Festa dell'Immacolata 8 dic. 1854 – 8 dic. 2004

FESTA DELL’IMMACOLATA

8 dicembre 1854 – 8 dicembre 2004


Jusepe de Ribera, Immacolata Concezione, 1635

 

La chiesa cattolica afferma che Maria è nata senza peccato originale. Quest’idea, conosciuta come "immacolata concezione", comparve per la prima volta nell’anno 1160. Fu ufficializzata nel 1477 da Sisto IV, e poi proclamata dogmaticamente nel 1854 dal Beato Pio IX con la bolla Ineffabilis Deus.

Il signore mi ha posseduta all’inizio delle sue vie. Io ero prima che egli plasmasse qualsiasi altra creatura. Io ero nell’eternità prima che venisse creata la terra. Gli abissi non erano ancora e io ero già concepita. Le sorgenti non erano ancora uscite dalla terra; la pesante massa delle montagne non era ancora stata formata; io ero già nata prima delle colline.

***

 



Nel XXXIII canto del Paradiso, san Bernardo innalza un’ardente preghiera alla Vergine Maria. San Bernardo di Chiaravalle – fondatore dell’ordine dei Cistercensi e primo Cavaliere Templare – implora la madre del Cristo affinché per sua intermediazione di grazia fra Dio e le creature umane a Dante venga concessa la visione della luce di Dio: anima dell’uomo e radiosa essenza dell’esperienza del vivente.

LA PREGHIERA DI BERNARDO

 

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti sì, che ‘l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,

per lo cui caldo ne l’etterna pace

così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridïana face

di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,

se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre,

sua disïanza vuol volar sanz’ ali.

La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fïate

liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s’aduna

quantunque in creatura è di bontate.

Or questi, che da l’infima lacuna

de l’universo infin qui ha vedute

le vite spiritali ad una ad una,

supplica a te, per grazia, di virtute

tanto, che possa con li occhi levarsi

più alto verso l’ultima salute.

E io, che mai per mio veder non arsi

più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi

ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

perché tu ogne nube li disleghi

di sua mortalità co’ prieghi tuoi,

sì che ‘l sommo piacer li si dispieghi.

Ancor ti priego, regina, che puoi

ciò che tu vuoli, che conservi sani,

dopo tanto veder, li affetti suoi.

Vinca tua guardia i movimenti umani:

vedi Beatrice con quanti beati

per li miei prieghi ti chiudon le mani!».

Li occhi da Dio diletti e venerati,

fissi ne l’orator, ne dimostraro

quanto i devoti prieghi le son grati;

indi a l’etterno lume s’addrizzaro,

nel qual non si dee creder che s’invii

per creatura l’occhio tanto chiaro.

E io ch’al fine di tutt’ i disii

appropinquava, sì com’ io dovea,

l’ardor del desiderio in me finii.

BERNARDO m’accennava, e sorridea,

perch’ io guardassi suso; ma io era

già per me stesso tal qual ei volea:

ché la mia vista, venendo sincera,

e più e più intrava per lo raggio

de l’alta luce che da sé è vera.

Da quinci innanzi il mio veder fu maggio

che ‘l parlar mostra, ch’a tal vista cede,

e cede la memoria a tanto oltraggio.

Qual è colüi che sognando vede,

che dopo ‘l sogno la passione impressa

rimane, e l’altro a la mente non riede,

cotal son io, ché quasi tutta cessa

mia visïone, e ancor mi distilla

nel core il dolce che nacque da essa.

Così la neve al sol si disigilla;

così al vento ne le foglie levi

si perdea la sentenza di Sibilla.

O somma luce che tanto ti levi

da’ concetti mortali, a la mia mente

ripresta un poco di quel che parevi,

e fa la lingua mia tanto possente,

ch’una favilla sol de la tua gloria

possa lasciare a la futura gente;

ché, per tornare alquanto a mia memoria

e per sonare un poco in questi versi,

più si conceperà di tua vittoria.

Io credo, per l’acume ch’io soffersi

del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,

se li occhi miei da lui fossero aversi.

E’ mi ricorda ch’io fui più ardito

per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi

l’aspetto mio col valore infinito.

Oh abbondante grazia ond’ io presunsi

ficcar lo viso per la luce etterna,

tanto che la veduta vi consunsi!

Nel suo profondo vidi che s’interna,

legato con amore in un volume,

ciò che per l’universo si squaderna:

sustanze e accidenti e lor costume

quasi conflati insieme, per tal modo

che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.

