Hallucigenia

Gianni De Martino, “Ultimi nazisti a Marrakech” in: Hallucigenia: Antologia di fantasy surrealista e psichedelico, Editore Independently published (29 giugno 2024)

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Odori

È nuovamente disponibile in libreria Odori, AnimaMundi Edizioni, 2023

Si nascondono con deodoranti e profumi, ma ritornano sempre.

Gli odori ci prendono sempre per il NASO

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Si nascondono con deodoranti e profumi, ma ritornano sempre.
Gli odori ci prendono sempre per il NASO

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Dalla Prefazione
di Francesca Faruolo

Se siete tra quelli che, come me, si sono scoperti sensibili alla cangiante vitalità degli odori e al loro fascino babelico, allora non potrete che assaporare con pieno godimento le densissime pagine scritte da Gianni De Martino. Nel suo libro, troverete molecole per le vostre narici e una infinità di traiettorie aromatiche, tante quante costituiscono il dominio sconfinato dell’olfattivo. Perché, in Odori, l’autore si dedica con grande passione a mappare, tra i primi, la vasta morfologia di un territorio culturale ancora poco battuto, ravvisando connessioni tra galassie lontane che lo portano a scivolare con destrezza dalla scienza, all’antropologia, dalla sociologia alla sessualità. Una ricerca, la sua, che mette al centro del discorso non solo l’annusabile, ma anche e soprattutto il corporeo.

La rivalutazione dell’olfatto inizia negli anni Ottanta del Novecento come inevitabile riflesso di quella liberazione dei corpi che è stata il cavallo di battaglia dei movimenti giovanili degli anni Sessanta, vissuti peraltro in prima persona dal nostro autore. Poco a poco, uno sguardo più attento alla corporeità emerge da quel filone di studi storici che in quegli stessi anni inizia a soffermarsi sui dati minuti della vita quotidiana delle persone e sulla loro esistenza fisica, sensoriale e carnale.

Penso in particolare alle ricerche di Piero Camporesi a cui si deve la riscoperta dell’opera di Pellegrino Artusi e di tutta una tradizione culinaria fino ad allora trascurata. E, soprattutto, ai suoi vividi affreschi sulla vita popolare dell’epoca pre-industriale ricostruiti attraverso le manifestazioni umorali, secrezionali, sanguigne e quindi olfattive del vissuto collettivo. Non è un caso che sia proprio Camporesi, nel 1983, ad accompagnare con la sua ampia prefazione la prima edizione italiana dell’opera di Alain Corbin, Storia Sociale degli Odori (Le miasme et la junquille). Il celebre saggio dello studioso francese rappresenta il primo deciso tentativo di fare storia partendo dalla relazione che una certa civiltà ha intrattenuto con gli odori. Corbin ci offre ricostruzioni di grande impatto mettendoci sotto il naso gli scabrosi dettagli sensoriali relativi alle condizioni sociali e sanitarie che caratterizzavano le città francesi prima che l’hygiène divenisse una questione di Stato. Tutte suggestioni destinate a confluire nel romanzo Profumo (1985), in particolare, nella descrizione dei miasmi tipici del paesaggio olfattivo della Parigi del Settecento che tanto ha impressionato i lettori di Suskind. Grazie al successo di questo best-seller, si risveglia anche in Italia un’attenzione generale verso certe tematiche. Curiosamente, nello stesso anno in cui da noi viene stampata la prima edizione del romanzo di Suskind, Longanesi pubblica Profumo di Jitterburg in cui Tom Robbins sceglie l’olfatto come bussola per una delle sue strampalatissime avventure.

Malgrado queste gemme rare, nei tardi anni Novanta, quando Gianni De Martino scriveva il suo libro, quella degli odori era un tipo di percezione su cui non ci si soffermava troppo a lungo, né troppo volentieri. Oltre ai testi già citati, va ricordata l’opera dello storico del mondo greco antico Marcel Detienne. Inevitabile poi, per il topo di biblioteca alla ricerca di ghiottonerie odorose, incappare nella Storia naturale dei sensi (1992) in cui Diane Ackerman, poetessa, saggista e autrice di libri per ragazzi, coniava la definizione dell’olfatto come «il senso muto, l’unico senza parole». Questa dura sentenza è piaciuta tanto ai lettori da essere ripetuta ancora oggi senza tregua e senza verificare se sia ancora fondata alla luce delle attuali conoscenze scientifiche e alla luce del fatto che, in testi come Odori, le parole sono state trovate eccome.

