Ricorrenze / Natale del Signore

NATALE DEL SIGNORE

 L’icona della Natività (Η Γεννησις) – Monastero dell’Annunciazione (Evangelismos) di Patmos

L’icona della Natività si sviluppa su tre livelli: il primo, in alto, allude al mondo spirituale, angelico, dal quale giunge in questo mondo il redentore; il secondo, quello centrale, si riferisce all’incarnazione; il terzo, in basso, rappresenta il livello umano, con a destra due donne che preparano il bagno del bambino: gesto che sottolinea la perfetta umanità del Cristo, ed è anche prefigurazione del battesimo, sacramento in cui l’immersione nell’acqua e il risalirne simboleggia la discesa agli Inferi e l’uscita da questi ( Rm 6,1-4).

Al centro della montagna, axis mundi che collega la terra al cielo e unifica i tre livelli, la  grotta con la mangiatoia,  e la Madre di Dio in un atteggiamento di contemplazione dei misteri che stanno svolgendosi : “Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19).

In alto a sinistra da lontano arrivano, a cavallo, i Magi. Avendo intuito la novità dello spirito, sono i rappresentanti dei santi e i giusti che, pur estranei a Israele, cercano il regno di Dio.

A destra, troviamo I pastori: “ In quella stessa contrada c’erano dei pastori, i quali pernottavano alla campagna e vegliavano la notte a guardia del loro gregge.  E un angelo del Signore apparve sopra di loro e la gloria del Signore li circondò di luce, e furon presi da gran timore (…)  Appena gli angeli si partirono da essi verso il cielo, i pastori si dissero tra loro: ‘Andiamo dunque fino a Betlemme, e vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere " ( Luca, 2, 8-15).

Dall’alto, il triplice raggio della trinità scende sul bambino Gesù  in una culla che sembra già un sepolcro, avvolto in bende incrociate che rimandano alla sepoltura.  Le bende forse rappresentano le due pulsioni tra culla e tomba ( eros e thanatos), in ogni caso saranno l’unico segno del risorto per Pietro e per Giovanni quando, avvertiti dalle donne, correranno al  sepolcro e lo troveranno vuoto:Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte (Giovanni 20, 6-7).

Mentre tutto richiama ed indica la vittoria sulla morte e sull’inferno resa possibile dall’ incarnazione, in basso a sinistra, nel mondo umano, si trova  Giuseppe rinchiuso nel mantello dei propri pensieri: “Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto” ( Mt 1,19).

 

San Giuseppe ( Icona della Natività, part. – scuola di Rublev – 1410 -1430 – Galleria Tretjakov)

 Giuseppe, dunque, è l’uomo che si interroga in preda all’incertezza, e il suo umanissimo dubbio si materializza davanti a lui in una figura di pastore coperto di pelli, la cui vera natura si rivela  attraverso due piccoli corni sul capo. La tradizione dà al diavolo il nome di Tirso, che è anche il nome del bastone di Dioniso e dei satiri.

 Guercino, San Giuseppe con il bambino Gesù, 1633

Umiltà e grandezza di Giuseppe… su cui nel giorno di Natale vale la pena riflettere. Il racconto della nascita di Gesù ci propone una figura di prima grandezza: un padre non umiliato ma toccato dalla difficile questione della trasmissione dello Spirito.

Il racconto della nascita del bambino ci dice, ad ogni commemorazione più o meno rituale, che la vera nascita umana non è la sola nascita dal ventre della madre ma la “nascita” per lo Spirito del Padre.  Essenziale,  non è il parto, anche se importante, ma l’altrettanto dolorosa operazione dello Spirito del Padre.

Giuseppe, come ogni padre reale, deve avere l’umiltà di ammettere che egli non detiene né lo spirito né la lettera della Legge del Padre. Questa è una eteronimia, dipende cioè da una Vita esterna alla volontà del soggetto. Occorre quindi accettare questa “lacerazione” di una legge estranea a se stessi. L’umiltà consiste nell’accettare che un padre reale non è autonomo, che egli non è l’autore o il padrone della Legge, che egli è riferito a una Legge esterna a se stesso.

Una stessa umiltà porta a pensare cosa può essere la verginità di una donna. L’immemorabile, debole, deprimente costume sociale e familiare delle tracce insanguinate sulle lenzuola coniugali rimuove da sempre, nella maggior parte dei casi, la reale posta in gioco della verginità femminile: una donna resta vergine finché non ha detto sì al dono dello Spirito.  Si tratta di un sì variamente consapevole, se non inconscio, che avrà una grande importanza per un figlio a venire.

