutto e tu vaghi ai limiti della foresta, in attesa di avere notizie sulla mia sorte, notizie che forse non ti arriveranno mai? Tristi pensieri! Tristi immagini!
Ho dormito nove ore. Ancora un po' di tempo e nell'ipnosi della lettura il morso della mia pagina sarà indolore, quasi invisibile. Chissà se chi legge poi deperisce davvero, illanguidisce e muore proprio come me, per trasformarsi in un'altra vita, un altro corpo, un altro mondo - un mondo che avrà più forza, durata e splendore di ciò che banalmente passa e presto si consuma.
Ci siamo. Rendetemi giustizia, conto su tutta quella di cui sono capaci gli orribili lettori della notte.

Tu, dai una ricompensa a chi ti porterà questa lettera.

 

 

"Dopo aver condotto la lotta contro i Turchi e fatto impalare tanti nemici della Cristianità, Papa Pio II e Giovanni Corvino, re d'Ungheria, da alleati qual erano, divennero i persecutori di Vlad III di Valacchia, detto Dracula - cioè "il diavolo"; e calunniose leggende gli amici di un tempo diffusero sul conto del "voivòda" rumeno, fino a quella terribile notte in cui lo gettarono in fondo alla prigione della Torre di Visegràd: sotto il Danubio, nel buio dove centinaia di topi lo circondavano e la sua ragione vacillava, in attesa d'esser rapito dalla luce di una morte che ora gli era chiara come il sole.
"Il fatto che in molte benemerite edizioni critiche del presunto "Diario di Dracula" recentemente venuto alla luce, non venga fatta menzione di alcun Wolf Zigabenus, la prigionia sia attestata dal 1463 al 1476, e Vlad III sia dato per morto nel 1478 e non nel 1492, come invece risulta dalla lettera autografa che presentiamo, non ci farà perdere il sonno. N.d.C.

 

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NON LUOGO
(Note sull'atto dello scrivere)
di Gianni De Martino

 


La tomba di Dracula

"Sai dove siedo io?", chiede l'io che scrive.
Tutti gli scrittori decisivi pongono, prima o poi, la questione del luogo della propria emergenza: da dove parlare?
Il luogo della scrittura è un territorio immensamente distante. Forse vi si entra per amore, per amore della lingua. E, come tutti gli innamorati, ci si lascia affliggere dai lampi.
Nell'atto di scrivere e di simulare un lampo, mi accorgo che qui - come esclama Amleto - "The time is out of joint"/ Il tempo è fuori dai suoi cardini".
Potrebbe essere la bella definiziane di un passato che - tramite la malinconia e il lutto - non cessa di essere presente. Ma anche la definizione di una zona riparata, dalla quale resistere ai capricci della storia diurna e al flusso sconvolgente del tempo.
Scrivere sarebbe allora come un darsi alla macchia.
E la letteratura, per chi scrive, sarebbe un nascondiglio, anzi il nascondiglio estremo della perdita.
"Guardo le mie mani - dice Dracula. - Sono i confini del mondo...".
Forse Vlad scrive perché non gli basta morire da lontano.


Continuo a pensare che ad aprire la strada siano stati gli scrittori del XIX secolo. A cominciare da Chateaubriand, quando libera la sua parola dalla severità del tempo installandola strategicamente nella tomba. "Preferisco parlare dal fondo della mia bara", dice per cominciare.
Dopo di lui, Victor Hugo avverte il lettore delle Contemplations: " Questo libro va letto come il libro di un morto".
Vedi anche Baudelaire, eccetera...


I libri sono doni che i morti fanno ai vivi.


Ogni scrittore, nell'atto dello scrivere, fa in vita due opere: la sua opera di vivente e la sua opera di fantasma.


Lo scrittore è uno spettro. Lo scrittore-spettro.


Uno scrittore, lo si riconosce dal fatto che non ha paura della parola "morte".


Egli fa come la morte: riempie i buchi...


