INTERVISTA CON GEORGE STEINER, FILOSOFO E TEORICO DELLA LETTERATURA IN ODORE DI ERESIA, AUTORE DI UN NUOVO RACCONTO: IL CORRETTORE. TEMA, LA SINISTRA A PEZZI E IL CALVARIO POLITICO E METAFISICO DI UN ITALIANO DEL POSTCOMUNISMO.

LA STORIA NON HA CHIUSO BOTTEGA

di Gianni De Martino

 

Foto di Frederic Brenner

Il guaio della situazione accademica, secondo Steiner, è che non ci si limita più a fare critica su autori importanti, ma su tutti. Il lettore non ha così più una guida sicura che lo aiuti a concentrare il proprio interesse ed il tempo limitato su ciò che vale la pena di leggere… Non si è ancora spenta l’eco dei dibattiti e delle polemiche sull’utilità o l’inutilità della critica suscitata dal libro di George Steiner Vere presenze, quando scoppia un nuovo “caso Steiner” rinfocolato in questi giorni dalla pubblicazione di Il correttore ( tradotto da Claude Bèguin per Garzanti). Nato a Parigi nel ’29 da una famiglia di ebrei praghesi, spinto dall’antisemitismo a emigrare in America nel ’40, George Steiner è oggi docente a Churchill College di Cambridge e all’università di Ginevra, oltre a ricoprire cariche accademiche presso le università di Chigago, Harvard, Oxford e l’Institute for Advanced Study di Princeton. La sua riflessione sulla lingua e il testo letterario ( Martin Heidegger, Dopo Babele, Nel castello di Barbablù, Le Antigoni, Morte della tragedia ) si accompagna alla sua attività di narratore ( Processo di San Cristobal e il recente Il correttore). In perenne viaggio attraverso la grande cultura dell’Occidente e i suoi detriti sparsi sul pianeta da ciò che egli chiama “California dell’immaginario”, difende con ansia, generosità e talvolta con irruenza e scatti d’impazienza la sua visione alta e tragica della storia.

 
– Il Correttore racconta il calvario ironico e crudele di un correttore di bozze comunista, un professore chiamato il Gufo, che ha sempre combattuto con il linguaggio e pensato di dover correggere gli errori della storia per raggiungere la perfezione. E’ una presa di posizione beffarda nei confronti dei nostri smarrimenti, nel deteriorato clima culturale di oggi. Perché ha preso a modello un noto studioso italiano ?

In Italia il marxismo è la storia di un umanesimo, quello di Gramsci e, in parte, di Togliatti. E’ la storia di una grande speranza nella giustizia e di nobili sofferenze, nella tradizione dei Vico, dei Beccaria. Non è un caso che i due grandi studiosi di filologia italiani, Gianfranco Contini e Sebastiano Timpanaro, siano autori di capolavori che sono grandi testi di filologia e di pensiero marxista. Non conosco personalmente Timpanaro, di cui ricordo gli studi su Ennio e la poesia arcaica latina, ma è il modello tipologico ideale del mio racconto, Il correttore. Io non sono uno scrittore di romanzi nel vero senso della parola: il vero scrittore ha un’innocenza di creazione e nell’innocenza crea personaggi vivi. Il romanzo è altra cosa, investe il mistero della vita organica, e io non ho la potenza di dare ai miei personaggi la densità della persona umana. Ma davanti alla trivialità imperante è possibile chiedersi dove va la storia. Io scrivo dialoghi del pensiero, allegorie delle idee. A me, che nella giovinezza ho letto Orwell, Silone, Koestler, Malraux, Brecht, manca tanto una seria letteratura delle idee e vorrei tentare un legame tra fiction e saggistica. Dove sono oggi i grandi romanzi della politica? Dove la drammaturgia della politica? Eppure è un momento affascinante della politica. Dopo il crollo del muro di Berlino, la guerra del Golfo, le carestie africane, i conflitti etnici esplosi in Russia, in India e in Europa, il tentativo di rivincita dei fondamentalismi ebraici, cristiani o musulmani più ottusi ecco la vendetta della notte, la trivializzazione della letteratura: letteratura dell’intimità, del narcisismo, della piccola sessualità. Non condivido questa fuga davanti ai momenti più drammatici della storia moderna, come l’invadenza imperativa del Disneyland della cultura e dei facili tranquillizzanti, la grande aspirina. Se l’angoscia dei popoli e delle generazioni ha come suo Graal e punto finale il Fast food, l’intera storia diventa una bugia, una menzogna orribile; e io aspetto ancora uno scrittore che si faccia carico di questo grave problema. Il gran rifiuto di Timpanaro di un compromesso con l’errore me lo fa ammirare moltissimo. E’ un grande dolore che lui si sia offeso di quest’omaggio.
– Sì, però lei ha anche detto che sia il cattolicesimo sia il marxismo hanno rovinato la cultura italiana.
Sono stati commessi molti errori, ma la storia non ha chiuso bottega e senza il tentativo e il rischio di commettere errori fruttuosi è la fine della ragione. E con una ragione chiusa alla possibilità non c’è né arte né speranza. Lo osservo tutti i giorni con i miei allievi: senza un’utopia si finisce con il rinchiudersi in una camera piena di specchi narcisistici. Il mio personaggio crede perlomeno alla necessità del tentativo dell’utopia marxista e vorrebbe correggere gli errori della storia. Sappiamo tutti che un testo perfetto non esiste, tuttavia non c’è ragione di non tentare la correzione. Lo so anch’io, ma non dobbiamo cessare la lotta con l’errore.
– Nel suo pamphlet Vere presenze, lei insorge contro il linguaggio tecnologico della critica “californiana” invocando un salutare ritorno al testo. Occorre sentirlo palpitare, non circoscriverlo all’area linguistica, accoglierlo come … l’Eucarestia.