La costruzione di un discorso e di un immaginario intorno all’olfattuale è stata, all’epoca della prima stesura di questo libro, un’impresa senz’altro originale e attraversata da emozionanti vene di ardimento. E, perché no, anche di sfida. L’olfattivo è il grande rimosso della nostra società e il solo nominare questo senso provoca ancora oggi reazioni contrastanti: fastidio, sufficienza, ilarità, sospetto. Sensazioni che ho riscontrato personalmente nelle persone quando, nel 2010, ho dato vita a una rassegna intitolata Smell – Festival dell’Olfatto che per dieci anni ininterrotti si è svolta nei musei e nella città di Bologna. Nella fase di documentazione e approfondimento che ha preceduto e accompagnato la realizzazione di questa impresa, il libro Odori di De Martino è stato un caposaldo a cui aggrapparmi e provare che la mia idea non era del tutto peregrina. Grazie a questo precedente, non solo si poteva considerare l’olfattuale un degnissimo campo d’azione su cui intessere discorsi, sperimentazioni, percorsi di formazione e occasioni di socialità, ma anche una strada per portare alla luce il carattere corporeo del sapere, e la nozione di conoscenza come processo incarnato.

Il fatto che una parola come odore (o smell in inglese) sia percepita in chiave per lo più negativa, è già una chiara evidenza della nostra tendenza – culturalmente indotta – a prendere le distanze da questa materia, fortemente intrisa di istanze corporee. Non era raro, fino a poco tempo fa, sentire persone che si compiacevano di non percepire gli odori quasi beneficiassero di un privilegio riservato a pochi eletti (per lo più intellettuali). Considerazioni sulle ragioni storiche e culturali, nonché sulle implicazioni psichiche, cognitive e persino politiche della dissociazione tra mentale e corporeo, sono tutte nel libro che avete tra le mani. Moltissimi sono i temi trattati in modo poliedrico da Gianni De Martino, perciò nella mia prefazione era superfluo aggiungere ulteriori argomenti. Mi premeva piuttosto inquadrare quest’opera in un certo panorama culturale riconoscendone il ruolo pionieristico e il prezioso contributo offerto alla liberazione dell’olfatto da un antico e persistente pregiudizio.

Questo libro apripista, per il fatto di essere stato concepito in anticipo sui tempi, dissezionando con acume ogni aspetto della questione – anche a rischio di destabilizzare un po’ il lettore – risulta oggi attualissimo. Con un titolo che si spalanca sulla sensuale e stupefatta rotondità della lettera O, ci ispira a usare in modo più consapevole l’olfatto e a dissodare un terreno sensoriale su cui far germinare nuovi sentori di conoscenza.

Grazie a Francesca Faruolo

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LA CITTÀ DEI JINN

Nuovo! La città dei Jinn, postfazione di Andrea Zandomeneghi, copertina di Nicola D’Ammora, La nuova carne edizioni, 2023

copertina definitiva

Il libro sarà disponibile dal 1 aprile 2023 👉 https://www.lanuovacarne.it/negozio/la-citta-dei-jinn/ e   👉  https://www.amazon.it/citt%C3%A0-dei-Jinn-Gianni-Martino/dp/8894739805

“De Martino non è soltanto l’archivio vivente della controcultura italiana, ma anche un grande romanziere, e la fatale sensualità della città dei jinn è qui a dimostrarlo.”– Vanni Santoni –

“Giorni strani e magici in un viaggio circolare, ‘ai limiti della percezione’.”
– Lucia Guidorizzi, Carte Sensibili –

“Si tratta di un romanzo sperimentale? Non c’è risposta a questa domanda, perché l’autore è un giocoliere della lingua, della parola.”– Corrado Augias, Panorama –

“La scrittura di Gianni De Martino è psichedelica, surreale, elegante, colta, capace di aprirsi a tutti quei mondi infiniti che non riusciamo a vedere con la ragione.” – Nicola Vacca, https://zonadidisagio.wordpress.com/–

VIAGGIO MERAVIGLIOSI

Passato e presente, realtà e fantasia, razionalità e irrazionalità, artificio e natura, lingua alta e parlata popolare. Tutte categorie che saltano nella lettura dell’ultima fatica letteraria di Gianni de Martino appena pubblicata da La nuova carne, casa editrice concentrata sulla pubblicazione di narrativa insolita, testi di controcultura e sottoculture, fantascienza radicale, generi perturbanti, saggi di musica underground e fumetti utopistici.  La città dei Jinn è un romanzo d’amore ambientato in nord Africa negli anni sessanta che racconta l’ambiente caleidoscopico e psichedelico degli espatriati beat in un Marocco dai tratti fiabeschi. La passione amorosa scoppia tra un giovane italiano, fuggito prima che le bombe di piazza Fontana squassino l’Italia, e un giovane marocchino dal fascino irresistibile. “La città dei Jinn” è un romanzo avvincente e inquieto, poetico e irriverente. Una narrazione punteggiata di osservazioni di carattere etnografico e antropologico, ricca di citazioni e riflessioni che solo una mente aperta e onnivora come quella di Gianni de Martino, che di penna colpisce e ferisce da mezzo secolo, poteva partorire. – Consigli di lettura di Pablito El Drito | usthemyour |
Giugno, 2023.