Riempie i buchi e passa il tempo ...


Lo passa nero su bianco.


Lo passa qui tra culla e bara, vale a dire fra due pulsioni.


Lo scrittore - Edipo nella sua culla, Sfinge nella sua bara - scrive fra due pulsioni.


Qui - dove non c'è dove

- tempo e spazio non sono una risposta.


Di più: qui tempo e morte hanno uguale durata. Ed è proprio tra i due che va ripreso tutto quello che è perso.

 

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IL LAVORO DEL FANTASMA
Note sulla scrittura e la trance
di Gianni De Martino


A questo punto il testo è finito. I carnefici sono entrati nella prigione e hanno giustiziato il vampiro (forse hanno davvero aperto i grandi finestroni in alto, in modo che la luce lo dissolvesse come ombra che dilegua; forse lo hanno impalato, decapitato; o semplicemente fotografato - chissà - un flash, lo scoppio al magnesio che fissa un'immagine sulla pellicola).

Sconto la sensazione che qualcosa sia entrato dentro di me che scrivo. Strano contagio, strana malattia... virale, forse. Come ogni buon persecutore, il testo è riuscito a diventare una parte di me, che mi tormenta.

Naturalmente non si tratta affatto di un'entità o, peggio, di un virus che racconta i suoi ultimi istanti di vita. Ma il silenzio delle creature dell'altro lato era realmente così assordante che, nel tentativo di colmare l'impossibilità a esprimersi, ho assunto - il tempo della scrittura - il punto di vista del fantasma.


Sono la voce narrante, sto chissà quanto impunemente cercando di focalizzare qualcosa...dall'altra parte del muro. All'inizio, prima di prendere forma in una specie di pulviscolo scintillante e poi di figura e di voce, Dracula è come una specie di suono, ancora informe e in tumulto... Un suono più intenso del silenzio...

Sogno un testo che si scriva da sé, sotto dettatura come fanno talvolta i medium.


Al ritorno da "laggiù", sfilo il foglio dal rullo e accendo una sigaretta. Improvvisamente mi accorgo di sentirmi incomprensibilmente stanco, di una stanchezza soprannaturale, come dopo una lunga passeggiata o una battaglia nella quale il sangue sia scorso abbondantemente.


Una volta arrivato, sfinito e quasi esangue, all'ultimo dei fogli di questa cosa che per tranquillità chiamerò testo o scritto, continuo a sentirmi proporre domande e ad esserne imbarazzato (strano imbarazzo, somiglia a una specie di rimorso... ri-morso, mio dio!).

Incomincio ad avvertire l'attrazione torbida dell'insufficienza...



La prima domanda, la più ovvia e insieme la più difficile è che cosa ESso - il testo - intende essere e fare. Mordere? Ri-mordere? Come! Il racconto è terminato. Perché dovrei riscrivere? Per piacere! Per piacere! (agitando le mani davanti agli occhi, come per scacciare un pipistrello fastidioso).


Sto vivendo l'impulso a smettere di scrivere come una viltà e insieme una "tentazione" da vincere e un ostacolo da superare, o da aggirare. E così, quando la figura di Dracula sembra voler uscire dalla pagina, affacciandosi tra le righe nere di scrittura, sono tentato di ritornare con un attrezzo appuntito e ficcarglielo nel cuore.

D'altra parte, temo che il risultato potrebbe essere la mia propria morte, con una matita ficcata nel petto.

(Forse fu in un momento simile che Van Gogh si tagliò un orecchio... Lo stesso accadde al gallo Cantachiaro - anche lui ossessionato dalla perfezione: per cantar chiaro, si tagliò non so che cosa, con mossa accorta...).