– Le sembra un’esagerazione ?
– Direi una metafora imprevedibile, una provocazione.

Io sono ebreo, non ho niente a che fare con i sacramenti, ma ricorro a una metafora molto potente, l’Eucarestia, per dire che in una grande opera d’arte si trova non solamente una forma tecnica, ma altro.
– Forse il vero correttore è quella Presenza, quell’apparizione imprevista che si nasconde tra le parole.

Siamo tutti dei correttori, ma accettiamo il compromesso con l’errore più facilmente del protagonista, che ha l’orgoglio della perfezione. Per lui l’imperfezione è rappresentata dal Supermarket delle facili letture, non dalla lotta per la giustizia. L’oblìo di tale lotta per consegnarsi al Disneyland della cultura, porta alla cancellazione delle tracce della più grande speranza e a una totale semplificazione della complessità degli elementi di una situazione della coscienza.
– Alla fine, per continuare a sperare, il Gufo va a reintegrare il piccolo partito che è diventato il PCI e lo trova con un nome cambiato. Diventato cieco, non rinuncia a correggere anche quest’ultimo errore. Lei è rimasto colpito dal silenzio dell’Unità, il giornale dell’ex partito comunista?

– Moltissimo, perchè amo la politica e il dibattito. Se mi dicono “è un libro stupido” io accetto. Ma il silenzio, la censura del silenzio è il vero stalinismo, una cosa orribile. Freud e Marx, ebrei imbarazzanti, insegnano che chi dimentica l’ieri non avrà futuro. E’ il senso del mio racconto. La vergogna davanti al passato, ecco il vero problema.

Milano, 19 gennaio 1993
Testo di Gianni De Martino, pubblicato con il titolo “ In fuga dalla prima linea della memoria” da ‘Il Mattino’ 21 gennaio 1993; e, con qualche modifica e il titolo “La storia non chiude bottega” dal ‘Quotidiano’ 2 febbraio 2002.

 
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BIBLIOGRAFIA
Principali pubblicazioni
Tolstoy or Dostoevsky. An Essay in the Old Criticism, 1958 (edizione italiana Garzanti, 1995);
The Death of Tragedy, 1960 (edizione italiana Garzanti, 1976/1999);
Language and Silence. Essays on Language, Literature, and the Inhuman, 1967 (edizione italiana Rizzoli, 1972);
Extraterritorial. Papers on Literature and the Language Revolution, 1971;
In Bluebeard’s Castle, 1971 (edizione italiana SE, Milano, 1990);
Nostalgia for the Absolute, 1974 (edizione italiana Bruno Mondadori, 2000);
After Babel. Aspects of Language and Translation, 1975 (edizione italiana Sansoni, 1984, Garzanti 1994);
The Uncommon Reader, 1978;
On Difficulty and Other Essays, 1978;
Martin Heidegger, 1978 (edizione italiana Mondadori, 1980);
The Portage to San Cristobal of A. H. (romanzo, Il processo di San Cristobal, edizione italiana Rizzoli, 1982);
Antigones. How the Antigone Legend Has Endured in Western Culture, 1984 (edizione italiana Garzanti, 1990);
Real Presences. Is There Anything in What We Say?, 1989 (edizione italiana Garzanti, 1992);
Proofs and Three Parables, 1992 (racconti, edizione italiana Il correttore, Garzanti, 1992/99);
No Passion Spent, 1996 (edizione italiana Garzanti, 1997);
Errata, 1998 (edizione italiana Garzanti 1998/2000);
Grammars of Creation, 2001(edizione Garzanti 2003).

