LE NUOVE AVVENTURE DI PINOCCHIO

Gianni e Pinocchio

Nel principio un vecchio falegname chiamato Geppetto si munì, tramite il suo sodale mastro Ciliegia, di un pezzo di legno di catasta per fabbricarsi, egoisticamente, un figlio-burattino. E come chi è solo ( perché non sposato, solo spossato), piallava, piallava e parlava tra sé:

“Me ne faccio un figlio gender unico raro meraviglioso, che chiamerò Pinocchio.”

Ma poiché oltre che un povero artigiano era anche istruito, prudente e informato si corresse, si disse: ” Ma a veder bene, potrebbe anche venirmi fuori Finocchio…”. Il dubbio, l’atroce suggestione gli proveniva dall’aver visto il Family day in tv e dall’aver sentito dire cose molto brutte sul gender e i destini dei figli di gender. Ciò pensando, disse:” Sia la boccuccia”, e la boccaccia fu. Poi disse: “Ora sia il naso che separi una guancia dall’altra”, e apparve una bella faccia di culo. Mentre il naso cresceva, cresceva verso le sfere superne, fece il mento e poi il collo le spalle lo stomaco e il bacino e le braccia e le mani e i piedi.

Così fu dunque compiuto Pinocchio, che subito cominciò a sgranchirsi le gambe e a guardarlo con un occhio fino che faceva paura. Accortosi che Geppetto portava sul capo una parrucca alla Platinette, gliela strappò. Poi aperse la porta di casa e fuggì, inseguito dal padre. Nel triste sobborgo, tutti gridavano: “Attenti, attenti al gender!”.”I loro volti godevano di uno speciale rilasciamento” – come si legge ne “La ferocia”, il libro, fresco di Premio Strega, di Vittorio Lagioia [e ancora con ‘sto rilasciamento!, ndr].

In piazza Pinocchio vide Scalfarotto in sciopero della fame contro il- mondo -etero- progressista- che- lascia- soli- i- Pinocchi-in-questa-battaglia -di-civiltà, e stava per raggiungerlo, con andatura rilasciata, per vendergli il suo abbecedario, quando all’improvviso un furgoncino sbarrò la corsa a Pinocchio. Alla guida sedeva San Giuseppe; e accanto a lui c’era la Madre del Signore con il bambino dormiente fra le sue braccia.

Si vedeva subito che non era una madre surrogata, come la Fatina, ma una madre normale, perché cucinava e stirava ed era stata messa incinta dallo Spirito santo, – che, diceva la cattiva gender, era l’idraulico, perché la famiglia era molto normale. Infatti nell’abitacolo posteriore di quel malandato veicolo, ammucchiati alla rinfusa, sedevano nell’esiguo spazio i nove o dieci Evangelisti Marco, Luca, Giovanni, Marco, Rocco Buttiglione, sant’Angelino Alfano, Gaetano Quaglieriello, Pier Ferdinando Casini e Kiko, poi il protomartire cardinal Biffi, l’imam di Roma e gli Evangelisti apocrifi e Pseudo e Gnostici, insieme ai membri tutti ringalluzziti di Comunione e Liberazione, Rinnovamento nello Spirito Santo, i Focolarini, l’AGESCI, l’Azione Cattolica, la Comunità di Sant’Egidio e Coldiretti, seguiti da Costanza Miriano come giornalista per Rai Vaticano e la giornalista Concita De Gregorio, ex direttrice dell’Unità, con in grembo la misteriosa Elena Ferrante. “Uomo, donna, o… gay?”, chiedeva San Giuseppe, e concitatamente Concita esclamava: “Gay! gay!”, con quell’entusiasmo progressista e acculturato che va da Madre Teresa a Che Guevara, passando naturalmente per Jovanotti.

“I loro volti godevano di uno speciale rilasciamento” ( come si legge ne “La ferocia” del fresco Premio Strega Vittorio Lagioia). Perché ‘sto rilasciamento ?
[e ancora con ‘sto rilasciamento!, ndr]. Perché erano tutti profughi, appena sbarcati a Lampedusa, e diretti in Olanda. Grazie a papa Bergoglio che aveva fornito gli scafisti e l’autista, Giuseppe, appunto, che peraltro guida anche la Chiesa ( di notte Bergoglio, disdegnando le compresse di “Genderdormina”, beve un po’ d’acqua di cicoria ecologica e mette un foglietto con le domande sotto la statua di San Giuseppe che ha sulla sua scrivania; e lui risponde, ma non è una seduta spiritica).