Il testo socializzato - a differenza degli scarti e delle versioni e riscritture non pubblicate - nascerebbe da una sana decisione di autocastrazione. Per non parlare di tutte le altre disgrazie che mi son capitate nelle ultime due settimane, il tempo di scrivere e riscrivere L'ultima lettera di Vlad il vampiro.
Anzitutto ho ricevuto, per recensione, ben tre libri, freschi di stampa, sui vampiri: Il diario di Dracula di Marin Mincu da Bompiani; Bela Lugosi. Biografia di una metamorfosi di Edgar Lander da Tranchida Editori Inchiostro; e Vampiro di Fred Saberhagen da Fanucci editore. E, guarda caso, anche l'ultimo numero della Rivista "Millelibri", con un dossier vampiri. Poi, come se non bastasse (tutti i buoni persecutori rincarano la dose) ogni volta che al mattino sfoglio i giornali trovo articoli sull'ultimo film di Scorsese "Bram Stoker Dracula" uscito in questi giorni in America.

Un'altra disgrazia: ho fatto un sogno. Sono a letto, in una camerata che pare di prigione o d'ospedale. Nel campo visivo, rischiarato dalla luce fioca di una lampadina blu, non vedo che i piedi di alcuni visitatori notturni. Portano delle babbucce. Sento la sirena di un'autoambulanza, o forse della polizia. Guardo verso la finestra. E' notte fonda. Poi oso guardare di nuovo verso i visitatori: " Cosa ci fate qua?". "Inutile chiamare. Ed anche protestare. Il tuo caso rientra nel dispositivo numero 752 della sharia...". La voce è rauca, giovane, dominatrice e quasi eccitante. Il visitatore ha un accento arabo. Finalmente lo vedo: un tipo barbuto, come un mollah. Poi ne spunta un altro, con una gellaba bianca, immacolata, ma con una piccola macchia bruna su una manica. " E'solo un po' di merda", penso. Intanto quello estrae una carta da sotto la gellaba e, all'unisono con l'altro giovane barbuto, incomincia recitare, con voce monocorde: " Allah ou akbar, Allah è il più grande!". Spunta un terzo personaggio, più vecchio, con i baffi bianchi e con una mitragliatrice brandita a due mani. "Dov'è... Dov'è il Grande Satana?". "E' uno scherzo", dico. " Anche Montezuma non sapeva cosa pensare dell'arrivo degli Spagnoli", risponde misteriosamente il vecchio. E improvvisamente vedo avvicinarsi la lama di un coltello brandito da una mano enorme, nera, serena, che mi taglia la gola e tutti i miei sensi sospende. L'assassino indietreggia, mormorando di aver compiuto un'opera pia, ma io sono ancora presente e vigile, con la testa rotolata sotto il letto. Come dibattendomi in un universo simile a una grande moschea polverosa, dico a me stesso: " Sono ancora vivo. Che incubo interessante ...". E al momento in cui formulo il pensiero, la "r" di "interessante" si fonte con il trillo del telefono.
Al risveglio, cambio la versione del testo de "L'ultima lettera di Vlad il Vampiro". I carnefici che marciano nella luce del "grande sole mentitore dell'Europa" irrompono all'alba nella sua cella per sgozzarlo al grido di " Allah ou Akbar".
Quanto a Montezuma, il riferimento mi sembra chiaro. Anche noi Europei, aperti come siamo ineluttabilmente all'irruzione islamica, esitiamo e non sappiamo cosa pensare, proprio come gli aztechi sorpresi dall'irruzione dell'altrove Europeo.
Il risveglio e l'ascesa dell'altrove islamico è "sfolgorante", come lo fu, del resto, quella grande e nefasta rivoluzione giovanile che fu il nazismo.
E' la peste, ieri bruna e oggi verde, che periodicamente ritorna, e contro cui la letteratura è impotente, come lo è "L'ultima lettera di Vlad".