In Italia ha pubblicato Morte della tragedia (Garzanti, Milano 1965 e 1992); Martin Heidegger A.Mondadori, Milano 1980); Nel castello di Barbablù (SE, Milano 1990), Le Antigoni (Garzanti, Milano 1990); Il correttore( Garzanti, Milano 1992 – leggi intervista “In fuga dalla prima linea della memoria”, Gianni De Martino ( “Il Mattino” 21-01-93); Vere presenze (Garzanti, Milano 1992); Dopo Babele ( Sansoni editore, Firenze 1984; Garzanti, Milano 1994); Nessuna passione spenta (Garzanti, Milano 1997); Errata. Una vita sotto esame (Garzanti, Milano 1998); La nostalgia dell’assoluto (B. Mondadori, 2000), Grammatica della Creazione ( Garzanti, Milano 2003).

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Su George Steiner e il suo ultimo libro hanno scritto:
Steiner accusa: l’Occidente non sa più creare, Cesare Medail («Corriere della Sera» – 02-04-2003);
« L’imprevisto ci salverà», Alessandro Zaccuri («Avvenire», 04-04-2003);
Per una cultura dell’alba, Beppe Sebaste intervista George Steiner («l’Unità», 04-04-2003);
« Nell’arte c’è un soffio divino», Mariella Radaelli intervista George Steiner («Il Giorno» – 04-04-2003);
Dio e l’artista «Imparate a stare da soli, Barbara Caputo («Il Mattino», 04-04-2003).

 
George Steiner – NOI VENIAMO DOPO
Estratto da “Linguaggio e silenzio.
Saggi sul linguaggio, la letteratura e l’inumano”

 

“Noi veniamo dopo. Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz. Dire che egli ha letto questi autori senza comprenderli o che il suo orecchio è rozzo, è un discorso banale e ipocrita. In che modo questa conoscenza pesa sulla letteratura e la società, sulla speranza, divenuta quasi assiomatica dai tempi di Platone a quelli di Matthew Arnold, che la cultura sia una forza umanizzatrice, che le energie dello spirito siano trasferibili a quelle del comportamento? Per giunta, non si tratta soltanto del fatto che gli strumenti tradizionali della civiltà – le università, le arti, il mondo librario – non sono riusciti a opporre una resistenza adeguata alla bestialità politica: spesso anzi essi si levarono ad accoglierla, a celebrarla, a difenderla. Perché? Quali sono i legami, per ora assai poco compresi, tra gli schemi mentali e psicologici della cultura superiore e le tentazioni del disumano? Matura forse nella civiltà letterata un gran senso di noia e di sazietà che la predispone allo sfogo della barbarie?” (George Steiner, dalla Prefazione a «Linguaggio e silenzio», Garzanti, Saggi blu , traduzione di Ruggero Bianchi, 1967).

 
Pubblicato per la prima volta in inglese nel 1967 e da allora tradotto in tutto il mondo e costantemente ristampato, Linguaggio e silenzio offre una delle più ambiziose e profonde riflessioni sul ruolo della cultura nella società contemporanea, sullo stato della letteratura e sulle responsabilità degli scrittori e degli artisti in genere.
Nel corso del Novecento nazismo e stalinismo, con le loro atroci falsificazioni, hanno tentato di distruggere l’umanesimo centroeuropeo. Le tecniche di persuasione dei mass media e della pubblicità favoriscono da decenni la diffusione della volgarità, dell’approssimazione e della cupidigia. D’altro canto scienze come la matematica e la fisica (e importanti correnti della filosofia contemporanea) pretendono dal linguaggio una esattezza e una formalizzazione assolute.
George Steiner offre un’impietosa e lucidissima diagnosi delle malattie che stanno privando la parola di forza e legittimità e s’interroga sul futuro del linguaggio e dell’umano. Perché, argomenta Steiner, “il linguaggio è il mistero che definisce l’uomo, in esso l’identità e la presenza storica dell’uomo si esplicano in maniera unica. È il linguaggio che separa l’uomo dai codici segnaletici deterministici, dalle disarticolazioni, dai silenzi che abitano la maggior parte dell’essere. Se il silenzio dovesse tornare di nuovo in una civiltà in rovina, sarebbe un silenzio duplice, forte e disperato per il ricordo della Parola”.