E’ solo un pastiche, scritto al modo de ” La Vita Nova di Pinocchio” di Luigi Compagnone. Rileggendolo, a distanza di anni, mi è venuta voglia di scrivere queste sciocchezze. Chissà perché. Immagino anche il finale, con Pinocchio che incontra Lucignolo Alì, un parente degenere di Maria Giulia Fatima Sergio, la Lady Jihad di Torre Greco, e – dopo aver lasciato il gattino a casa della Fatina e comprato un trolley – parte per il Paese dei Balocchi: le terre del Califfato, rette da Mangiafuoco-al-Baghdadi, burattinaio diplomato all’Università islamica di Baghdad.

Qui in Siria o Iraq Pinocchio potrebbe anche incontrare il Diba, anch’egli appinocchiato e incaricato da MS5 di eleggere il nero terrorista ad interlocutore: “Che fai Pinocchio, mi tocchi?”. Di Maio, più riflessivo, mette pace e invita tutti ad Atene, in Grecia. Dove appare nientedimeno che La Democrazia in piazza Syntagma, nelle vesti del Gatto-Alexis & la Volpe-Varoufakis, che li esortano a nuove avventure, grazie ai soldi degli altri. E non prima di aver cantato “Bella ciao”… Con “l’apparente ebetudine” dei combattenti in cui Pinocchio “ritrovava una ulteriore forma di intelligenza” [e ancora con ‘sto rilasciamento!, ndr]. E senza ascoltare il Grillo parlante-e- docente-Cacciari, che – memore del Logos – li aveva pur messi in guardia verso la “graeca fides”, ecc. ecc. Debbo continuare ? 😀

~ Dopo aver detto tante bugie il naso di Pinocchio comiciò a crescere

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LA FENICE o Il FUOCO SEGRETO DEL LINGUAGGIO

 

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Il movimento vivente della scrittura sprigiona le scintille di uno strano fuoco. E scrivendo oltre, sempre oltre, andando incontro all’ imprevisto, esprime il desiderio di uno spazio di non-morte.

A volte le parole sembrano incenso, altre volte niente altro che cenere, le ceneri della Fenice… Perlomeno così pare, finché non incontrano un lettore attivo, diventando le rivelatrici di una Cosa ardente e come proveniente da molto lontano che cerca di farsi strada, e talvolta vi riesce – per quanto possa sembrare inaudito e subito rimosso.

Le parole che sembravano abitate dal fuoco di una Presenza, “come un biblico roveto ardente” ( Antonio Spadaro, in L’altro fuoco: l’esperienza della letteratura), ora non sono altro che macchie d’inchiostro o bit che sbiadiscono con il tempo. Il libro e i blog sono bucati dal fuoco del cielo.

Se non fosse per il fuoco segreto del linguaggio e il lavoro della scrittura, le ceneri che restano non potrebbero generare un altro uccello-fenice, se non un altro Icaro.

Oltre il tricotage sul buco del reale e nel simbolico, nessun nome tiene. Ad ogni ascensione/accensione dell’animale fantastico verso il sole un nome cede a un altro nome, ridotto in cenere per subito risollevarsi dalle sue ceneri.

Se non fosse per il lavoro della metafora , oltre che per il lavoro della memoria, dell’immaginazione e del simbolico, le parole non potrebbero prendere fuoco e propagarsi, riaccendendosi le une dopo le altre e proiettando – nel momento in cui le si pronuncia – scintille di significanti secondari che accendono altri focolai.

Dove la Fenice arde senza bruciare, scrivere è diventare cenere d’autore – un’incenerazione del corpo dei significanti, per dar calore agli altri.

Così fecero i nostri padri e le madri, gli antenati, i cari maestri e così fecero persino miliardi di aurore sul nostro Pianeta in bilico, splendide aurore, tutte distrutte.

Affinché rinasca la Fenice, occorre che un lettore attivo (non dico grande, ma non fiacco) soffi sulla brace delle parole e l’accensione si propaghi verso altri lettori che, a loro volta vi rispondano con la propria storia, il proprio linguaggio, la propria libertà.