Ma forse la cosa più grave non è il tramonto dell'Europa e dei suoi antichi balconi - diventata, per improvvisa amnesia - una terra di halal e di haram - ma è il litigio avuto con G. l'altro giorno: era il mio turno di fare la spesa al Supermercato PAM, ma assorbito dalla scrittura dell' Ultima lettera me ne sono dimenticato e quando è tornato non c'era quasi niente da mangiare in casa e se l'è presa con me che - dice - ho "sempre la testa altrove" . Naturalmente ho ribattuto che non mi piace sentirmi dettar legge dagli altri, che stava esagerando, che non ho "sempre" la testa eccetera, e abbiamo litigato.
Lui diceva "sempre" e io ribattevo "qualche volta". Fino a quando mi sono scocciato e l'ho mandato al diavolo perché avevo da lavorare. "Vaffanculo!", ruggivo. "Vaffanculo tu", scimmiottava lui. " No, vacci te a fare in culo!", ribattevo. E poi sono uscito fuori della cucina, cercando di orizzontarmi in casa mia, una casa diventata improvvisamente estranea, come rischiarata d'irrealtà. Mi sono seduto dietro la scrivania come dietro una trincea. (Poi G. mi ha detto che ero spaventoso, perché prima di cominciare a battere sono rimasto qualche minuto così,immobile dietro la scrivania, con l'aria di uno che stesse premeditando un crimine).


Per scrivere dovrò rinunciare alla convivenza con G.? E' una prospettiva dolorosa, perché vivere con G. è meraviglioso, sono innamorato... Insomma, sto scrivendo e con questo strano lavoro sto mettendo in imbarazzo parenti e amici.


Come quando R. mi ha chiesto cosa stavo scrivendo e io risposto balbettando. Allora G. è intervenuto, ironico: " Sta scrivendo un racconto sui... vampiri! Invece di darsi da fare per guadagnare soldi con il giornalismo, lui scrive un racconto non si sa per chi, per cosa...".
Sono un perditempo, per lui? Un maniaco? E' così che mi vede mentre mi dissanguo a scrivere d'amore? E' sempre la solita storia. Fin dai tempi degli Assiro-san-babilonesi. Ma forse è il modo di raccontarlo che è diverso...


Ancora un passo ed esclamerò, come la povera Mina quando scopre di essere stata morsa dal vampiro: " Contaminata, contaminata! Non potrò più né toccarlo né baciarlo. Oh, perché proprio io dovevo divenire la sua peggior nemica, colei che più ha motivo di temere?".


Poi c'è stato l'episodio di quando sono andato alla Biblioteca Sormani per una ricerca di testi sui vampiri. Ho fatto la fila per fotocopiare alcune pagine del libro di Fabio Giovannini, Il libro dei vampiri, e precisamente il capitolo intitolato "Il morso dell'artista".
Domande, domandine, tutta una burocrazia piuttosto ottusa e regole che non sembrano avere altro scopo che quello di complicare le cose semplici con procedure assurde.
Avrei voluto che tutto procedesse più speditamente. Invece, brancolavano e perdevano tempo. Io sbuffavo, e l'impiegata delle fotocopie se n'è accorta e ha incominciato a guardarmi storto. "Stia in fila, lei!", ha gridato a un certo punto. "Io la conosco, sa?". Ha aggiunto.
Quando mai io ho conosciuto una così? L'ho guardata più attentamente. Era rossa in viso e scuoteva la testa, facendo tintinnare orecchini berberi. "Ah, sì?", ho chiesto. "Mi conosce?" E lei, cafona e scorbutica, tentennando il capo per la bizza misteriosamente ha ancora gridato: " Non mi costringa a dire cosa penso di lei..."
Una minaccia? Mi sono guardato intorno, c'erano gli studenti della Statale, a capo chino, come tante pecore, a riempire moduli e modulini per le fotocopie. " Che gente strana si vede in giro", ho detto a me stesso.

Il giorno dopo ho raccontato l'episodio a un amico dirigente dei servizi della Biblioteca, che mi ha detto trattarsi di un caso di esaurimento nervoso, dovuto a una Biblioteca che non funziona, assediata da un bacino d'utenza, così ha detto, esorbitante, per cui gli impiegati diventano sempre più demotivati, apatici, scorbutici, e talvolta vanno in tilt come quella signora delle fotocopie."Esaurimento nervoso, credimi".
Chissà se le parole dell'amico funzionario possono spiegare quelle frasi misteriose, quasi deliranti: "Io la conosco... Non mi costringa a dire quello che penso di lei...".