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da Re nudo 06/2023

RE NUDO JINN x sito

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ALTRE RECENSIONI

Vanni Santoni, da Linus, luglio 2023

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santoni linus 1

santoni linus 2

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LUCIA GUIDORIZZI, AMICANDO SEMPER n. 56 – Settembre 2023.

Ironica e sferzante, la scrittura di Gianni De Martino si sposta dal Nord Africa all’Europa, sondando tutte le dimensioni e le condizioni dell’essere, scendendo nelle buie cantine della psiche da cui ritorna con una vecchia scatola di cartone che aprendosi, come una lampada d’Aladino, fa affiorare mondi ed esperienze inobliate. Mai come nel nostro tempo, ossessionato dalla paura del contagio con l’Altro e l’Altrove, questo romanzo diviene un viatico necessario per avventurarsi nello sfolgorante territorio dell’Oltre.- LUCIA GUIDORIZZI, AMICANDO SEMPER n. 56 – Settembre 2023.

amicando semper settembre 2023amicando settembre 2023la scrittura di Gianni De Martino si sposta dal Nord Africa all’Europa, sondando tutte le dimensioni e le condizioni dell’essere, scendendo nelle buie cantine della psiche da cui ritorna con una vecchia scatola di cartone che aprendosi, come una lampada d’Aladino, fa affiorare mondi ed esperienze inobliate. Mai come nel nostro tempo, ossessionato dalla paura del contagio con l’Altro e l’Altrove, questo romanzo diviene un viatico necessario per avventurarsi nello sfolgorante territorio dell’Oltre.


Da Malgrado le Mosche, Andrea Zandomeneghi

La città dei Jinn

Campeggia sul retro della esuberante e sovraccarica – in pieno stile La nuova carne edizioni – copertina del volume in parola un’affermazione impegnativa, tanto per il suo contenuto perentorio, quanto per la paternità della stessa: «Gianni De Martino è l’archivio vivente della controcultura italiana» – è Vanni Santoni l’autore del blurb in questione e al contempo lo scrittore italiano che più di ogni altro s’è immerso nello studio diretto e nelle mappature esperienziali delle subculture misconosciute e ignorate che scorrono ai margini del fangoso discorso intellettuale maggioritario generalistico, editorialistico, merceologicistico e accademicistico. Santoni, che di queste immersioni ha fatto letteratura (il rave, il gioco di ruolo, l’arte di strada, la psichedelia), ci dice in pratica: «attenzione, siete al cospetto di chi alle scaturigini e agli sviluppi del discorso controculturale (il viaggio infinito alla scoperta di sé in Nord Africa e in India, le mistiche non occidentali, il libertinismo bi e omosensuale, l’LSD, la comune hippy, la sensibilità e le rivendicazioni del movimento Beat, l’etnografia) della seconda metà del novecento italiano ha preso parte come testimone oculare, come protagonista, come ermeneuta e come esponente letterario di spicco.» Prendiamo ad esempio l’esperienza odierna nostra delle riviste di cui nella bolla della lit-web si dibatte molto e confrontiamola con quella di De Martino (classe 1947): fondatore e caporedattore di Mondo Beat, direttore di Mandala. Quaderni d’oriente e d’occidente, collaboratore di Pianeta fresco, Alfabeta, L’erba voglio, Il piccolo Hans, Panta, Altrove, Paramita, Babilonia, Lotta Continua. Nello scarto tra la nostra esperienza di rivista e la sua s’apre un baratro incolmabile perché i due elementi del confronto sono incommensurabili. Valgano queste poche notizie sul nostro – a cui voglio solo aggiungere la pubblicazione del primo romanzo di etnografia e linguistica erotica marocchina nella collana Mouse ti mouse curata da Pier Vittorio Tondelli per Mondadori: Hotel Oasis – a mo’ di sghemba introduzione. [… ]