Ma poiché molte sono le storie possibili, o anche impossibili, e linguaggio e libertà cambiano infinitamente, la risposta a uno scrittore e alle aurore che debbono ancora sorgere non può che essere infinita.

Io passo, ma la questione resta…E non è solo questione di sogni, di bisogni o di desiderio: chi ti spiegherà il mistero del Forno e della Fenice?

Chi non diventa cenere, mai risorgerà con la Fenice.

P.S.

Esporsi al vento delle tensioni fondamentali e del numinoso ( non oso scrivere la parola “Spirito”) , così come soffiare sulle ceneri del già detto per far riprendere il volo alle parole è un lavoro a un tempo delicato e rischioso. Occorre un punto di vista sufficientemente elevato, un’altezza che dipende dalla cenere di questo o quell’autore.

Insomma, scrivere della fenice è la scrittura meno gratuita che esista, la più pericolosa. Come giocare con il fuoco. Parafrasando Oscar Wilde : “Il grande vantaggio del giocare col fuoco è che non ci si scotta mai. Sono solo coloro che non sanno giocarci che si bruciano del tutto”.

Appunto. Le linee delle mie mani erano colme di fuoco, sono solo inchiostri che sbiadiscono col tempo…

Sembravano voler andare chissà dove, le parole, ed eccole invece ritornare come disertori.

Esperienza poetica, fuoco segreto del linguaggio e del suo eccesso, quasi mistico ? In ogni caso, Fenice o non Fenice, se una di voi parole o disertori dovesse opprimermi, dirmi che la Poesia è una via d’uscita, parlarmi di Archetipi junghiani e cercare di mettermi in un vero forno, fuor di metafora, io mi ribello. Va da sé.

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INEBRIATEVI !

INEBRIATEVI !

«Il sentimento può essere una meravigliosa scintilla iniziale, ma non è la totalità dell’amore. Amore è “estasi”, ma estasi non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio. L’amore non è mai “concluso” e completato; si trasforma nel corso della vita, matura e proprio per questo rimane fedele a sé stesso».
(B16 – Benedetto XVI).

 In effetti, le piccole idee dominanti sulla relazione con se stessi, con gli altri e con l’universo, sono perlopiù anti-estatiche e difensive:  appuntite foreste di difese nella cultura superiore e, talvolta, aggressive tagliole pronte a scattare nel vivo di un soggetto. In fondo, neanche tanto in fondo, uno delle possibili definizioni della crudeltà è proprio l’applicazione pratica, tecnologica, burocratica e necro-economica di tante “procedure” mutuate dalle piccole idee sulla relazione con se stessi, con gli altri e con l’universo. Le piccole idee sempre più spesso si trasformano, a lungo andare, in amarezza; e talvolta in umore massacrante. In una mescolanza  d’impotenza effettiva e di affermazioni trionfali, specialmente se nutrite di risentimento e ideologicamente confezionate ad uso delle moltitudini, l’umore massacrante può più facilmente trasformarsi in depressione generalizzata, dunque molto democratica, oppure in una furia che, compressa nell’individuo, si dispiega a rottadicollo anche sulla società. Donde i disastri che coinvolgono sobri e ubriachi. Infatti. Sobri o ubriaconi, si può fare una fine balorda comunque.

“La crudeltà è l’applicazione pratica di un’idea”: sentenziava, ad esempio,rocamente Artaud, che di disastri se ne intendeva. E, non a caso alle soglie della disperazione di massa dei tempi moderni, Baudelaire sostiene, in corrispondenza con la propria epoca e quelle a venire, che “bisogna sempre essere ubriachi”. Tutto  qui: come se fosse l’unico problema. Il problema, o piuttosto la spina del divenire, si direbbe; e cioè dell’essersi ritrovati, volenti o nolenti, creature come “tagliate” dal prima e dal dopo, consegnate da lontano al Tempo, come se il Tempo fosse un grande tutore più o meno benefico o una vera risposta.