C'è stato questo piccolo mistero in biblioteca, l'incontro con quel mostro delle fotocopie, e poi l'episodio di quando ho letto un passo di L'ultima lettera di Vlad a E., e lui mi ha guardato con sgomento, mi è parso, e ha detto che dovrei coltivare "pensieri più gioiosi", e mi ha invitato a cena, dove mi sono annoiato mortalmente al racconto del suo nuovo bagno che si sta facendo, una storia di casa nuova, di condominio a Milano e di pochi metri di autonomia individuale rigorosamente sorvegliati dai vicini.
Quando gli ho detto che stavo continuando a occuparmi di Dracula, come temendo una specie di contagio, di contagio semi-magico, il volto gli si è andato offuscando, assumendo un colore sempre più cupo.
"Non agitarti, caro - gli ho detto. - Devi essere forte e coraggioso per aiutarmi in questa terribile ora... l'ora della scrittura".
La luce della luna piena era tanto chiara da penetrare attraverso la spessa cortina gialla della Trattoria Toscana. E quando ci siamo salutati sono corso via, non dico come un pipistrello ma a scrivere tutta la notte.


Ancora le menzogne imbarazzanti, le menzogne della notte. Per esempio, so bene che la prigionia di Vlad Tepès detto "Dracula" nella Torre di Visegrad è attestata dal 1463 al 1476, e che morì due anni dopo la sua liberazione, cioè nel 1478. Perlomeno così risulta dai documenti raccolti dagli storici. Chissà perché lo faccio morire in carcere e ho datato la sua lettera 1492.
Forse perché è la data della scoperta dell'America, l'inizio dello sterminio degli altri popoli da parte delle armate di un'Europa solare, attraversata dai primi barlumi dello spirito scientifico e dell'individualismo che si dispiegherà con il Rinascimento, senza tuttavia far cessare i modi arcaici e sanguinari di trattare la minaccia, supposta o suggerita, proveniente da altri mondi. 1492 è una data simbolica e il fatto che non sia in accordo con la verità della vicenda storica di Vlad Tepes detto "Dracula" non mi farà perdere il sonno...


Continuo tuttavia a pensare che quella letteratura che imbarca menzogne e lapsus, cancellature e riscritture, macchie d'inchiostro, pipistrelli e demoni (che per tranquillità chiamiamo fantasmi) sia la scrittura meno gratuita che esista, la più pericolosa.

La letteratura è però anche farmaco. A piccole dosi può sembrare miele... (In tal caso, occorre leccare la pagina?).

A cosa "serve" la letteratura? A dare la parola ai vampiri. Risanare i malati.

Risanare i malati? Quella di guarire è, spesso, solo una speranza, una pietosa bugia. La speranza, l'ultima a morire, è tenace tuttavia, com'è tenace l'erba dei cimiteri.

Insomma, il corpo è un orologio che, prima o poi, non si potrà aggiustare. Ma la letteratura - simile alla speranza, simile alle erbacce del cimitero - pietosamente trasfigura ogni cosa, anche se guasta, vecchia e brutta. O perlomeno così fa apparire il mondo: in una figura che ha più forza, durata e splendore, di ciò che banalmente accade e presto si consuma.

La letteratura serve a ritagliare una via nello scorrere del caos del mondo. L'alternativa a una via possibile, o anche impossibile, è quella di finire nel solito mare di pus.

Scrivendo non si sa. Si va. Si scrive e si va oltre, sempre oltre.

Sull'ultima soglia esitiamo. Un brontolio ci indica la strada: " Avanti, avanti! Niente paura ! Tutto in ordine quaggiù. Il vostro caro è nella camera da letto, nella sua bara, come si addice".