Libro irregolare e anomalo questo di De Martino, libro delicatissimo e sfranato nella ricerca di senso pur nell’armonia della costruzione, scritto con una prosa colta e brillante, mai artefatta però, una prosa cristallina che fluisce fresca e incontaminata – pur nella sorprendente stratificazione – anche quando prova (riuscendoci) a districarsi e orientarsi nei labirinti etimologici islamici (preziosissimi) e nelle eteree concezioni artistiche o mistiche intuite e sviluppate dall’autore e restituite sulla pagina. Una prosa eccellente e rara, per eleganza ed efficacia, una prosa levigata dai decenni di matrimonio con la scrittura. Una prosa che nella letteratura italiana contemporanea ben pubblicata non si trova manco a cercarla col lumicino perché dotata di quella immane sensibilità testuale che propizia una lettura attiva e creativa, una lettura che raffina l’intelletto e nobilita la mente, una lettura trasformativa – che poi è l’unica lettura che conta davvero – da cui emergi cambiato rispetto a quando ti ci immergessi. Per dirla con Giovenale: rara avis in terris, nigroque simillima cycno. – Andrea Zandomeneghi, da: Malgrado le Mosche, 14/04/2023

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“I personaggi sono pressoché gli stessi del racconto Addio a Mogador, a sua volta seguito ideale di Hotel Oasis, pubblicato alla fine degli anni Ottanta. La narrazione è in flashback ed è intervallata da capitoli ambientati nel 2020, durante la pandemia di COVID-19. Da una parte la “summer of love” nordafricana del tramonto degli anni Sessanta, con i giovani freak che si perdevano nella bellezza eterea e brutale del deserto marocchino, nelle visioni indotte dalle droghe allucinogene e nell’esplorazione di una nuova identità sessuale, con le leggende su personaggi più o meno famosi come Jimi Hendrix, Julian Beck o il Dottor Dick e con lo spirito di William S. Burroughs e André Gide che aleggiava sui torridi amplessi tra turisti e giovani nordafricani. Dall’altra la straniante esperienza del lockdown, l’isolamento che costringe a bilanci di vita come minimo malinconici. Il contrasto tra queste atmosfere (e le rispettive stagioni della vita dell’autore) è per certi versi struggente, in ogni caso impietoso. E non aiuta la prima parte del romanzo a decollare. Meglio, molto meglio la seconda parte, in cui si raccontano ‘giorni strani e magici, in un viaggio circolare (dour) tra i campi, le montagne, il deserto e il mare’. Qui il salernitano Gianni De Martino, tra i fondatori della rivista-culto Mondo Beat e figura di spicco della controcultura nostrana, spicca veramente il volo come narratore e il romanzo si arricchisce di fascinosi temi antropologici ed esoterici, mentre i capitoli ambientati nel 2022 che chiudono il libro si colorano di rimpianto, amarezza e dramma.” David Frati, da: Mangialibri.com

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Se un jinn ti passa la mano sul viso non vedrai altro che nuvole

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Laafu a mulana, liberaci o Signore.
Voglio vedere i djenoun.
Perché, a differenza di tutti,
io la notte non dormo?
Tutti sembrano tranquilli, non io.
Laafu a mulana, liberaci o Signore.

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VIAGGI E PROFUMI

 È nuovamente disponibile

Viaggi e profumi. Alla scoperta degli aromi del mondo naturale nei paesi delle essenze, AnimaMundi edizioni, in libreria il 12 Agosto 2022.

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“Tutti i grandi nasi viaggiano per il mondo alla ricerca di nuove idee, d’impressioni e d’immagine olfattive. Viaggiano anche per trovare le migliori basi naturali, gli ingredienti di ottima qualità per creare ‘le jus’. Questo legame così intenso viene approfondito nel libro “Viaggi e profumi” di Gianni De Martino e Luigi Cristiano , un libro che ripercorre la mappa geografica: dalla desertica vallata del Dadès all’umida foresta messicana; dai cieli azzurri della macchia mediterranea alle strade notturne di Istanbul; dalla V Avenue, cuore pulsante di New York, alle Medine delle citta arabe. Così apprendiamo che Jean Paul Guerlain compra solo il bergamotto in Calabria, il sandalo e la tuberosa in India. Serge Lutens, invece, è fortemente legato al Marocco, vive a Marrakech da oltre 30 anni, e nei suoi profumi fa sempre risaltare le materie secche, i legni come il sandalo, il cedro, l’oud, ‘la nobiltà della profumeria’ come la chiama lui. Edmond Roudnitska, uno dei più grandi profumieri, a lui si deve la creazione di Eau Sauvage che ha segnato una svolta nella profumeria maschile orientata verso le Eaux Fraîches, era molto legato a Grasse, la città dei fiori per eccellenza”. (Monica Melotti, VOGUE)