Tempo e Spazio, sono forse una risposta? Baudelaire scrive che bisogna “sempre” ubriacarsi “per non sentire l’orribile fardello del Tempo che vi spezza la schiena e vi tiene a terra”. E che “dovete inebriarvi  senza tregua. Ma di che cosa? Di vino, di poesia o di virtù : come vi pare. Ma inebriatevi . E se talvolta, sui gradini di un palazzo, sull’erba verde di un fosso, nella tetra solitudine della vostra stanza, vi risvegliate perché l’ebbrezza è diminuita o scomparsa, chiedete al vento, alle stelle, agli uccelli, all’orologio, a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme, a tutto ciò che scorre, a tutto ciò che canta, a tutto ciò che parla, chiedete che ora è; e il vento, le onde, le stelle, gli uccelli, l’orologio, vi risponderanno: ‘E’ ora di inebriarsi !’. Per non essere gli schiavi martirizzati del Tempo, siate ebbri, inebriatevi sempre! Di vino, di poesia o di virtù , come vi pare“.

Anche il termine “amore”, oggi così banale, se non banalizzato, sembra rimandare a una ubriacatura di gioia, a una gioia estatica profondamente sepolta nel sistema nervoso, nell’anima e nello spirito; ma  tuttavia  temuta per paura di quella “gioia eccessiva”, di quella eccedenza quasi-mistica che forse è un tratto ineliminabile di ogni vita umana e comunque costituisce certamente uno dei segreti del linguaggio.

D’altra parte, è anche vero che non è possibile vivere sempre “fuori”. Non dico sempre fuori di testa o di melone, ma “sempre innamorati” ( come Platone diceva di Socrate). Che venga il tempo in cui ci si innamori! ( Rimbaud). Ma forse, chissà, neanche essere “sempre innamorati” di poesia o di virtù è una condizione augurabile. Eppure, vivere, solo vivere ed essere felici, non soffrire più, sembra ancora essere il sogno più bello e più crudele che ci sia.

Forse perché l’amore costituisce il più grande ed efficace anestetico finora conosciuto? Questione essenzialmente di fede, suppongo: fede nelle virtù del vino e di quell’impossibile che è il reale dell’amore. Aver fede nel pane, nel vino e nell’invisibile è un passo, al limite, impossibile. E’ sempre troppo tardi, perché l’orribile è già accaduto e occorrerebbe essere un sopravvissuto con una bella faccia tosta per citare Hegel a quelli che bussano davanti a tante porte chiuse, a quelli che muoiono nell’angoscia da vicino o, più spesso da lontano, a quelli che perdono per sempre le persone amate, i  quali sanno, senza che il loro sia un sapere, che la verità della quale sono certi, e sulla quale non trionferà alcun sistema, è che il tempo che li dispera è privazione e strazio, e non oltrepassamento dialettico.

D’altra parte, per aver fede nell’invisibile è sempre troppo presto, perché l’orribile non può essere così orribile come raccontano certi sopravvissuti, e che quindi – dal momento che, sia pure tremanti, malmessi e balbettanti, i testimoni dell’orrore sono ancora vivi – nessun Forno o Cosa ardente e come proveniente da chissà dove, è mai avvenuto. Invece che perdere tempo con quelle “enormità”, si pensa allora che, al massimo, così come al limite, ci si potrebbe accontentare di un po’ di conoscenza, qualche cinica speranza e magari anche di tanta tanta carità pelosa. Ma dove sono più quegli spettacolari esemplari di lebbrosi di Calcutta, dei quali le istituzioni e i dibattiti in tv hanno sempre più bisogno per far vedere agli utenti come si fa ad esercitare in pubblico e al più alto grado la famosa carità pelosa ?

L’amore è impossibile. E’ impossibile che dove rosseggia il Forno, l’amore faccia spirare un gentile venticello che lo spenga, magari sotto una rinfrescante e salvifica pioggia primaverile. E’ impossibile anche che dove il pensiero fabbrichi l’abisso e il gorgo che ci avvinghia, un amore esca finalmente dalle fosse, dalle tombe e dai tombini – e con un balzo scavalchi quell’abisso. Sarebbe troppo bello! E ancora: se invece di soffiarci tanti petali di fresche e vere rose sulla faccia, quel risorto, quella specie di vampiro, quel “ladro di energie” saltasse su tutto occhi e muffa? Meglio non rovistare tra la polvere di quello che una volta era chiamata Pasqua, correndo, oggi, il rischio di essere scambiato per un figlio di Ruini, il cardinale, e comunque fare la brutta figura di un ritardatario che, in tempi di Disneyland planetaria e transmoderna, si ostini a voler mostrare a tutti e fin nei blog e l’infosfera, la santa croce che, fin da bambino,i genitori e i cari padri salesiani, gesuiti o barnabiti gli hanno messo sulla gobba.