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George Steiner – A NOI SPETTA IL LUNGO VIAGGIO DEL SABATO
Estratto da Vere presenze pubblicato in Italia da Garzanti nel 1992 nella traduzione di C.Béguin:

C’è un giorno particolare nella storia occidentale che non viene menzionato né dalla tradizione storica, né dal mito, né dalla Sacra Scrittura. È un sabato. Ed è diventato il più lungo dei giorni. Sappiamo di quel Venerdì Santo che il cristianesimo ritiene sia stato quello della Crocefissione. Ma anche il non cristiano, l’ateo, lo conosce: conosce l’ingiustizia, la sofferenza interminabile, lo spreco, l’enigma brutale della fine, che rappresentano una parte così vasta non soltanto della condizione umana, ma della trama quotidiana delle nostre vite individuali. Conosciamo ineluttabilmente la sofferenza, la sconfitta dell’amore, la solitudine che formano la nostra storia e il nostro destino personale. Sappiamo anche cosa sia la domenica. Per il cristiano, questo giorno significa un presagio, a un tempo sicuro e precario, evidente e oltre il nostro intendimento, della resurrezione, di una giustizia e di un amore che hanno vinto la morte. Se siamo non-cristiani o non-credenti, conosciamo la domenica in termini esattamente analoghi. La concepiamo come il giorno della liberazione dall’inumanità e dalla schiavitù. Speriamo in soluzioni, siano esse terapeutiche o politiche, sociali o messianiche. I lineamenti di quella domenica portano il nome della speranza (non c’è parola meno decostruibile).
Ma a noi spetta il lungo viaggio del sabato. Tra la sofferenza, la solitudine, lo spreco indicibile da una parte, e il sogno di liberazione, di rinascita dall’altra. Messe a confronto con la tortura di un bambino, con la morte dell’amore che è il venerdì, persino le più grandi espressioni artistiche e poetiche sono quasi impotenti. Nell’utopia della domenica è probabile che le manifestazioni estetiche non abbiano più giustificazioni logiche né necessità di essere. Nella coreografia dell’immaginazione metafisica, nell’opera poetica e nella musica che ci parlano della sofferenza e della speranza, della carne che sa di cenere e dello spirito che ha gusto di fuoco, la nostra percezione ansiosa e le nostre raffigurazioni sono sempre ‘sabbatiane’. Sono sorte da quell’immensità di attesa che spetta all’uomo. Senza di loro, come potremmo essere pazienti?

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Georges Steiner – La lettura è un incontro con l’imprevisto
« Agli studenti bisogna dire di non leggere le critiche, ma di leggere le critiche, ma di leggere i testi. Tutto il mio libro è un grido d’orrore per ciò che accade nel mondo universitario. I miei studenti a Cambridge hanno un esame in cui discutono l’opinione di T.S. Eliot su Dante senza dover leggere Dante, un solo verso di Dante. (…) Quello che ci vuole è un’interpretazione dinamica, un’interpretazione che sia azione e non passività. Leggere la critica, leggere i testi “secondari”, significa essere passivi, come davanti alla televisione; significa rinunciare alla responsabilità dell’azione. Al centro della mia posizione c’è una cosa estremamente semplice e chiara. È un sonetto di Rilke, quello al torso antico di Apollo, in cui lui dice che “Cambia la tua vita”. Una lettura seria e profonda cambia la mia vita: è un incontro con una apparizione imprevista, come un incontro all’angolo della strada con l’amante, con l’amico, con il nemico mortale”.
(George Steiner, da un’intervista su “Linea d’ombra”).

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UN ORRIBILE REFUSO
“ Il libro ( Il correttore) è una stringata e sofferta meditazione – ma sarebbe meglio dire un surf vista la tematica tempestosa – sul marxismo, sull’ebraismo, sugli ismi del secolo/millennio appena finito, alla luce dello schianto definitivo del ‘Dio che ha fallito’, e dove, il crollo del Muro di Berlino ha le stesse risonanze chialistiche della caduta delle Mura di Gerusalemme (quella terrena del potere sovietico, e quella celeste, delle aspettative soteriologiche).
Certo, ha trionfato il capitalismo con le sue turpitudini e l’Occidente che, mercificando tutto, mette ‘l’etichetta con il prezzo sui sogni degli uomini’.

Ma qual era l’alternativa? La menzogna del comunismo e gli orrori del Gulag? Meglio l’America che ‘è probabilmente la prima nazione e società nella storia dell’umanità a incoraggiare gli esseri comuni, fallibili e impauriti, a sentirsi a loro agio nella propria pelle’.

Il Correttore sembra vacillare, accogliere le obiezioni dei suoi interlocutori, e qualcosa – ma è forse una mia impressione di lettore – come un orribile refuso sembra infiltrarsi nella sua coscienza.

Sarà tempo, come dice Woody Allen, di cominciare ad avere delle idee che non condividiamo? Il pensiero sarà meno impeccabile di una pagina senza mende, ma catturerà di più l’imperfezione del reale?” ( Alfio Squillaci, da “Le recensioni de La Frusta)

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