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il mattino x fb

Il profumo, scrivono Cristiano e De Martino, «segnala quello che vogliamo essere, e collocandosi alla confluenza della biologia, della storia, della geografia e persino della linguistica, rivela le nostre attrazioni culturali». L’odore «di muschio o di zibetto è più valorizzato nei Paesi arabo-islamici», ricordano, «che nei Paesi occidentali e in Asia. L’odore fruttato di banana è più fortemente apprezzato nell’America del Sud e nei Caraibi, meno in Europa e negli usa. Gli spagnoli sono abituati fin dall’infanzia all’acqua di Colonia, mentre gli inglesi preferiscono gli aromi poudrées e utilizzano di preferenza prodotti per il bagno e il talco. Per i francesi, a cui piacciono le note lievemente fecali del formaggio marcio o dei vini con retrogusto nobilmente putrido come il dolce Sauternes, la lavanda è il colmo della raffinatezza». Nell’antica Campania, poi, le «rose ricorrono, insieme ai gigli, ai papaveri e alle viole, in numerosi affreschi pompeiani del tipo detto “pittura di giardino”. Le si vede, per esempio, sbocciare nelle pitture della Casa del Bracciale d’Oro e, in forma di ghirlanda, in una pittura della Casa del Frutteto, dove in uno dei due cubicoli (stanze da letto) vi è un affresco, molto ben conservato, raffigurante tra l’altro anche un giardino con oleandri, lauri, mirti, palme e qualche albero da frutto come limoni, corbezzoli, ciliegi». Un libro curioso e affascinante, questo di Cristiano e De Martino, all’insegna della sinestesia, dove i profumi s’associano ai colori, ai suoni evocati, al tatto, alla memoria. Si prenda il muschio. Naturalmente, affermano i due autori, «la sensazione evocata dal muschio vegetale è soggettiva, dipende molto dalla memoria e dalle prime associazioni, generalmente emotive, legate alla percezione di quell’odore. A noi, per esempio, il muschio ricorda molto l’infanzia trascorsa a Torre Annunziata, ai piedi di un vulcano, il Vesuvio, sulla cui lava crescono licheni odorosi di terra e l’elicrisio dorato come il sole. Al muschio, nel nostro ricordo, si mescolano gli odori di vento, di mare e di salmastro del porto di Torre Annunziata. Come tutte le tracce lasciate dall’uomo, le profumazioni al muschio e alle felci sono costituite da un sottofondo tenace e selvatico, da un brusio innumerevole di echi, di profumi e di voci contraddittorie. Come lo è lo spirare del vento in un bosco all’alba, quando il sole è da poco spuntato all’orizzonte e non si guarda, ma si respira». Insomma: «Non si possono chiudere le narici come si chiudono gli occhi», dicono Cristiano e De Martino. E «nominare è già partire verso palme sbilenche in lontananza, i datteri, il tè alla menta… l’odore di legno di Thuja, di sardine arrostite e di ozono del mare di Essaouira: l’oceano Atlantico che in berbero si chiama Taghart, ed è color dell’acciaio, un mare alto, già africano». (Massimo Novelli, Il Mattino).

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Visioni di luce

 

Primo esperimento nella creazione di NFT psichedelici.
Acquistabili per un 1 Tezos (circa 4 euro) a questo indirizzo: https://objkt.com/explore/tokens/1?tags=visionsoflight (bisogna avere un wallet Tezos per collezionarli).

Esempio

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Una volta vivevo a Milano

“Una volta abitavo a Milano” di Gianni De Martino,in: AA.VV., Esecranda La VI, nuova antologia horror weird derivante dal concorso Esecranda indetto ed edito dal sito Esescifi, 5 gen 2022.

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L’edizione è corredata da 20 illustrazioni curate da Lellinux già autore della cover

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voglio vedere repubblica 2

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Gianni De Martino in un ritratto di Gianni Berengo Gardin

(da “Village” n. 4-5, Luglio 1996)

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RICORDANDO PIER VITTORIO TONDELLI

RICORDANDO PIER VITTORIO TONDELLI

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A trent’anni dalla morte di Pier Vittorio Tondelli ( il 16 dicembre del 1991 ), oltre alla proiezione alla Festa del Cinema di Roma dell’anteprima di “Ciao, libertini! Gli anni Ottanta secondo Pier Vittorio Tondelli”, docufilm di Stefano Pistolini, prodotto da Sky Arte, a rendere omaggio a un personaggio che è stato voce narrante della storia dei nostri anni elettrici, arriva sugli scaffali Viaggiatore solitario.

Molto ben curato e documentato da Fulvio Panzeri per Bompiani, il libro raccoglie per la prima volta le più importanti interviste rilasciate dallo scrittore emiliano nel decennio tra il 1980 e il 1990. Sono più di ottanta interviste che, pagina dopo pagina, ci mettono davanti a molte “solite domande” e tante risposte, definite da Valentina Desalvo del Venerdì di Repubblica, “educatamente eversive”.

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Vi ritrovo anche due mie interviste fresche come pisellini appena scongelati: “Fuori dai coglioni di tutti”, la traduzione di una intervista realizzata per il mensile francese Gai Hebdo Pied ( 280-281, 1 agosto 1987 ) in occasione dell’uscita del romanzo “Altri libertini” in Francia, e “Solitudine allo specchio” (il Mattino, 26 maggio 1989).