 

CRA CRA CRA. Chi gracchia? Ma perché non appena bevi un goccetto deve apparirti sempre, o quasi sempre, questo triste cimitero tra le nebbie ? Dunque l’amore non sarà mai altro, per te, che un orizzonte piovoso ? Ma a che servono allora i fiori e le parole – tutti quei fiori verdeggianti e le tante promesse che ancora risuonano nelle stupide e vere canzoni d’amore?… Dove siete, innamorati? Afflitti da inappetenza e crimine, oppure a pattinare, a coppie e tenendovi per la manina,  su lucide lastre di ghiaccio in tv, attenti come piccole volpi a ogni minimo schricchiolìo?  Chissà se anche voi, come certi poeti, seguite lo sguardo di Dio, chiedendovi “un attimino”, come dicono i ragazzi, perché e da quanto tempo, il Boss ha distolto lo sguardo da noi, che eravamo la Sua più grande promessa.

Non chiedete solo ai poeti e agli ubriaconi, ma “chiedete al vento, alle stelle, agli uccelli, all’orologio, a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme, a tutto ciò che scorre, a tutto ciò che canta, a tutto ciò che parla”, chiedete non tanto che ora è, e neanche chi o che cosa ha voluto che la vita imputridisse, insieme alla stessa idea di vita. Chiedete piuttosto a tutto ciò che fugge , canta o geme, chi avete veramente amato; e il vento, le onde, le stelle, gli uccelli, persino l’orologio vi risponderanno: ” E noi che ne sappiamo, sei tu il solo a saperlo”. Insomma, si muore soli. ( Checché ne dica quel compagno progressista & amareggiato, che per il suo suicidio, pardon, “per il suo scatto di volontà” ( i comunisti, non si suicidano, hanno solo scatti di maschia & dignitosa volontà) ha convocato tanti altri vecchi stronzi in una lussuosa clinica svizzera, dove tra pareti tappezzate di tanti poster di Che Guevara, i pugni chiusi e il canto “Oh Bella ciao” nessuno ha avuto il coraggio, davvero democratico, di procedere a una sana & democratica collettiva eutanasia).  Eppure, chissà perché, sono tante le creature che ci credono capaci di salvarle, e che da ogni parte ci sollecitano, pur essendo, anche noi poeti & letterati, avviati, come tutti, verso il solito naufragio e un brillante avvenire di scheletri. Tutti gli scheletri, compresi i nostri, prima o poi verranno abbandonati. Tutti siamo stati abbandonati alla terra, all’acqua, al fuoco e all’aria, anche se abbiamo voluto dimenticarlo. E, se poeti & letterati, cos’altro potremmo offrire a chi sta per affogare se non qualche pezzetto di carta assorbente? Ma che si asciughino, perlomeno! Allora perché tanta sollecitudine ? Forse perché, una volta ascoltato, sia pure fugacemente e nella solitudine assoluta, l’appello dell’invisibile dell’amore, a nessuno basta morire da lontano.

Né parole né carezze, fossero pure quelle di un papa, salveranno non dico l’occidente dal quale vi scrivo o l’oriente in pieno marasma, ma neanche questo pianeta in bilico in vertigini di stelle. Tuttavia non si sa tutto, non si sa mai. E’ quello che sempre più spesso sento mormorare non solo agli astronomi e agli astrologi diplomati, ma anche ai cosiddetti pazienti in ospedale.