Ancora un passo e - oltre la vista spaventosa di un fantoccio cereo, accartocciato, prosciugato e già diventato mummia, oltre la croce di una natura problematica, simile a un mucchietto di spazzatura piagnucolante - mi sorprenderò a pensare e a scrivere: nostante tutto, non è mai troppo tardi per una buona Resurrezione!

Milano 26 novembre 1992.

 

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MORSI DI ECCELLENTI AUTORI CHE POSSONO
SERVIRE DI CHIAVE A QUESTA LETTERA DI DRACULA

(Uno spuntino veloce, con tagli di prima scelta, tentacoli che spuntano dagli interstizi di altri libri e si agitano come tentacoli appena recisi).

"Quomodo infidelis Dracul, vaivoda partium transalpinarum praetactarum, a fidelitate serenissimi principis praefati et eius regno declinasset subdidissetque se sevissimo domino Turcarum, ut operis per effectum heu manifeste demonstrasset, maligno spiritu concepto, singulos mercatores de dicta Brascho et terra Burcza et nuntios de eadem, qui intrassent, cepisset, diris vinculis mancipando, singula bona et res ipsorum circa se habita et inventas ab eis plene auferendo, rabiem suae infidelitatis crudeliter ostendens, in bonis ablatis non contentus ad eosdem mercatores et nuntios crudeli et miserabili nece sin suis demeritis et culpis ullis exigentibus interfecisset in palos trahendo, de quo furor suae crudelitatis adhuc maiore ardore accensus, singulos mercatores et iuvenes qui pro ydeomate adipiscendo in praefata terra transalpina constituti fuissent, numero trecentos vel plures, igne combussisset".

Passo di una lettera di Feldioara del 2 aprile 1459, in cui Dan, ex voivoda di Valacchia, relata alcuni misfatti di Vlad III detto Dracul contro i sassoni della Transilvania. Apud. Ioan Bogdan, Vlad Tepes si nauratiunile germane si rusesti asupra lui, Bucarest, 1896, p.61.

" XV. Morto quel voivoda, il re mandò a dirgli in prigione che se desidera tornare voivoda in Valacchia come prima allora deve accettare la fede latina. // Se no, allora morirà in prigione. A Dracula è piaciuto di più la dolcezza del mondo effimero che quella eterna ed ha abiurato l'ortodossia e si è allontanato dalla verità ed ha lasciato la luce ed ha accettato le tenebre. Ahimè, non ha potuto sopportare il peso temporaneo della prigione e si è preparato per le torture senza fine ed ha abbandonato la nostra fede ortodossa ed ha accettato l'inganno latino. Il re non solo gli ha dato il regno in Valacchia, ma anche sua sorella // gliela ha data in moglie. Da questa ha avuto due figli. E' vissuto ancora 10 anni e così è morto in quella eresia".

Da un racconto slavo, scritto forse da un viaggiatore russo nell'ottavo decennio del XV secolo, in Cronicile slavo-romane, p.212; cit. da Ioan Gutia, Storia del nome Dracula, Roma, Bulzoni Editore, 1976, p. 28.

" He discovered that the Voivode Drakula or Dracula, who ruled Walachia in 1452-1462 had earned for himself the title of 'the Impaler', and that the story of is ferocity and hair-raising cruelty in defiance of the Turks was related at length in two fifteenth century manuscripts, one of which spoke of him as a 'wampyr'. Immediately, Bram sought the help of Arminius Vambery in Budapest".

Harry Ludlam, A Biography of Dracula. The Life Story of Bram Stoker, Londra, 1962, p. 100.