Impossibile non ricordare che con quella conversazione del 1987, avvenuta nella sua casa di Milano, in via delle Abbadesse, dove si era appena trasferito da Bologna, iniziava un’amicizia e una collaborazione con Pier, che mi avrebbe portato a chiamarlo scherzosamente O’ Munacone ( perché era molto alto, e mi sembrava entrato in letteratura come si entra in convento, per intima vocazione e attesa della Grazia), a dirgli inoltre che lo consideravo un emulo di Francesco Petrarca, nella linea petrarchesca della Letteratura Italiana e – dopo numerose conversazioni, serate in discoteca e un paio di viaggi in comune e tanti elogi detti familiarmente leccate o violinate – a pubblicare finalmente l’anno dopo, nel 1988, nella collana Mouse to Mouse, diretta da Tondelli per l’editore Mondadori, il romanzo Hotel Oasis.

 

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CRITICHE HOTEL OASIS

 

quarta hotel oasis

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“Una forse non del tutto casuale somiglianza tra Hotel Oasis e L’immoralista di André Gide mi ha fatto rileggere quest’ultimo libro. Le somiglianze sono forse solo apparenti ma sono molte. Peter, il protagonista di De Martino, va in Marocco con la moglie Matilde, come l’eroe di Gide va in Tunisia con la moglie Marceline. Il protagonista di Gide è un intellettuale; Peter un pittore.
Nell’immoralista, l’esperienza omosessuale viene giustificata con l’ideologia nicciana; in Hotel Oasis con l’etnologia. Alla fine la moglie di De Martino se ne va; quella di Gide, muore. Ma le due mogli hanno in comune, di contro alla “diversità” dei mariti, il richiamo alla normalità, quella libertina in Matilda, quella religiosa in Marceline.
I due libri vanno accostati anche perché, consapevoli della difficoltà dell’argomento, nonché della propria interna resistenza, ambedue gli scrittori si sono studiati di frenare i sentimenti con una “bella” scrittura quella di De Martino, secondo le stesse giuste parole di Pier Vittorio Tondelli, “ora sognante, ora crudamente realistica e ora da pamphlet etnografico”; quella di Gide, elegante, levigata, di piglio classico, accademico.
La diversità degli stili si accompagna con una diversità di visione: franca e in qualche modo ingenua nella sua provocazione dissacratoria in De Martino; insincera fino ad una ipocrisia sorniona in Gide. Sono due atteggiamenti opposti che testimoniano ancora una volta la difficoltà oggettiva dell’argomento. [… ]
Diciamo subito che l’impressione più negativa la fa Gide. L’ipocrisia di specie protestante e borghese rende oggi L’immoralista penosamente datato. Viene fatto di esclamare quasi ad ogni pagina: “Quante storie per un soggiorno in Tunisia e un ragazzo arabo!”. Addirittura la morte della moglie dell’immoralista, minata, si direbbe, nella salute dalla sua fedeltà ai cosiddetti “principi”! [… ]
Ma il fatto che Hotel Oasis ci abbia indotti a rileggere il vecchio libro di Gide, è un punto a favore di De Martino, ne conferma la qualità di romanzo-saggio, che affronta con buon esito narrativo e diretta efficacia espressiva un argomento troppo spesso trattato con improprio lirismo e superflua spavalderia”. [Alberto Moravia, Diario Europeo, Bompiani, 2003, pp. 205-207 ]

 

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“Quello che mi ha colpito nel tuo testo è che il percorso dentro la scrittura diventino scrittura: una scrittura brulicante di idee il cui sviluppo prevedibile è subito eluso e negato dalla irruzione e dalla intersezione di altre idee che la disorientano e la sconcertano. È una prosa concitata, e insieme lucida, controllata in n cui le immagini sono idee e le idee immagini. E ne esce un’idea forte, dal punto di vista esistenziale ed etico, che è quella che più viene emarginata dalla chiacchiera del giornalismo culturale.”- Giuseppe Pontiggia, in una lettera  del 2 giugno 1996.

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«Questo tuo libro mi ha lavorato dentro », diceva Tondelli. E intanto, inaspettati e inizialmente non visti, vennero i tempi dell’AIDS; un virus che avvelenava i piaceri dell’amore. Fu quando amici, compagni e conoscenti cominciarono a morire come mosche; i nostri taccuini si riempivano di piccole croci: sembravano cimiteri tascabili e Pier appariva sempre più enigmatico e malinconico.