Dopo essersi aggrappati alla radiografia, cadono in ginocchio, giù di botto, come quegli splendidi appestati che si vedono negli antichi quadri. Non so se gli antichi quadri ci salveranno dalla peste nichilista e post-moderna post-mortem e post-trans-tutto. In ogni caso, il loro mormorare “non-si-sa-mai”, aggrappandosi un po’ alla radiografia e un po’ alla cristalloterapia,  si comunica alla flebo, alle lenzuola troppo bianche e alla finestra. Da lì, il mormorio si comunica alle nuvole, al sole, alle stelle dietro il sole e a tutti i pianeti dell’universo o multiverso: “N-non v-oglio m-morire”. E dire che questi pazienti appartengono, nella maggior parte dei casi, alla mia generazione: quella che fra molta arroganza e sacchi a pelo diceva di voler rinunciare a Dio e ai dèmoni del Novecento, finendo poi con l’affliggere il mondo con una pletora di angeli new age, tutti rigorosamente molto spirituali, in pratica creature senza culo. Per non dire poi di quei pazienti che, tra una flebo e l’altra, chattano in rete chiedendo maggiori chiarimenti sulla famosa profezia Maya di cui ormai si mormora, a gran voce,  in tutti i pisciatoi della Galassia.  Non è meraviglioso?

Ma forse le tante stelle che questa notte brillano chiare, quasi frenetiche, lassù sul soffitto del covo dell’ubriacone, non sono stelle. Dunque si va. Si va tra culla e bara. E non è sul soffitto stellato, ma cadendo proprio fra le due forse inevitabili “pulsioni” che viene la parola. Viene da un tetto aperto, un uscio semichiuso, una finestra scomparsa al battito di un cuore, di innumerabili cuori che battono. A portare la parola, non ancora l’olio santo, è un gesto, lieve, di poesia – raro, come qualsiasi altro raro gesto d’intelligenza, d’amore, di compassione o di pietà. Le parole sono venute.  Tambureggiando, galoppando, e mentre alcune parole che sembravano promettere chissà cosa sono scomparse e poi ritornate vuote, cave e smemorate come disertori, altre parole, meno bagnate e più alate, più fedeli, sono rimaste qui a mormorare a bassa voce, quasi senza voce, nel timore che tutto possa perire, tutto rifiorire. Dove la voce cade, il mormorìo delle parole, forse una preghiera, non guarisce dal male, sebbene talvolta sembri salvare perlomeno dalla disperazione.

O delizioso liquore che, essendo impegnato a fare il surf su cavalloni immensi, non ho bevuto e forse non berrò mai. Sei tu, acqua chiara, a suscitare le estasi dei santi e, se bevuta a garganella, a provocare ebbrezze criminali agli sprovveduti ? Come le idee più chiare, brillanti su sfondo oscuro, anche le acque chiare nascondono chissà quale profondità abissale. Insomma, le parole non guariscono e non asciugano tutto quel sangue né tutte quelle lacrime dagli occhi che hanno pianto, non sempre. Ma vengono a dire, ridire l’inaudito.

Indicando la tomba vuota e suggerendo che non resta che imparare ad amare e a morire, come tutti, una parola dice che vita e morte hanno uguale durata. E che senza le nostre bizzarre irragionevolezze, tanto necessarie alla vita, avvizziremmo come pesciolini fuor d’acqua, ridotti a rigidi stecchi di sola ragione. Sembra una parola viva, guizza su come un piccolo pesce e subito s’inabissa in non so quale profondità suprema. Non so se diffidare di certi strani pesci, ma nel dormiveglia pareva che sul dorso del cosino guizzante brillasse la scritta  (Iota Chi Theta Upsilon Sigma), aureolata da uno splendore che, simile a quello di una perla, sembra appartenere e non appartenere al mondo.

Ichthus  ?  Un momento. Se  fosse possibile dire una parola all’invisibile o a quello che in narrativa per tranquillità chiamiamo l’inconscio, gli chiederei  come mai doveva venire proprio a te questa specie di ictus celebrante.  Forse le profondità marine non sanno che lo scrivente è solo un povero mozzo di bordo, questa notte in servizio presso l’Olandese Volante.  Non so se ti basterà fingerti il mozzo di bordo, per evitare la radiografia. In ogni caso, per quanto impossibile possa apparire, è proprio  all’impossibile che l’uomo, il parlante, è tenuto. A fratello Charles Baudelaire non venne forse l’afasia, proprio dopo il passaggio dell’ala sottile dell’Angelo, da lui scambiata per “l’ala dell’imbecillità che passa”. Eppure la Gloria, a un tempo luce e destino, resta nel sale e la rilegatura o impaginatura delle tue ossa, per sempre. Laggiù, al cimitero del Père Lachaise e tanto traffico di automobili clacsonanti, disperanti.