La forma universal di questo nodo

credo ch’i’ vidi, perché più di largo,

dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.

Un punto solo m’è maggior letargo

che venticinque secoli a la ‘mpresa

che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.

Così la mente mia, tutta sospesa,

mirava fissa, immobile e attenta,

e sempre di mirar faceasi accesa.

A quella luce cotal si diventa,

che volgersi da lei per altro aspetto

è impossibil che mai si consenta;

però che ‘l ben, ch’è del volere obietto,

tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella

è defettivo ciò ch’è lì perfetto.

Omai sarà più corta mia favella,

pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante

che bagni ancor la lingua a la mammella.

Non perché più ch’un semplice sembiante

fosse nel vivo lume ch’io mirava,

che tal è sempre qual s’era davante;

ma per la vista che s’avvalorava

in me guardando, una sola parvenza,

mutandom’ io, a me si travagliava.

Ne la profonda e chiara sussistenza

de l’alto lume parvermi tre giri

di tre colori e d’una contenenza;

e l’un da l’altro come iri da iri

parea reflesso, e ‘l terzo parea foco

che quinci e quindi igualmente si spiri.

Oh quanto è corto il dire e come fioco

al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,

è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.

O luce etterna che sola in te sidi,

sola t’intendi, e da te intelletta

e intendente te ami e arridi!

Quella circulazion che sì concetta

pareva in te come lume reflesso,

da li occhi miei alquanto circunspetta,

dentro da sé, del suo colore stesso,

mi parve pinta de la nostra effige:

per che ‘l mio viso in lei tutto era messo.

Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige

per misurar lo cerchio, e non ritrova,

pensando, quel principio ond’ elli indige,

tal era io a quella vista nova:

veder voleva come si convenne

l’imago al cerchio e come vi s’indova;

ma non eran da ciò le proprie penne:

se non che la mia mente fu percossa

da un fulgore in che sua voglia venne.

A l’alta fantasia qui mancò possa;

ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,

sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.”

Dante Alghieri

Paradiso, Canto XXXIII

 

 

«In Maria è la Sapienza nel mondo creato; è in lei che la Sapienza è stata giustificata, e perciò la venerazione della Vergine si confonde con quella della Sapienza.

È nella Vergine che si sono unite la Sofia celeste e la Sofia del mondo creato, lo Spirito santo e l’ipostasi umana. Il suo corpo è diventato completamente spirituale e trasfigurato.

Ella è la giustificazione, il fine, il senso della creazione; ella è, in questo senso, la gloria del mondo.

In lei, Dio è già tutto in tutti»

(Semej Bulgakov ).

in rete:

Maria nella letteratura

Fonte: http://digilander.libero.it/mariaoggi/letteratura.htm

***

Sant’ Alfonso Maria de Liguori
Le G
lorie di Maria

Opera utile per leggere e predicare divisa in due parti

Fonte:

http://www.intratext.com/IXT/IXTCDITAP00034/IXT/_IDX076.htm

———

grazie a: Duca de Gandia

Weblog di Francesco Costa

 

Egli non aveva ancora creato né la terra, né i fiumi, né consolidato la terra mediante i due poli.

Quando egli preparava i Cieli io ero presente; quando circoscrisse gli abissi con i loro limiti e stabilì una legge inviolabile; quando stabilizzò l’aria attorno alla terra; quando equilibrò l’acqua delle sorgenti; quando rinchiuse il mare nei suoi limiti e quando impose una legge alle acque perché non superassero i confini loro assegnati; quando gettò le fondamenta della terra, io ero con lui e regolavo tutte le cose”.

La stampa riportata sopra rappresenta Duns Scoto, inginocchiato, in atteggiamento estatico, davanti alla Vergine Immacolata, mentre pronunzia la preghiera: “Dignare me laudare te Virgo Sacrata”.

Egli regge in mano una penna a simboleggiare l’impegno di difendere in pubblico il Mistero dell’Immacolata Concezione di Maria. La Vergine è coronata di dodici stelle e poggia i suoi piedi sopra l’Arca dell’Alleanza, nella mano destra regge un giglio.

Intorno al capo di Maria c’è un coro di angeli, mentre il simbolo della Trinità domina su di Lei, attorno sono raffigurati i simboli mariani: la rosa, la fonte, il giardino chiuso, la stella, la città santa, lo specchio senza macchia, la porta del cielo, la torre, la radice di Jesse.

Sulla Stampa sono riportate le tesi teologiche che lo studente Andreas Jotti di Castignano, dedica a mons. Francesco Antonio Marcucci nel 1779.

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