Le interviste sono uno specchio, non tutte ovviamente, della straordinaria capacità di Tondelli di ribaltare ogni volta il gioco. E il dialogo con Fulvio Panzeri, pubblicato con il titolo “Il mestiere di scrittore”, che completa le molte interviste, è una testimonianza corretta dall’autore stesso prima della morte e copre tutto l’arco della sua esperienza letteraria incentrata sul viaggio, la meditazione sul tempo e l’incontro con il mistero dell’altro e la sua estasiante bellezza: quella un Assassino più bello dell’Aurora, e che può anche uccidere. Dall’elaborazione di quelle che Tondelli chiama “le posizioni linguistiche dei sentimenti”, emerge un intimo desiderio di assoluto e un’idea forte della letteratura, dal punto di vista formale, esistenziale ed etico, che è quella che più viene emarginata dalla chiacchiera del giornalismo culturale.

P.S. SOTTOTESTO EDUCATAMENTE EVERSIVO

A pag. 228 di “Viaggiatore solitario”, la traduzione dal francese del mio scritto “Lontano dai coglioni di tutti” contiene un piccolo errore, un refuso diciamo: ” chronique tendre et bouffonne d’une petite bande d’amis sexy et tout et tout pendent leur service militaire“, è stato reso da un  impiegato della Casa editrice con: “cronaca tenera e idiota di un gruppetto d’amici sexy durante il servizio militare.”

Perché tradurre bouffonne con “idiota” ? E petite bande con un edulcorato “gruppetto“? Non so cosa pensare, quando errore si potrebbe banalmente trasformare in orrore, e mentre tutti dormono solo tu resti sveglio tutta la notte: e una vocina ti dice che scrivere significa sorvegliare le parole, non solo le emozioni e i sentimenti.

É stato anche riferito che alcuni scrittori si alzano di notte per togliere una virgola da un loro scritto, poi al mattino la mettono di nuovo ( ne parlo in un testo dal titolo “Lo scriba e il tiranno: note su trance e atto dello scrivere” nella rivista di analisi materialistica di Sergio Finzi “Il piccolo Hans” n.77/estate 1993 ). Fatto sta che il caso di quel piccolo errore di stampa ( ops! stavo per scrivere zampa ) ha richiamato lo psichiatra? No ha richiamato in un piccolo ansioso il metodo di lettura “Paranoico-critico” ideato dal divino Salvador Dalì.

É quando in “Psychologie non euclidienne d’une photographie“, Dalì riflette tutta una notte su un cliché che raffigura tre persone che non attirano la sua attenzione; al contrario, in un angolo della foto, scorge una piccola e incongrua bobina senza filo, che proprio per la sua quasi impercettibilità “reclama, a gran voce, un’interpretazione”, diventando il tema ossessivo delle sue ricerche. Così, confidando nel metodo “paranoico critico” del Divino cripto-surrealista Dalì, questa mattina ho telefonato a Fulvio per chiedere, educatamente, naturalmente, una spiegazione. Un parente mi ha riferito che è stato colpito da un improvviso malore, è che è grave, in ospedale. Tale è in definitiva l’assurda e nuda costante tragica della vita. Altro che quella puttana di Letteratura, che, con le parole degli ultimi appunti dello scrittore “non salva, mai”; perché, aggiungerei, è sempre stata nera, fin dall’Antichità. Ma questo non so se posso scriverlo ecc.

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Tondelli, viaggiatore solitario

Gianni De Martino, “Lontano dai coglioni di tutti. Intervista a Pier Vittorio Tondelli” tratta da Gai Hebdo Pied n° 281 du 1 aout 1987; in: “Pier Vittorio Tondelli viaggiatore solitario“, Bompiani, 2021

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VENERDÌ 15 OTTOBRE 2021 , Ore 21:00-22:00

Mindbooks21 – organizzato dalla rete PsyCoRe nell’ambito di MindBooks – l’editoria della mente, in collaborazione con il salone del libro di Torino .

Centro Cultura Contemporanea, Circoscrizione 4 – San Donato, Campidoglio, Parella
Via Gabriele Bogetto, 4/G, 10144 Torino Italia

Incontro con Tobia D’Onofrio e Gianni De Martino – Chiacchierata partendo da “Voglio vedere Dio in faccia: framMenti della prima controcultura” (2019, AgenziaX), di Gianni De Martino

Con Giuseppe Conoci, Simone Capozzi, Gianni De Martino, Jonas De Gregorio, Tobia D’Onofrio, Annarita Eva, Alessandro Novazio, Bernardo Parrella e Massimiliano Palmisano

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La cultura dell’harem

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La mentalità del serraglio, dell’harem e della chiusura è il concetto forgiato dall’autore per cogliere il peso tremendo della legge patriarcale sulle menti e sui corpi degli uomini e delle donne. Chebel ne mostra il funzionamento a partire da un certo numero di figure emblematiche: l’ossessione della virilità e dell’onore tribale, il tabù della verginità, le omosessualità, l’androginia, il linguaggio osceno, gli “iuiù” (i trilli delle donne, autentiche espressioni vocali della sensualità femminile); e poi ancora, il velo, la circoncisione e la letteratura erotica araba.