Ancora una parola. Chi coltiva l’embrione dell’angelo, e poi crede di poter pisciare il “corpo di gloria”, a ondate, fuori di sé, si spegne come una candela. Chi nasconde il proprio pesce naviga senza  mare, come quei falsi marinai & falsi pescatori di perle che non si sono mai veramente imbarcati.  Chi nasconde la propria imbecillità non è un vero poeta e chi occulta il proprio folle amore muore senza voce. Il furbacchione credeva di poter ardere senza bruciare. Occorre bruciare per dar calore agli altri. E sebbene si possano anche chiedere dei sacrifici, occorre dire che ogni azione è rischio. E che se non diventi cenere, mai risorgerai con la Fenice. Gesù! Qui , su questa splendida galera volante, siamo, al momento, vivi per una “e”: un quasi nulla  che  in un soffio e fino alla perorazione del soffio infinitamente riprende, tra i due, tutto quello che è perso. Fuori da questa fossa, dunque. E, da bravi pirati della Filibusta, nei momenti festa –  se non siete al timone o di guardia agli scogli del mar dei Sargassi o agli iceberg dell’isola italiana dei Gigli – ubriacatevi!  “A proposito, pesciolini, qui c’è speranza di bere qualcosa?”

 

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Lascia la spina

LASCIA LA SPINA, COGLI LA ROSA

Hendel, Trionfo del tempo e del disinganno

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Non è colpa del cetriolo

 LEGUMI

NON E’ COLPA DEL CETRIOLO

Durante la sessione plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo, Francisco Sosa Wagner, membro del partito spagnolo Spanish Union Progresso y Democracia (UPyD) , rivendica l’onore perduto dell’innocente “pepino”, il famoso cetriolo dell’Andalusia,  ritenuto a torto responsabile della  recente epidemia di E. coli  diffusasi in Germania e ingiustamente calunniato. 

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Il giorno di Pisapippi

 SATIRA

IL GIORNO DI PISAPIPPI



Quando l’attore e comico Bisio lo sottopone a una raffica di domande, lui si presta.  San Francesco o Che Guevara? “Una sintesi di tutti e due, sarebbe il mio sogno”.
‘Estremamente tollerante’, come lo definisce, in una intervista a Vanity Fair, la moglie Cinzia Sasso, il neosindaco di Milano non fa dunque differenza tra un santo e un guerrigliero, cmq « due grandi uomini». Non a caso, l’avvocato ( altri sessantottini sono diventati notai)  dice di amare in modo equanime Pertini, il Dalai Lama e Paperoga. 

 La garbata e affettuosa ‘sintesi’ operata passando accanto alle differenze, ricorda altri onirici tentativi d’innesto ricorrenti nella sinistra, come quando per esempio si cercò d’innestare Lacan-con-Gramsci, Mao-con-i-Beatles, Maharishi-con-san Berlinguer ecc. 

L’innesto San Francesco-con-Che Guevara ( “un Che Guevara con la cravatta”, come precisa Roberto Vecchioni in una intervista pubblicata su Leggo) sembra un innesto alla Frankenstein. Chi potrebbe innamorarsi – a parte l’arcivescovo progressista Tettamanzi  – di un ibrido, una Chimera,  un mostro del genere? Chissà perché la sinistra finisce sempre con l’innamorarsi dell’uomo sbagliato.

Altro che “una sintesi di San Francesco e Che Guevara”! Avendo il “coraggio di essere se stesso”, il “liberatore” di Milano  appare  più come un innesto eccezionale tra il Giuliano sognante della Milano bene di Maria Giulia Crespi ( ex editrice del Corriere, conosciuta come ‘Old Cresponia’ o la ‘Zarina rossa’ ) e la proletaria Pippi Långstrump, la bambina protagonista del romanzo Pippi Calzelunghe nata dalla fantasia della scrittrice svedese Astrid Lindgren.