" Il capostipite storico di tutti i Dracula è il voivoda Vlad III di Valacchia, che vampiro non era. Difese, con metodi un po' energici, ma all'epoca non inconsueti, la Cristianità... Sappiamo che Vlad - nome corrispondente al nostro Giovanni - aveva studiato a Norimberga, Bisanzio, Padova, che parlava e leggeva il tedesco, l'italiano, lo slavo, il latino, il greco, il turco, l'ungherese, che aveva frequentato Marsilio Ficino, Nicola Cusano, Gemisto Platone. Un erudito, dunque, figura più unica che rara tra i nobili transilvani dell'epoca. Ed è singolare che questo Dracula non abbia lasciato alcunché di scritto, sia di carattere autobiografico, date le accuse che quando era in vita già si levavano contro di lui, sia di contenuto filosofico, visti i suoi interessi per le dottrine neoplatoniche ed ermetiche."

Paolo Pozzesi, "La vera storia di Vlad l'impalatore", in 'Esquire' n.36, gennaio 1993, p.25.

"... seul Dracula se tait. C'est en effet autour de son silence qui se construit le discours des autres, qui est essentielement discours sur lui".

Gérard Stein, " Dracula ou la circulation du 'sans' ", in 'Littérature' n. 8, dicembre 1972, p. 85.

" E invece è proprio lì sotto, è proprio lì dentro che il vero affabulatore sa di poter trovare in qualsiasi momento il sangue che gli è necessario a impastare la farina del Mondo; vampiro di se stesso, solo risucchiando quel plasma lo scrittore diventerà il re Mida che tutto assimilando contagia".

Michele Mari, "Lo scrittore addenta la sua angoscia", in "Millelibri. Dossier Vampiri" n. 58, novembre 1992, p. 89.


" Il fatto è che, senza dubbio, quando gli autori scelgono - come esperimento letterario o come riparazione nei confronti dell'alterità - di dare la parola a questi esseri, si gettano in una scommessa molto rischiosa. Se leggere, o ascoltare, o comunque partecipare a un atto comunicativo presuppone una condivisione di codici, quali sono, in ultima istanza, i codici che la voce degli esseri dell'aldilà ci chiede di condividere? ... Ed è qui che questi testi esibiscono il paradosso su cui si fondano. La voce di un fantasma (o di un vampiro) che dà per scontato che il suo destinatario accetterà la sua storia, non presuppone forse degli ascoltatori suoi simili? I fantasmi, se esistono, sanno con certezza di esistere. Da quell' 'altro lato' indicibile per la voce narrante umana, il fantastico scivola verso questo lato - il lato in cui la scrittura è possibile."

Rosalba Campra, " I requisiti della narrazione. La parola ai vampiri", in 'Strumenti critici' n.69, maggio 1992, pp.242-243.

" ... una certa esperienza è fatta: scrivendo egli ha avuto prova di sé come un nulla al lavoro e, dopo aver scritto, ha avuto prova della propria opera come di qualcosa che andava scomparendo. Nel corso di questa esperienza, scopo dello scrittore non è più l'opera effimera, ma, al di là dell'opera, la verità di quest'opera, in cui sembrano unirsi l'individuo che scrive, potenza di negazione creatrice, e l'opera in gioco con la quale questa forza di negazione e di eccesso si afferma".

Maurice Blanchot, La follia del giorno. La letteratura e il diritto alla morte, Reggio Emilia, Eliotropia, 1982, p.73.

" Mallarmé parlava di un dubbio, Derrida sottolinea l'esitazione. Entrambi collegano la scrittura, il gioco e la morte. Se l'opera stessa è peritura, se il quadro deve essere restaurato, se il libro deve essere ristampato e riletto per sopravvivere, questa mortalità non fa che rafforzare l'ipotesi che l'idea della morte già al suo nascere era presente nell'opera. L'opera d'arte trova una delle sue raffigurazioni nel vampiro."

Gilbert Lascault, " Estetica e psicoanalisi" in AAVV La psicoanalisi, Firenze, Sansoni, 1972, p. 261.

 

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SCARTO

AVVERTENZA. Ecco i mobili fogli di un testo. Sono pipistrelli ad ali spiegate e cercano dove posarsi...
Lettere che succhiano in volo verso di te - chissà - per rinsanguarsi.

 

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