Con un approccio che coniuga antropologia, etnografia e psicoanalisi, l’autore indaga i fantasmi che popolano l’universo erotico maghrebino maschile e femminile: quelli maschili della voracità sessuale e quelli femminili che rinviano alle figure della lacerazione. Viene così sollevato il velo sull’aspetto più segreto della vita di società ancora soggette alla legge dell’islam bloccata da secoli e oggi confrontata agli assalti della modernità.«É indispensabile togliere un fitto velo, dalle doppie cuciture: quello del silenzio.»

“Il s’agit de dépasser une situation bloquée depuis des siècles ! Il est temps de sortir l’islam de l’immobilisme, pour pouvoir créer avec la modernité et se retrouver vis-à-vis d’autrui dans de bonnes conditions. C’est pour nous un appel dense à une vigilance épistémologique forte. Nous serons noyés si nous restons immobiles. C’est une invitation au mouvement, à la réflexion, voire à l’autoréflexion.”- M.C.

~ Malek Chebel, La cultura dell’harem, a cura di Gianni De Martino, trad. Giancarlo Pavanello, 1° edizione Leonardo Edizioni, Milano, 1992; 2° ediz. Bollati-Boringhieri, Milano, 2000. Nota. L’edizione. Leonardo 1992, contiene una mia Introduzione, che non figura nell’edizione Bollati-Boringhieri 2000, che però ha mantenuto il mio Glossario dei termini erotici arabi e berberi.

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ADDIO A MOGADOR nuovo !

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Addio a Mogador,  Boksprint 2020

Luminoso, erotico, psichedelico

L’ULTIMO BEAT STAGIONATO VUOTA IL SACCO

Eccoci in mezzo una piccola banda più o meno segreta di giovani mutanti. Pervasa da un desiderio di accomunamento e in opposizione all’ordine morale esistente, la nostra banda di giovani viaggiatori vive nell’underground, secondo un codice primordiale basato sull’inviolabilità dell’amicizia. […]

Zina, la moglie del poeta psichedelico Georges Andrews – che in quei giorni era a Tangeri, in carcere – aveva un viso dalla pelle di porcellana, liscia e luminosa. Era la più grande del gruppo, doveva avere sui ventinove-trent’anni, e quindi era considerata già vecchia e navigata. Usava spesso l’espressione “flusso di coscienza”, affermava che la passione è il nostro motore, aveva scritto diversi libri ed era la teorica del gruppo e nostro mentore.
Quando ci si ritrovava in cortile distesi sui sacchi a pelo, ci diceva che non si tratta più di reprimere le passioni, ridurle per renderle inoffensive, ma intensificarle in modo da farle servire da legame sociale. Insomma «Fate l’amore, non la guerra!».

Uno slogan che bisogna continuamente riattivare e vivere in prima persona, per non farlo decadere nel ridicolo. Parlare d’amore, nell’era dello scatenamento della violenza universale, è una fraseologia, un voto pio, se non vi si vede, attraverso le parole, profilarsi l’orizzonte aurorale di un’altra società, di una nuova concezione dell’esercizio passionale da esplorare in tutte le sue virtualità e la sua molteplicità. – da “ADDIO A MOGADOR”, Booksprint 2020.

QUARTA. Confinato in casa, in piena pandemia da Coronavirus, il narratore si ritrova a raccontare quello che a cinema si chiamerebbe un flash back, cioè un ricordo. Il ricordo di un luogo: Mogador, “roccia Atlantica del Marocco” e “città degli hippies”, luogo deputato degli incontri, dei giorni, delle notti del protagonista, bianco ed europeo, e dei suoi amici Monkrim e Äissa. Nel tentativo di radicarsi in “una società in cui i costumi sono un po’ diversi” e di “godere senza limiti”, l’autore s’interroga sull’incontro con lo “straniero” là fuori e con lo “sconosciuto” dentro ognuno di noi. E scrivendo oltre, sempre oltre va incontro a un imprevisto a un tempo noto e inaspettato. L’amore, la violenza o lo stupore per la tenerezza, ma soprattutto il tempo e la morte sono i temi dominanti di un libro intenso e malinconico, che la nitida e icastica prosa di De Martino invita a percorrere in un itinerario, forse indimenticabile, che è insieme di un’antica civiltà in dissoluzione, e anche di una forma di vita “ai limiti dell’esperienza”. Puro zolfo.

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