Lo Spirito è dalla parte del dono e della gratuità del dono, non del regalo. Il culto infantile e commerciale di Babbo Natale ci dice quanta violenza le società dette moderne, postmoderne, postmortem e post-tutto esercitano contro lo Spirito, preparando il famoso deserto che cresce.

Tuttavia, malgrado questa cattiva novella e altre dello stesso genere che si susseguono,  insomma, malgrado tutto, ecco – tra i frizzi, i lazzi e l’incredulità ormai generalizzata – l’annuncio della Buona Novella:

Non temete, perché, ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà per tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato a voi un salvatore, che è il Messia, il Signore. Questo vi sia di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia" (Luca 2,10-12)

Tornando all’icona della Natività, osserviamo che nella scena compaiono arbusti, erbe,  agnelli, talvolta un cane. Tutti volgono lo sguardo verso l’alto, come i pastori, in un’attesa che però non è inerte. Sembra piuttosto come una specie di sospensione del tempo, una immobilità misteriosa come quella descritta in un brano poetico di uno dei primi vangeli apocrifi, il protovangelo di Giacomo:

“ Io, Giuseppe, cercavo di camminare e non mi muovevo. Guardai verso il cielo e vidi che era immobile e l’aria era piena di stupore e gli uccelli del cielo fermi nel loro volo. E vidi che sopraggiungevano delle pecore e le pecore restarono immobili. E guardai verso la riva del fiume e vidi dei capretti e la loro bocca protesa sull’acqua e non bevevano. E tutto, improvvisamente, riprese il suo corso normale”.

Così, trattenendo il fiato*  come un morente, uno yogi, un feto o una madre al parto, un bimbo è nato.

 Eternamente nato in una grotta, in un pagliaio, sulla terra scura – in una storia così come nell’anima e il grande e tenero abbraccio della Vita.

Come negli scintillanti presepi della tradizione anche popolare, perlomeno in quel che ne resta su questo pianetino in bilico.

Solo meraviglia. E un Natale buono a tutti.

Natività

Fonte dell’illustrazione:

 http://www.na.camcom.it/on-line-sa/Home/Pubblicazioni/ArtigianatoArtisticoNapoletano/PastoriePresepi.html

*note

James Hillman, L’anima del mondo e il pensiero del cuore [1979],

Adelphi, Milano 2002, pp. 71-73

 

Nella psicologia di Aristotele l’organo dell’ aisthesis è il cuore, i percorsi degli organi di senso arrivano lì: è lì che l’anima "prende fuoco". Il pensiero di quel cuore è intrinsecamente estetico e sensorialmente legato al mondo (…). E infatti, in greco, l’attività di percepire o di sentire è aisthesis, la cui radice significa "assumere" e "inspirare" – un rimaner senza fiato, la risposta estetica primaria.

 

I traduttori hanno reso aisthesis con "percezione dei sensi", una nozione dell’empirismo britannico, la sensazione di John Locke. Ma la "percezione dei sensi" greca non può essere intesa senza tener conto della Dea greca dei sensi, o dell’ "organo della sensazione" greco, il cuore, e della radice che la parola racchiude – quel fiutare, quel restare senza fiato, quell’inspirare il mondo.

 

Cos’è questo "assumere" o "inspirare" il mondo? In primo luogo significa aspirare, inspirare, trattenendo il respiro, il presentarsi letterale delle cose. Attraverso la meraviglia avviene la trasfigurazione della materia.

 

Questa reazione estetica, che precede lo stupore intellettuale, inspira il dato al di là di se stesso, consentendo a ogni cosa di rivelare la sua particolare aspirazione all’interno di un ordinamento cosmico.

 

In secondo luogo, "assumere" significa prendere a cuore, interiorizzare, divenire intimi, nel senso agostiniano. Ma non è solo la mia confessione della mia anima; è invece l’ascolto della confessione dell’ anima mundi nel parlare delle cose.

 

In terzo luogo, "assumere" significa riportare l’oggetto nella sua interiorità, nella sua immagine, in modo che sia attivata la sua immaginazione (e non la nostra), così da mostrare il suo cuore e rivelare la sua anima, diventando personizzato e quindi amabile; amabile non solo per noi e grazie a noi, ma perché la sua amabilità si accresce con il dispiegarsi del suo senso e della sua immaginazione.

 

Comincia qui la fenomenologia: in un mondo di fenomeni animati (…). L’oh! di meraviglia, di riconoscimento, o lo shee-e fra i denti dei giapponesi (…).