Anche Pisapippi  è un personaggio anticonformista che incarna il sogno di libertà di ogni buon bambino nomade, con la sua forza inclusiva e gentile, la “grande moschea” dei  fratelli musulmani stretti in un sognante abbraccio,  tante carte a sorpresa in merito agli assessorati color rosa bonbon e mille avventure mirabolanti da condividere con gli amici della Casa della Carità, i giovani in aggressiva e fragile  effervescenza dei ‘centri sociali’ ( i quali,  secondo le ultime notizie , neanche ha il tempo di indossare la fascia tricolore,  gli avrebbero dato i primi grattacapo) e i compagni cittadini in visita al Palazzo Marini,  il Comune trasformato in festante Casa del Popolo, con tavoloni in stile festa dell’unità emiliana dove poter gustare kebab e zichinì, attingendo con le dita a un grande piatto comune posto al centro di ogni tavolo. Tra sinistri bagliori, la colonna sonora di Palazzo Marini è offerta dalla musica della meravigliosa “primavera araba”,  in  un effluvio odorosissimo e multietnico di thè alla menta e  di peperoni farciti.

Ma Pisapippi ( Pisapippa, secondo l’invettiva del Grillo ; “l’espugnatore” di Milano, secondo Nichi  che parla di “fine del tempo del dolore” ) è anche  un apologo sulla diversità accogliente che  sconcerta e spaventa i gli adulti con la testa cotonata, vecchi esangui  barricati nel loro mondo di regole, ciechi alle meravigliose “autocostruzioni rom” e sordi alla protesta degli immigrati al grido di ‘Liberta, liberta…’. Allo stesso tempo la vittoria di Pisapippi premia il popolo arancione che – sotto il sole che ride – l’ accoglie con spontaneità rivelandosi l’alba del domani, il “risveglio del Paese”, fonte ineguagliabile di cambiamento tra icone svuotate di contenuto, riti e detriti di sogni utopistici & rifondativi,  e profondità di sentimenti .

Sentimenti  espressi dalle note di belle  canzoni come “La casa delle farfalle”, “sogna ragazzo, sogna” e la commovente “Celia De La Cerna”, che dando voce, in falsetto, alla mamma dell’eroe ( ” fa male al cuore / avere un figlio straordinario! “), il Vecchioni che avanza ha voluto dedicare all’ “uomo dei sogni”.

Tra le vivacissime note di “Bandolero stanco” e le splendide macerie di una sinistra che vira dal rosso al violaceo  all’arancione,  a piazza del Duomo spunta anche l’arcobaleno equo & solidale. “Siamo a un passo dal sogno”, titola la Repubblica. Hasta la victoria siempre e vaiiiiiiiiiii Pisapippi!

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Pisapoppins

 SATIRA
 
« A UN PASSO DAL SOGNO »
 
 
« ‘Il vento cambia davvero’. Lo slogan di Giuliano Pisapia si è trasformato in realtà.
La burrasca che ha colpito Milano ha sollevato le gonne delle signore in Galleria Vittorio Emanuele, ha sparpagliato nel cielo i volantini del candidato, ha ribaltato gli ombrelli del popolo arancione raccolto in piazza Duomo per il concerto di chiusura della campagna elettorale di Giuliano Pisapia.
‘Si sta alzando un vento nuovo. Milano può dare un segno importante di risveglio del Paese. Il vento di Milano va portato in tutta Italia’. Pioggia ed entusiasmo. Spunta anche l'arcobaleno» ( Corriere della Sera, 28-05-2011).
 

ho sentito passare su Milano  il vento dell’ala dell’imbecillità.
 ( Parafrasi dai Journaux intimes di Charles Baudelaire)
 
Illustrazione : Pisapoppins, secondo Tomas
 
 

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VERSO LA RISURREZIONE

VERSO LA RISURREZIONE

Dopo la grande onda dello Tsunami, mentre l'orizzonte del pianeta in bilico si oscura nella preparazione di nuove guerre, la festa dei ciliegi in fiore in Giappone ci ricorda di come la vita sia effimera e preziosa, da condividere passando il tempo in compagnia delle persone che si amano, mangiando e bevendo té o saké. Contemplare così la bellezza della fioritura dell'albero di ciliegio è un anticipo di Risurrezione.

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TSUNAMI

  L'URLO DELLA NATURA


Hokusai (葛飾北斎; Edo, 1760 – 10 maggio 1849)

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Cammini

Interruzione momentanea per vacanza, vacuità, viaggio verso il reale della natura


Alle sorgenti di El Awina ( Marocco)


Argania

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