 

Dio, il mondo, tutto può finire in nulla, vittima di costruzioni nihilistiche, di dubbi metafisici, di disperazioni d’ogni sorta; quel che resta, quando tutto rovina, è il viso delle cose quali esse sono. Qui c’è la Dea che dà al mondo un senso che non è mito né significato, ma quella immediata cosa che è immagine: il suo sorriso è una gioia, una gioia che è "per sempre".

 

 

Elvio Fachinelli, La mente estatica, Adelphi, Milano, 1989, p. 34 e pp. 22-23

 

 Ma sempre l’estasi si propone in una sospensione totale del vivere, quasi perdita del respiro. Non assimilarla ai tentativi di risacralizzazione in atto da alcuni anni, volti a cancellare o attenuare il “disincanto del mondo” di cui parlava Weber.

 

Eppure, nello stesso tempo, l’assenza di Dio sollecita l’esperienza del divino (…).

 

In alcuni casi (…) la coscienza stessa sembra allora far parte per intero di un sistema di fortificazioni (…). Eppure a volte in questo bastione, mentre si stabilisce una zona del tutto opaca, insensibile, altre si fanno straordinariamente chiare e vibranti.

 

Come nella vita di certe antiche dame di corte giapponesi, attente più alla brina della notte che alla vita stessa, come la si intende comunemente. Ma in quell’attenzione alla brina è vita, vita di intensità prodigiosa.

 

Animali che, a poco a poco, vivendo al buio, diventano ciechi. Ma in quel buio sviluppano altri organi di senso.

Intanto, “là fuori”:

A Betlemme non è più Natale

di Fiamma Nirenstein sul GIORNALE, 22/12/2007

 Sono pallidi gli addobbi di Natale sulla via che da Gerusalemme a Betlemme ospita ogni anno la processione di Monsignor Sabbah, l’asperrimo patriarca latino, fino alla piazza della Mangiatoia, dove un albero di Natale orna il luogo di nascita di Gesù.

Quest’anno Sabbah, che non fa mai mancare il suo messaggio di Natale a Israele, dixit: Israele deve abbandonare il suo carattere di Stato ebraico, ovvero, in parole povere, scomparire. È la priorità di Sabbah, sembra.

Non lo sono, invece, le persecuzioni musulmane che hanno portato la comunità cristiana a ridursi in tutto il West Bank all’1,5 per cento dal 15 per cento di 50 anni fa; né lo è la difesa dei cristiani di Gaza, rimasti circa 3.000, su una popolazione governata da Hamas di circa un milione e mezzo, rapiti e uccisi o indotti alla fuga. Nel West bank il calo ha galoppato sin dalla dominazione giordana ovvero dal ’48. Questa è la situazione che troviamo alla vigilia di Natale: una crisi cristiana mai affrontata.

Da : ilGiornale.it – A Betlemme non è più Natale – n. 302 del 22-12-2007

> “I cristiani dovranno accettare la legge islamica” (Da: Jerusalem Post, 4-9.12.07)

 

NOI CRISTIANI IN TERRA SANTA
BERSAGLIO DELL’ODIO ISLAMICO

di Lorenzo Cremonesi "Corriere della Sera" (5.09.05)
su >http://www.nostreradici.it/sopraffazioni-islam-territori.htm

«Macché difficoltà tra Israele e Vaticano! I problemi per noi cristiani in Terra Santa sono altri. Quasi ogni giorno, lo ripeto quasi ogni giorno, le nostre comunità sono vessate dagli estremisti islamici in queste regioni. E, se non sono gente di Hamas o della Jihad islamica, avviene che ci si scontri con il muro di gomma dell’Autorità Palestinese, che fa poco o nulla per punire i responsabili. Anzi, ci è capitato di venire a sapere che in alcuni casi tra loro c’erano gli stessi agenti della polizia di Mahmoud Abbas [Abu Mazen] o i militanti del Fatah, il suo partito, che sarebbero addetti alla nostra difesa. Sono talmente scoraggiato di sentire le lamentele che talvolta non guardo neppure più i dossier».

 

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Una risposta a Ricorrenze / Natale del Signore

  1. anonimo scrive:

    A proposito di questa bella meditazione su Giuseppe, c’è un bel romanzo di Jan Dobraczynski, L’ombra del padre (Morcelliana), interamente dedicato al suo dramma umano e al suo percorso spirituale.

    Buone feste, Gianni

    Valter Binaghi

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